Nata viva poi l’utilizzo dei tessuti fetali per la ricerca: il caso di Clementine

di Michele Bartolo-

La tematica dell’aborto, come sappiamo, ha una grande rilevanza etica ed implicazioni direttamente collegate alla dignità umana. Si è spesso discusso, al di là degli aspetti religiosi, quale diritto debba avere la prevalenza, se quello della madre a decidere di interrompere la gravidanza per le ragioni più disparate o quelle del concepito che, anche nei primissimi mesi di gestazione, ha diritto di essere considerato come un essere umano a tutti gli effetti e quindi come un soggetto da tutelare e portatore di una propria dignità.

Il caso di Clementine Kearns è il classico caso in cui la realtà supera la fantasia. Una precisazione va subito fatta: in questo caso non parliamo di un aborto volontario determinato dalla decisione della donna, ma di una interruzione prematura della gravidanza.

Ebbene, all’esito del predetto aborto forzato, avvenuto al quinto mese di gravidanza, sono state sollevate gravi accuse dal padre, Tommy Kearns, riguardanti il presunto prelievo e traffico di organi e tessuti fetali. Sembrerebbe, cioè, che la neonata sia stata fatta nascere viva a cinque mesi di gestazione presso una clinica del New Jersey (Cherry Hill Women’s Center) e che i suoi tessuti siano stati successivamente trafficati a scopo di ricerca medica.

Questo caso ha dato origine ad una battaglia dai risvolti legali e mediatici, documentata anche nel video-reportage intitolato “What Happened to Clementine?” diffuso a metà 2026 dal Center for Medical Progress.

I genitori, quindi, hanno intrapreso una battaglia pubblica sia per riottenere i resti della figlia per poterle dare una sepoltura, sia per chiedere l’incriminazione delle persone coinvolte.

Stiamo parlando degli Stati Uniti d’America e di una normativa molto diversa dalla nostra. Ad esempio, in Italia la possibilità di espiantare organi o utilizzare tessuti per la ricerca scientifica presuppone l’obbligatorio consenso dell’interessato. Sostanzialmente è quello che avviene quando ci rilasciano la carta di identità, ora nel formato elettronico, nel momento in cui bisogna prestare il consenso anticipato o negarlo per autorizzare l’espianto degli organi all’atto della cessazione delle funzioni vitali.

Ecco questo è il punto centrale: è giusto salvare nuove vite, è sacrosanta la ricerca medico-scientifica ma nella sola ipotesi in cui sia assolutamente certa la morte clinica del soggetto sul quale vengono effettuate le operazioni sanitarie e lo stesso sia stato messo in condizione, in vita, di prestare il proprio consenso a tali pratiche sul proprio corpo.

Negli Stati Uniti, invece, siamo nel pieno del caldissimo dibattito politico e legale relativo all’utilizzo di tessuti fetali derivanti da interruzioni volontarie di gravidanza per la ricerca biomedica.

Mentre le associazioni pro-life denunciano queste pratiche come “espianto e traffico illegale di organi”, i network e le cliniche che offrono servizi di interruzione di gravidanza difendono la legalità e l’importanza scientifica delle donazioni di tessuto fetale destinate alla ricerca su malattie gravi.

La posizione dei genitori di Clementine è molto diversa: la figlia era viva, il feto aveva un cuore che batteva e sono state effettuate operazioni su di esso senza alcun consenso.

La difesa della vita parte dall’origine di essa: se veramente si vuole tutelare la vita, essa va protetta dalla culla alla tomba, senza alcuna distinzione o favoritismo. Anzi, intervenire su una povera creatura che non ha la possibilità di difendersi è ancora più cinico e crudele. La ricerca non deve essere una operazione meramente economica ed affaristica, ma prendere le mosse da una situazione in cui, senza alcun margine di dubbio, non vi siano soluzioni alternative per far proseguire una vita.

Quanto successo a Clementine potrebbe in futuro succedere a qualsiasi neonato, che si troverebbe ad essere privato della vita prima ancora di poter essere capace di intendere cosa gli stia succedendo. Anche la ricerca deve essere inserita in un quadro normativo e deve avere i suoi limiti. I genitori ora rivogliono indietro i resti della figlia, uscita viva da un aborto che ha spento le luci della speranza.                        

 

Michele Bartolo Michele Bartolo

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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