Aldrovandi e Fakir: il dovere di non ripetere gli errori
di Cecchino Cacciatore-
Ogni volta che una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine, la memoria collettiva torna inevitabilmente a Federico Aldrovandi. È accaduto anche in queste ore, dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, durante un intervento di polizia. Le immagini diffuse e le testimonianze hanno immediatamente evocato un ricordo doloroso che appartiene ormai alla coscienza civile del Paese. Ma proprio la forza di quella memoria impone oggi un esercizio di equilibrio.
Non sappiamo ancora cosa sia realmente accaduto a Bologna. Le indagini sono appena iniziate e ogni conclusione sarebbe non solo giuridicamente impropria, ma anche moralmente ingiusta. La presunzione di innocenza vale per tutti, anche quando gli indagati appartengono alle istituzioni dello Stato. È uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto e non può conoscere eccezioni dettate dall’emotività del momento.
Ciò che, invece, può e deve essere osservato sono le analogie che riguardano il metodo con cui una democrazia affronta vicende tanto drammatiche.
Il caso Aldrovandi ha insegnato all’Italia almeno tre lezioni. La prima è che la trasparenza non rappresenta una minaccia per le istituzioni, bensì la loro più autentica forma di difesa. Solo un’indagine tempestiva, rigorosa e indipendente può preservare la credibilità dello Stato.
La seconda riguarda la formazione degli operatori di polizia. Gli interventi nei confronti di persone in stato di agitazione costituiscono situazioni ad altissimo rischio, nelle quali la forza deve sempre essere accompagnata da tecniche di contenimento rispettose della vita e dell’incolumità fisica. La sicurezza degli agenti e quella della persona fermata non sono interessi contrapposti, ma coincidono.
La terza lezione è forse la più importante: nessuna uniforme può sottrarsi al controllo della legge, così come nessuna divisa deve essere trasformata, senza prove, nel bersaglio di una condanna preventiva. Lo Stato di diritto vive proprio di questo equilibrio: responsabilità senza impunità, ma anche giustizia senza pregiudizio.
Colpisce che proprio Lino Aldrovandi, padre di Federico, abbia invitato alla cautela, chiedendo nello stesso tempo indagini rapide, trasparenti e approfondite. È una posizione che nasce dal dolore ma rifiuta la vendetta, dimostrando come la memoria possa diventare una scuola di civiltà.
Se vi è una somiglianza che dobbiamo augurarci non esista tra Ferrara e Bologna, non riguarda soltanto l’esito degli accertamenti giudiziari. Riguarda soprattutto il rischio che si ripetano errori investigativi, ritardi, opacità o contrapposizioni ideologiche capaci di dividere il Paese prima ancora che emerga la verità.
Le istituzioni democratiche si misurano proprio in questi momenti. La fiducia nelle forze dell’ordine non si costruisce occultando eventuali responsabilità, ma accertandole quando esistono. Allo stesso modo, il rispetto dei diritti fondamentali non si difende sostituendo il processo con il processo mediatico.
L’eredità del caso Aldrovandi non consiste nell’alimentare sospetti automatici, ma nell’avere insegnato che ogni morte avvenuta sotto il controllo dello Stato esige una sola risposta: una verità completa, indipendente e credibile. Solo così, qualunque essa sia, potrà essere davvero una verità di giustizia.







