6 maggio 2016, il caso Chindamo
di Michele Bartolo-
Sono trascorsi dieci anni da un evento triste, tragico ma altamente simbolico. Maria Chindamo, imprenditrice agricola di 44 anni, scompare appunto il 6 maggio 2016 a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, in un caso di lupara bianca legato alla criminalità organizzata, dopo essersi opposta alla gestione mafiosa dei terreni.
La vicenda, che ha visto recenti sviluppi giudiziari, è diventata un simbolo di lotta contro la violenza patriarcale e mafiosa. Maria era una donna libera, cresciuta in una famiglia perbene, normale, del territorio, con genitori insegnanti. Era brillante, simpatica, intelligente, ferma nelle sue intenzioni. Sin da giovane decide di scegliere la sua strada in libertà, cosa studiare, quando, di chi innamorarsi e fino a quando. Studia all’istituto tecnico commerciale dove conosce Nando, fratello di una sua compagna di classe, e se ne innamora a 15 anni. Si sposa presto, a 21 anni, studia all’università e diventa commercialista. Nel frattempo, ha tre figli, si laurea, si abilita, apre il suo studio e insieme al marito apre un’azienda agricola tra la provincia di Reggio e quella di Vibo.
Una donna forte, autonoma, realizzata nel lavoro e nella famiglia. A un certo punto, però, la relazione con Nando, cominciata quasi 30 anni prima, si incrina e Maria annuncia di volersi separare. Ecco subentrare la cultura patriarcale, violenta e ‘ndranghetista nella sua vita: il suocero impone al figlio di farsi valere e di impedire la separazione ma l’uomo, profondamente turbato, tenta il suicidio una prima volta e poi ci riesce nel 2015. Da allora, da un lato la famiglia del marito attribuisce le colpe del suicidio a Maria, dall’altro la donna rimane sola, in un territorio ad altissima densità criminale, a gestire la sua casa e il suo studio. La sua determinazione e la sua forza d’animo, però, le consentono di reinventarsi imprenditrice agricola, ma passa un periodo terribile, con pressioni e difficoltà.
Quasi un anno dopo il suicidio del marito, la mattina del 6 maggio 2016, intorno alle 7, Maria Chindamo ha un appuntamento con due collaboratori all’azienda agricola ma si ritrova davanti altre persone che l’aspettano e, appena scesa dalla macchina, l’aggrediscono. Si ritrovano schizzi di sangue, ciocche di capelli sparsi sulla carrozzeria dell’auto e su un muretto adiacente, e la portano via.
Intervengono i carabinieri e la procura di Vibo Valentia avvia un’indagine. Partono le ricerche, campagne di scavo nei terreni della famiglia del marito, sequestri di mezzi. La svolta avviene il 07 settembre 2023 con l’arresto di un uomo, Salvatore Ascone, proprietario dei terreni confinanti a quelli di Maria. Dall’indagine della Dda di Catanzaro, esce un quadro composto da più tasselli: Maria Chindamo sarebbe stata uccisa e fatta scomparire su mandato del suocero per vendicare il suicidio del figlio e punirla per l’inizio di una nuova relazione. Nello stesso tempo, la criminalità organizzata avrebbe approfittato della circostanza per appropriarsi dei suoi terreni, di cui era interessata da tempo, con offerte sempre rifiutate dall’imprenditrice.
Ascone “avrebbe manomesso l’impianto di sorveglianza che avrebbe potuto riprendere l’aggressione e avrebbe distrutto il corpo di Maria dandolo in pasto ai maiali e triturandolo poi con un trattore”, come rivelato da alcuni pentiti.
Il processo è cominciato il 14 marzo 2024 ed è ancora in corso. Queste ipotesi sono probabilmente un pezzetto di verità ma non si può escludere che anche altre persone possano aver collaborato come mandanti e come esecutori, come persone che abbiano visto o saputo quello che è successo e che al momento ancora non sono state individuate, nascoste dietro una coltre di omertà. Sono passati dieci anni e non abbiamo verità e giustizia, ma questa storia tragica contiene anche dei germogli di speranza.
Proprio il 06 maggio, come ogni 06 maggio dalla scomparsa di Maria, i suoi familiari, insieme a rappresentanti delle istituzioni e della società civile, si sono ritrovati davanti al cancello dell’azienda agricola. Così si esprime il fratello Vincenzo: “La violenza patriarcale e criminale voleva far diventare questo luogo simbolo di morte ed è diventato un luogo di incontro di gente, giovani, associazioni e forze governative che si incontrano il 6 maggio per esprimere il senso di rinascita di un territorio”.
Dallo scorso anno, una parte della vecchia inferriata è stata rielaborata da un artista siracusano e trasformata in una spirale che lancia frecce verso il cielo, simbolo di rinascita e forza. Ancora, una tredicenne ha fatto la tesina di terza media su Maria Chindamo e le realtà antimafia e persino alcuni detenuti hanno mostrato solidarietà ai familiari di Maria. La vera speranza è che le giovani generazioni e l’intero territorio reagiscano, non in maniera occasionale, ma in modo convinto, strutturato, in tutte le loro componenti, unica possibilità di riscatto per una terra vilipesa ed umiliata da uomini criminali e codardi.







