La grazia, tra cinema, diritto e opportunità politica
di Gaspare Dalia*
In un momento storico di poco successivo a un accesissimo dibattito sulla riforma della Giustizia, in moltissimi si sentono – a ragione – legittimati a esprimere un giudizio non solo sull’operato del Governo, ma anche sul Presidente della Repubblica, organo massimo di garanzia della nostra democrazia costituzionale.
Non è, questo, un eccesso di protagonismo civico. È, semmai, la logica conseguenza di settimane in cui milioni di cittadini sono stati chiamati a ragionare sulle fondamenta del sistema giudiziario: chi separa le carriere, chi nomina i giudici, chi custodisce l’equilibrio tra poteri.
Quando si alimenta quella conversazione pubblica, non ci si può poi stupire che si pretenda di continuarla.
Nel vortice dei commenti che si è levato – tra post e acute riflessioni di giornalisti, alcuni dei quali hanno sollevato addirittura lo spettro di scenari opachi attorno alla richiesta stessa di grazia – emergono responsabilità distribuite su più livelli.
La Minetti, infatti, è una figura nota a livello intergenerazionale: il suo “volto” appartiene al racconto del trentennio berlusconiano, a quella stagione della politica e del costume che ha lasciato un’impronta profonda – e controversa – sulla società italiana. Concederle la grazia non è, quindi, un atto burocratico invisibile; è un gesto che porta con sé un peso simbolico enorme, e chi occupa tutti i ruoli istituzionali di quella catena non poteva non saperlo.
In questo caso, ciò che emerge con forza è una responsabilità diffusamente condivisa, che attraversa l’intera catena istituzionale e politica coinvolta nella decisione. Non c’è un solo colpevole, ma un intreccio di ruoli, funzioni e omissioni che, sommandosi, producono un esito dirompente sul piano della credibilità delle istituzioni.
Al vertice della magistratura di sorveglianza si colloca la responsabilità istituzionale della Procura e dell’ufficio che ha istruito l’istanza, accogliendo e valorizzando elementi fattuali poi rivelatisi quantomeno controversi. La ricostruzione contenuta negli atti, che insiste sulla giovane età della graziata al momento dei fatti, sul suo impegno umanitario e su un percorso di riscatto sociale, è stata assunta come base di valutazione senza che emergano, almeno a posteriori, dubbi o verifiche ulteriori sulla solidità delle informazioni fornite.
In questo snodo si consuma una responsabilità eminentemente istituzionale: quella di un potere dello Stato che, nel certificare una certa rappresentazione della realtà, contribuisce in modo decisivo a orientare l’intera catena decisionale. E, dunque, diventa una decisione politica.
La responsabilità del Ministro della Giustizia, poi, si inserisce precisamente in questa catena, ma non si esaurisce nel ruolo di semplice “passacarte”. Il Guardasigilli, per funzione e tradizione, richiama la millenaria figura, non certo ornamentale, del custode del sigillo dello Stato, garante della coerenza e dell’integrità e della tenuta complessiva del circuito giustizia; pertanto, ci si attende che non si limiti a confidare ciecamente nei documenti che gli vengono sottoposti dalla difesa, dalla Procura, dai carabinieri. Quando si affida, senza esercitare un controllo critico proporzionato alla delicatezza del caso, a un fascicolo che contiene elementi poi contestati, il Ministro non è solo un anello neutro: diventa il punto in cui lo “scaricabarile” istituzionale si consolida, trasformando la catena delle fiducie in un’unica responsabilità politica, che porta il suo nome e il suo sigillo.
Sul piano del Colle, la responsabilità del Presidente della Repubblica assume una dimensione ancora diversa. In quanto garante ultimo dell’equilibrio costituzionale, il Presidente non è chiamato solo a verificare la correttezza formale degli atti, ma anche a ponderarne l’impatto simbolico, soprattutto quando il beneficiario della grazia è figura-simbolo di una stagione politica e giudiziaria ancora incisa nella memoria collettiva. Il fatto che la firma sia intervenuta su un’istanza rivelatasi, in parte, basata su dati contestati, al punto da costringerlo a chiedere chiarimenti al Ministro, trasforma questa vicenda in una scossa fortissima alla fiducia nell’intero circuito istituzionale: quel gesto – il Capo dello Stato che scrive al Guardasigilli per sapere se gli hanno raccontato la verità – è, come ha scritto qualcuno con efficace sintesi, una colossale vergogna istituzionale.
Se si mettono insieme questi tre livelli – magistratura, Ministro, Presidente – il quadro che emerge è quello di una responsabilità politica enorme, non potendosi trattare semplicemente di una “svista” o di un errore isolato, ma di un corto circuito diffuso, in cui ciascun attore, restando formalmente nel perimetro delle proprie competenze, contribuisce a un esito complessivo che indebolisce l’autorevolezza delle istituzioni nel loro insieme.
È proprio questa somma di responsabilità, più che il singolo atto di grazia, a restituire la misura del danno politico arrecato al sistema.
Eppure, la vera responsabilità – quella che nessuno vuole prendersi fino in fondo – è di Paolo Sorrentino: con la sua lirica, con la capacità di trasformare l’esercizio del potere in melodramma dell’anima, il regista napoletano, nella sua ultima opera cinematografica, ci ha illusi che la scelta di firmare una grazia sia sempre accompagnata da un tormento interiore, da una lotta segreta tra la miseria e l’altezza dell’essere umano.
Nei suoi film, chi decide porta il peso della decisione come una croce visibile, quasi una liturgia laica della coscienza. Questa visione, bellissima sul grande schermo, ha contribuito a creare un’aspettativa distorta: ci si attende che chi concede grazia abbia vissuto una notte oscura dell’anima equivalente a quella dei suoi personaggi, mentre la realtà sembra più prosaica, più legata a istanze firmate in fretta, a catene di fiducia mai verificate, a calcoli di opportunità che tutto hanno del tragico squallore umano.
Il suo merito, tuttavia, è speculare: averci mostrato, con delicatezza, che nel diritto penale – inteso come disciplina nella totalità della sua funzione – è sempre problematico stabilire, una volta per tutte, dove stia la verità e per averci ricordato, in filigrana, che lui stesso “non avrebbe fatto un ciak migliore”.
**Avvocato, Professore Associato di Procedura Penale UNISA
Il regista Paolo Sorrentino durante la Mostra del Cinema di Venezia del 2018. Pietro Luca Cassarino. Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0







