Diritti civili, quando la storia rischia di tornare indietro
di Cecchino Cacciatore-
Aborto, unioni civili, fine vita: circolano proposte che riscrivono decenni di conquiste. Vale la pena ricordare da dove vengono le leggi che oggi si vogliono cambiare.
Circolano alcune proposte su aborto, famiglia e fine vita: l’ingresso delle associazioni pro-vita nei consultori, il limite alla somministrazione della pillola abortiva in regime ambulatoriale o domiciliare, il riconoscimento giuridico del concepito, l’abrogazione delle unioni civili con il matrimonio ridotto a unico istituto di coppia legato alla “potenza procreativa”, lo stop ai contenuti su temi gender e omosessuali in tv per gran parte della giornata, e il no a eutanasia e suicidio assistito. Prima di discuterle nel merito, vale la pena capire da dove vengono le leggi che oggi si vogliono cambiare.
## Una legge nata alla fine di un decennio di riforme
La legge 194 non è nata in un vuoto. È il 1978, e arriva al termine di un decennio che aveva già trasformato profondamente il paese: lo Statuto dei lavoratori del 1970, che rafforzava la tutela della dignità e della libertà personale sul luogo di lavoro; il divorzio, sempre del 1970 e confermato dal referendum del 1974; la riforma del diritto di famiglia del 1975, che aboliva la patria potestà maschile e sanciva la parità tra coniugi; e, nello stesso 1978, la legge Basaglia, che chiudeva i manicomi restituendo dignità e diritti alle persone con disturbi psichici, fino ad allora private della libertà personale al di fuori di ogni garanzia.
La 194 si inserisce in quella stagione, ma nasce anche da un’urgenza molto concreta: l’aborto clandestino, quello praticato nelle “cliniche degli angeli” o dalle mammane, che ogni anno uccideva e mutilava migliaia di donne. Non era una legge “pro-aborto”: il suo primo articolo parla esplicitamente di tutela della vita fin dal concepimento e mette la prevenzione al primo posto. Ma affiancava a quella prevenzione un principio altrettanto centrale: che la decisione finale, nei primi 90 giorni, spettasse alla donna, non allo Stato né a un’associazione esterna.
I consultori familiari nascono proprio dentro quella logica: strutture pubbliche pensate per informare, sostenere, offrire alternative concrete a chi si trova in difficoltà, così da ridurre il ricorso all’aborto attraverso l’autonomia e il supporto, non attraverso la pressione. Trasformarli in luoghi dove entrano per legge le associazioni pro-vita capovolge quella funzione: non più spazio neutro di ascolto e prevenzione, ma luogo orientato a persuadere in una direzione precisa, in un momento in cui la donna è già in una condizione di vulnerabilità. È la differenza tra sostenere una scelta e condizionarla.
## Le unioni civili: un diritto nato per includere, non per premiare la procreazione
Anche le unioni civili, introdotte nel 2016 con la legge Cirinnà dopo una battaglia lunga vent’anni, rispondevano a un principio preciso: riconoscere giuridicamente relazioni stabili che già esistevano nella vita reale delle persone, garantendo diritti fondamentali — successione, assistenza in ospedale, tutela in caso di malattia o morte del partner — indipendentemente dal sesso dei componenti della coppia.
Il punto centrale, dal punto di vista progressista, è che la dignità di una relazione e i diritti che ne derivano non dipendono dalla capacità o dalla volontà di procreare. Vincolare il matrimonio esclusivamente alla “potenza procreativa della coppia” esclude non solo le coppie omosessuali, ma anche le coppie eterosessuali infertili, quelle anziane, quelle che scelgono consapevolmente di non avere figli: riduce l’affettività e la vita di coppia a funzione riproduttiva, un’idea che il diritto di famiglia italiano aveva superato da tempo.
## Un insieme coerente, ma regressivo
Prese nel loro insieme, queste proposte non sono singole correzioni tecniche: ridisegnano l’impianto valoriale su cui poggiano quarant’anni di diritti civili, spostando l’asse dalla libertà di scelta individuale al controllo statale-ideologico su corpo, famiglia e identità. Personificare giuridicamente il concepito, istituire un ministero della “Famiglia naturale”, abrogare le unioni civili: sono tutti tasselli dello stesso schema, che sostituisce il principio di autodeterminazione con un modello unico imposto dall’alto.
