La Giustizia italo-islamica
di Michele Bartolo-
La legge lascia liberi i cittadini, anziché ricorrere al giudice, di affidare la soluzione delle proprie controversie a un soggetto privato detto arbitro. La sua decisione si chiama lodo e ad esso la legge riconosce la stessa forza e autorevolezza di una sentenza. Significa che, al termine dell’arbitrato, le parti hanno in mano un documento che ha il medesimo valore della decisione di un giudice: quindi consente di agire per il pignoramento in caso di inadempimento, ha valore legale nei confronti delle pubbliche amministrazioni, non può essere disconosciuto da terzi.
Insomma, la sentenza sta al giudice come il lodo sta all’arbitro (o agli arbitri).
Sinteticamente ecco i vantaggi dell’arbitrato: tempi più rapidi nella risoluzione delle controversie rispetto alle cause giudiziali; costi inferiori; gestione meno conflittuale della lite tra le parti; riservatezza del procedimento, che può riguardare anche notizie importanti e commercialmente segrete.
Ma come mai cerchiamo di capire da vicino cosa sia un arbitrato?
Perché è proprio di oggi la notizia che la Procura di Padova ha aperto un procedimento secondo il nuovo modello 45, quello che non prevedere indagati né specifiche ipotesi di reato, in relazione all’esposto presentato da un avvocato componente di Futuro Nazionale.
Tale esposto, peraltro, riprende analoga interrogazione rivolta al Ministro della Giustizia e al Ministro dell’Interno da parte del senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto.
Ma di cosa si tratta nello specifico?
A Padova opererebbe una Camera arbitrale islamica che chiama i propri arbitri ‘Tribunale sciaraitico’, decide secondo la sharia e applica il diritto italiano solo dove la sharia tace: è scritto nel suo regolamento. La sharia, infatti, costituisce l’insieme dei precetti religiosi, etici e giuridici dell’Islam che regolano la vita del musulmano secondo la volontà divina.
Il tribunale che rende esecutivo un lodo, invece, secondo la legge italiana, è tenuto a controllarne solo la regolarità formale: se chi perde non impugna, magari perché la famiglia o la comunità premono, nessun giudice guarderà mai dentro quella decisione, si pronuncerà nel merito della stessa.
Intendiamoci: l’arbitrato è uno strumento legittimo, ma una giustizia parallela e a porte chiuse no.
Il sito promette riservatezza ‘in questioni familiari’ e il regolamento consente di trasmettere il lodo alle associazioni islamiche del luogo in cui vive chi ha perso: si introduce, di fatto, anche una forma di pubblicità denigratoria della sconfitta.
Pare a chi scrive che la magistratura debba fare piena luce su una eventuale applicazione della legge della Sharia nel nostro Paese e, al tempo stesso, il Governo deve essere chiamato a rispondere ed a chiarire quanti lodi siano stati emessi, su quali materie e chi siano gli arbitri, e come intenda garantire che nessuno in Italia sia giudicato secondo regole incompatibili con la Costituzione, a partire dalla laicità dello Stato e dall’uguaglianza tra uomini e donne.
L’integrazione è la sfida più importante che abbiamo, e si fa con gli stessi giudici e gli stessi diritti per tutti.
Una comunità che si dà i propri tribunali non è solo una comunità che si chiude e si sottrae alle regole comuni: è una comunità in cui chi ha meno voce non può più contare sullo Stato per la tutela dei propri diritti.
Il paradosso sarebbe che non solo non avremmo ottenuto che gli immigrati nel nostro Paese si conformino alle nostre regole ed alle nostre leggi, ma avremmo di fatto consentito la creazione di una sorta di Giustizia ibrida, italo-islamica, in cui si usa uno strumento previsto dal nostro diritto per fini del tutto diversi da quelli consentiti dalla nostra Costituzione e dalle nostre leggi.
Se è l’inizio di uno stravolgimento dello Stato di diritto, è bene intervenire prima che sia troppo tardi.







