L’ordinamento giudiziario come storia della libertà
Dallo Statuto albertino all’intelligenza artificiale-
di Cecchino Cacciatore-
Il volume di Roberto Bichi, L’ordinamento giudiziario. Lezioni di storia del sistema giudiziario dallo Statuto albertino all’applicazione dell’intelligenza artificiale, pubblicato da Pacini Giuridica nel 2022, affronta un tema apparentemente tecnico — l’ordinamento giudiziario — restituendolo alla sua vera dimensione: quella di una grande questione storica, costituzionale e democratica. Il pregio principale del libro sta nel mostrare che l’organizzazione della magistratura non è mai neutra, ma rivela sempre l’idea di Stato, di sovranità, di libertà e di rapporto tra potere e garanzia.
Bichi parte dagli ordinamenti preunitari, considerati non come semplici antecedenti antiquari, ma come matrici profonde della futura giustizia italiana. L’esperienza napoleonica e quella della Restaurazione mostrano già una tensione decisiva: la razionalizzazione della giustizia e il superamento delle giurisdizioni feudali non producono ancora indipendenza, ma una magistratura gerarchica, funzionaria, sottoposta all’esecutivo. Nel Regno delle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto e nel Granducato di Toscana emergono modelli diversi, ma tutti segnati dal problema essenziale del rapporto tra giudice e potere politico. Particolarmente significativa è la guarentigia amministrativa borbonica, volta a impedire che il giudice interferisse con l’amministrazione: il giudice, in quel modello, non è limite del potere, ma sua articolazione subordinata.
Con lo Statuto albertino si apre una fase nuova, ma ancora ambigua. La giustizia “emana dal Re” ed è amministrata in suo nome: si afferma una prima professionalizzazione della magistratura e si introduce l’inamovibilità, ma il legame con la Corona e con il Ministro della giustizia resta fortissimo. L’ordinamento unitario del 1865 costruisce una magistratura nazionale attraverso concorsi, carriere, gradi e fascicoli personali, ma conserva una struttura gerarchica e ministeriale. Anche il pubblico ministero viene configurato come rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria, privo di vera autonomia.
Il fascismo, con l’ordinamento Grandi del 1941 e con il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, porta alle estreme conseguenze queste tendenze autoritarie. La magistratura è piegata alla funzione politica del regime; il Ministro domina carriera, disciplina e pubblico ministero. Il Tribunale speciale rappresenta la negazione più radicale dello Stato di diritto: giudici militarizzati, rito eccezionale, difesa compressa, custodia automatica, repressione del dissenso politico.
Il biennio 1943-1945 è letto da Bichi come una fase drammatica di frattura e continuità: crolla il regime, ma gli apparati giudiziari e i codici sopravvivono. La Resistenza, la Liberazione, le giurisdizioni straordinarie, l’epurazione e il rifiuto del giuramento alla RSI mostrano il conflitto tra legalità, giustizia politica e responsabilità morale. L’epurazione della magistratura fu reale ma limitata, spesso prudente, incapace di colpire fino in fondo le compromissioni giuridiche e culturali con il fascismo e il razzismo.
La Costituzione repubblicana segna una rifondazione, ma non una soluzione definitiva. Bichi parla efficacemente di “compromesso aperto”: autonomia e indipendenza della magistratura vengono affermate, ma restano nodi irrisolti, soprattutto sul CSM, sulla carriera e sul pubblico ministero. La Costituzione non impone la separazione delle carriere, ma neppure la esclude; lascia aperto il problema del diverso statuto tra giudici e requirenti. Centrale è la figura di Calamandrei, favorevole all’autonomia, ma consapevole della necessità di una qualche responsabilità democratica del pubblico ministero.
Il capitolo sui magistrati e l’impegno politico affronta un altro nodo delicato: il magistrato è cittadino, ma la sua funzione impone misura, riserbo e apparenza di imparzialità. La partecipazione politica, specie elettorale, può incrinare la fiducia pubblica nella giurisdizione.
Infine, il tema dell’intelligenza artificiale chiude coerentemente il percorso. L’IA può aiutare la ricerca, l’organizzazione e l’efficienza della giustizia, ma non può sostituire il giudizio umano. La decisione giudiziaria non è calcolo: è interpretazione, motivazione, responsabilità, confronto con i diritti e con la storia. Il libro di Bichi mostra così che l’ordinamento giudiziario è sempre il luogo in cui si misura se la giustizia sia garanzia della libertà o strumento del potere.







