Garlasco, il dubbio che torna a bussare alla porta del processo

di Cecchino Cacciatore-

Il caso Garlasco non torna soltanto nelle cronache. Torna, più profondamente, come domanda sul processo penale, sui suoi limiti, sulle sue ferite e sulla pericolosa distanza che può aprirsi tra verità giudiziaria e verità storica. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nel 2007, sembrava avere trovato un approdo definitivo nella condanna di Alberto Stasi, divenuta irrevocabile nel 2015. Eppure quella definitività oggi appare attraversata da nuove inquietudini investigative, da nuove consulenze, da nuovi nomi, da nuovi frammenti probatori che non possono essere trattati come semplice materiale televisivo.

Le recenti novità su Andrea Sempio impongono cautela estrema. Sempio, già in passato lambito dalle indagini e poi archiviato, è oggi al centro di un nuovo filone investigativo; secondo le notizie più recenti, la Procura di Pavia lo considera unico indagato, mentre egli si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il quadro evocato dagli organi di informazione comprende il DNA sotto le unghie di Chiara, la cosiddetta “impronta 33”, lo scontrino, le telefonate, le nuove intercettazioni in cui Sempio avrebbe parlato di un presunto video e di un approccio rifiutato dalla vittima. Elementi gravi, se confermati; ma ancora elementi da verificare processualmente, non da consumare nel tribunale della rappresentazione mediatica.

Proprio qui si colloca il punto essenziale. Garlasco non è soltanto il processo di un uomo condannato, né oggi può diventare automaticamente il processo di un altro uomo mediaticamente sospettato. È il paradigma di una fragilità: quando la prova scientifica nasce dentro una scena contaminata, dentro accertamenti tardivi, dentro ricostruzioni oscillanti, il processo rischia di trasformare l’incertezza in suggestione. E la suggestione, quando viene cucita con altri indizi deboli, può assumere la forma apparente della “convergenza del molteplice”: tanti frammenti singolarmente non decisivi vengono ricondotti a una armonia unitaria che, più che dimostrare, persuade.

È ciò che rende Garlasco una vicenda ancora aperta sul piano culturale, prima ancora che giudiziario. Stasi fu assolto due volte e poi condannato. La stessa materia probatoria — telefonata al 118, alibi, percorso nella villetta, impronte, tracce biologiche — è stata letta diversamente nelle varie fasi. Il problema non è stabilire oggi, per via giornalistica, chi sia colpevole. Il problema è chiedersi se un ordinamento possa tollerare che il ragionevole dubbio venga prima riconosciuto, poi superato attraverso una ricomposizione indiziaria fondata su elementi scientificamente discutibili.

Le novità su Sempio, se da un lato possono aprire scenari investigativi rilevanti, dall’altro non devono produrre l’errore opposto: sostituire una verità mediatica nuova a una verità processuale vecchia. Non basta dire che vi sono nuovi indizi per costruire una colpevolezza. Ma non basta neppure invocare il giudicato come muro simbolico contro ogni dubbio. Il giudicato è necessario alla stabilità del diritto; non può però cancellare, sul piano della coscienza giuridica, il dovere di interrogarsi quando emergano elementi capaci di incrinare la narrazione su cui una condanna si è formata.

La vicenda dimostra allora una cosa semplice e terribile: la prova scientifica non è neutra se nasce male, se viene raccolta male, se viene interpretata dentro un bisogno di chiusura. Il DNA degradato, l’impronta controversa, la traccia ambigua, la telefonata riletta a distanza di anni non possono diventare prove solo perché il processo ha bisogno di una risposta. Il processo giusto non è quello che comunque trova un colpevole; è quello che sa fermarsi quando la verità non può essere raggiunta senza forzare il metodo.

Per questo Garlasco continua a inquietare. Non perché si debba assolvere o accusare qualcuno attraverso un articolo. Ma perché ricorda che il dubbio non è una sconfitta della giustizia: è, talvolta, la sua ultima forma di dignità. E se oggi il nome di Sempio riapre una ferita che sembrava chiusa, quella ferita non riguarda solo lui, né solo Stasi. Riguarda il modo in cui un processo penale decide di convivere con il limite, senza trasformare l’incertezza in condanna e senza consegnare la giustizia al clamore.

Cecchino Cacciatore Cecchino Cacciatore

Cecchino Cacciatore

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Cecchino Cacciatore è nato a Salerno il 10 aprile 1968. E’ avvocato penalista del Foro di Salerno. Impegnato sui temi del garantismo, dei diritti inalienabili delle persone e della solidarietà, ha ricoperto i ruoli di segretario della Camera Penale Salernitana e di Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, oltre che di Direttore della Scuola di Specializzazione della professione forense, istituita su sua proposta dallo stesso Consiglio dell’Ordine. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla giustizia e le condizioni sociali e politiche degli ultimi, tra cui circa 300 articoli e 5 libri. Si ricordano in particolare: La penna e la toga. Scritti e interventi giornalistici su politica e giustizia- D’Amato Editore, 2020. Il diritto tra le righe. Viaggio alla ricerca della giustizia nella letteratura- D’Amato Editore, 2022; Riforma Cartabia- Penale. Schemi e tavole sinottiche, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, Camera Penale Salernitana; La giustizia è anche domani- D’Amato Editore, 20232024; La storia compagna della giustizia (nei dintorni della libertà)- D’Amato Editore, 2025.

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