Guardato nel suo complesso, questo tipo di programma non si limita a modificare singole leggi: propone un cambio di paradigma culturale che riguarda il modo in cui lo Stato immagina il corpo, la famiglia e l’identità delle persone. Il filo che lega la stretta sui consultori, l’abrogazione delle unioni civili, il limite ai contenuti su temi gender e omosessuali in tv e il no a eutanasia e suicidio assistito è lo stesso: la sostituzione del principio di autodeterminazione — su come nascere, amare, curarsi e morire — con un modello unico, dichiarato “naturale”, che lo Stato promuove e in parte impone.
È una restaurazione che si muove in direzione opposta rispetto a decenni di riforme — dallo Statuto dei lavoratori al divorzio, dalla riforma del diritto di famiglia alla legge Cirinnà — che avevano progressivamente ampliato lo spazio di libertà individuale sottraendolo al controllo dello Stato o della morale dominante. Non si tratta di ritocchi tecnici a singole materie, ma di un insieme coerente che, materia per materia, restringe quello spazio.
## Il fine vita: un diritto già riconosciuto dalla Corte costituzionale
Anche il capitolo del fine vita ha una storia precisa, più recente ma altrettanto rilevante. Nel 2019, con la sentenza 242 sul caso di Fabiano Antoniani (dj Fabo) e Marco Cappato, la Corte costituzionale ha stabilito che, a determinate condizioni — patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di intendere e volere — il suicidio assistito non è punibile: un principio che nasce non da un’ideologia, ma dal bilanciamento tra il diritto alla vita e il diritto all’autodeterminazione della persona nella fase finale della propria esistenza, in condizioni che il legislatore non aveva ancora disciplinato per legge.
Un “no” categorico a eutanasia e suicidio assistito, oggi, significherebbe fare arretrare lo Stato rispetto a un principio che la stessa Corte costituzionale ha già riconosciuto, negando per via ideologica una scelta che l’ordinamento affida al singolo proprio nei momenti di massima vulnerabilità: quelli di fine vita.
## L’altro lato dell’argomento
Chi sostiene questa proposta la presenta in termini diversi: parla di crisi demografica reale — l’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo — di necessità di rafforzare la tutela della vita nascente senza voler reintrodurre il reato d’aborto, e di una visione della famiglia “naturale” come modello da incentivare, non necessariamente da imporre con la forza, attraverso leva fiscale e welfare. Sostiene inoltre che l’informazione sul battito fetale sia un atto di trasparenza verso la donna, non di coercizione, e che il no a eutanasia e suicidio assistito risponda alla tutela dei soggetti più fragili, per timore di derive o pressioni indebite sulle persone malate o anziane.
Sono argomenti che meritano di essere discussi nel merito, ma che non cambiano il punto centrale: la differenza tra incentivare delle scelte e restringere per legge lo spazio di autonomia delle persone.
## Il senso della storia, e cosa vuol dire tornare indietro
La storia, quando raccontiamo le sue tappe fondamentali, la ricordiamo quasi sempre come un cammino in avanti: l’abolizione della schiavitù, il voto alle donne, la fine della segregazione razziale, la chiusura dei manicomi, il diritto di divorziare, di sposarsi liberamente, di scegliere. Sono capitoli che nei libri di scuola vengono presentati come conquiste, non come oscillazioni reversibili: il progresso civile viene celebrato proprio perché si dà per acquisito che certi diritti, una volta riconosciuti, non tornino indietro.
È questo il motivo per cui ogni proposta che rimette in discussione un diritto già conquistato — non lo amplia, non lo corregge, ma lo restringe o lo cancella — pesa più di una normale dialettica politica tra maggioranza e opposizione: perché tocca l’idea stessa che la storia, quando cammina verso più libertà e più autodeterminazione, non dovrebbe fare marcia indietro.
Tornare indietro su un diritto significa dire a chi lo ha ottenuto, spesso pagandolo con anni di battaglie, manifestazioni, sentenze e persino vite perdute, che quella conquista non era definitiva ma solo provvisoria, revocabile in base a chi governa in un dato momento. È una lezione che vale per l’aborto come per le unioni civili, per il fine vita come per qualunque altro diritto: la differenza tra una società che discute come garantire meglio la libertà delle persone e una società che discute se togliergliela.







