Israele e il diritto applicato al popolo palestinese, legalità formale e giustizia sostanziale

di Cecchino Cacciatore-

La figura di Giuliano Vassalli, partigiano, giurista ed ex Ministro della Giustizia, restituisce l’immagine di un giurista capace di abitare il punto più critico del diritto penale: quello in cui si incontrano memoria, legalità e giustizia.  Un riformista nel senso più alto, consapevole che ogni scelta teorica produce effetti concreti sulla libertà e sulla responsabilità.

Nel suo confronto con la formula di Radbruch, Vassalli affronta il nodo decisivo dei delitti di Stato: quando il diritto, pur formalmente valido, diventa intollerabilmente ingiusto. È qui che emergono i dilemmi fondamentali: il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, la punibilità di fatti formalmente leciti ma sostanzialmente iniqui, il rischio della retroattività, il confine tra certezza e giustizia. Vassalli non offre soluzioni semplici: rifiuta tanto il positivismo cieco quanto il moralismo incontrollato.

Questa tensione torna oggi con forza se si guarda al modo in cui Israele applica il diritto nei confronti della popolazione palestinese. Il problema non è politico in senso stretto, ma giuridico: quando un ordinamento produce effetti sistematicamente lesivi di diritti fondamentali, si riapre la frattura tra legalità formale e giustizia sostanziale. Le recenti analisi internazionali, comprese quelle delle commissioni ONU, lo dimostrano.

In questa prospettiva, il caso israeliano assume un valore paradigmatico perché costringe il giurista a misurarsi con il rischio che il diritto venga utilizzato come linguaggio di legittimazione di pratiche che incidono profondamente sulla dignità umana. È qui che la lezione di Radbruch, riletta da Vassalli, si fa contemporanea: non basta denunciare l’ingiustizia, occorre stabilire se e quando essa superi quella soglia oltre la quale la legge perde la sua stessa qualità giuridica, facendosi “intollerabile”.

Vassalli lega questa riflessione alla responsabilità storica: la memoria delle vittime impone al diritto di interrogarsi, ma senza trasformarsi in vendetta. La sua è una posizione rigorosamente democratica: anche di fronte ai crimini più gravi, non si possono sacrificare i principi di legalità e irretroattività. È questo il tratto del suo riformismo: disciplinare la giustizia entro forme che impediscano l’arbitrio.

Ma è proprio in questa architettura che si comprende fino in fondo l’attualità del suo insegnamento: se i diritti fondamentali diventano parametro interno del sistema, senza alcun confronto col principio universale e sovralegale di rispetto dell’uomo, allora la loro violazione sistematica non è più soltanto un problema morale o politico, ma una crisi di legalità.

In questa ulteriore prospettiva, si coglie anche un altro passaggio decisivo per il giurista contemporaneo: la necessità di non separare mai il giudizio sul diritto dal giudizio sul potere che lo produce.

Non esiste, infatti, un diritto neutro quando sono in gioco i diritti fondamentali. Esiste piuttosto un equilibrio fragile tra norme, istituzioni e responsabilità, che può essere continuamente incrinato. Ed è proprio qui che il pensiero di Vassalli si fa metodo: diffidare delle soluzioni assolute, interrogare le fonti, ricondurre ogni scelta entro circuiti di controllo democratico.

Vassalli emerge così come il giurista della “fedeltà difficile”: alla giustizia, perché non accetta l’impunità; alla legalità, perché rifiuta scorciatoie; alla democrazia, perché esige responsabilità pubblica; alla persona, perché non riduce mai il colpevole a nemico.

In questa prospettiva, il “Radbruch per Israele” non è un’applicazione meccanica, ma un criterio: interrogarsi se il diritto positivo resti fedele a un nucleo minimo di giustizia. E ricordare, con Vassalli, che anche davanti alle fratture più gravi la risposta non è distruggere le forme, ma rafforzarle, affinché i diritti non restino proclamazioni, ma diventino effettivi limiti al potere.

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Cecchino Cacciatore

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Cecchino Cacciatore è nato a Salerno il 10 aprile 1968. E’ avvocato penalista del Foro di Salerno. Impegnato sui temi del garantismo, dei diritti inalienabili delle persone e della solidarietà, ha ricoperto i ruoli di segretario della Camera Penale Salernitana e di Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, oltre che di Direttore della Scuola di Specializzazione della professione forense, istituita su sua proposta dallo stesso Consiglio dell’Ordine. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla giustizia e le condizioni sociali e politiche degli ultimi, tra cui circa 300 articoli e 5 libri. Si ricordano in particolare: La penna e la toga. Scritti e interventi giornalistici su politica e giustizia- D’Amato Editore, 2020. Il diritto tra le righe. Viaggio alla ricerca della giustizia nella letteratura- D’Amato Editore, 2022; Riforma Cartabia- Penale. Schemi e tavole sinottiche, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, Camera Penale Salernitana; La giustizia è anche domani- D’Amato Editore, 20232024; La storia compagna della giustizia (nei dintorni della libertà)- D’Amato Editore, 2025.

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