Bullismo e scuola: il caso di Paolo Mendico
Paolo Mendico era un giovane studente di 14 anni che si è tolto la vita l’11 settembre 2025 a Santi Cosma e Damiano, nel Lazio. I genitori avevano da subito puntato il dito sulle responsabilità dei suoi compagni e della scuola in generale, perché Paolo era stato vittima di numerosi episodi di bullismo, che ne avevano determinato l’emarginazione e la profonda sofferenza fisica e psicologica. Di recente è stato trovato anche un diario, ora sottoposto all’analisi di una psicologa e grafologa forense, ove il ragazzo raccontava quello che gli stava succedendo.
In quelle pagine parlava del bullismo subito a scuola e della sensazione di essere rimasto solo: quegli appunti sono entrati nell’inchiesta per istigazione al suicidio e potrebbero diventare uno degli elementi chiave per ricostruire cosa è accaduto. Tra gli episodi raccontati nel diario ce n’è uno legato alla scuola e al fatto di essere stato rimandato in matematica. Paolo si dice molto arrabbiato con l’insegnante perché un compagno, indicato come uno dei presunti bulli, era stato invece promosso nonostante un rendimento scarso.
La differenza, secondo quanto emerge dagli scritti, sarebbe stata l’iscrizione al doposcuola. «Era stato promosso perché si era iscritto al doposcuola, cosa che Paolo non poteva fare per motivi economici», riferisce l’esperta. E aggiunge: «La professoressa obiettò che in fondo il doposcuola non costava così tanto. Questo discorso turbò molto Paolo che probabilmente si sentì umiliato e accusato davanti alla classe intera».
Quello di cui stiamo parlando è un caso realmente accaduto, come realmente accaduto è il caso di Andrea Spezzacatena, vittima di bullismo e cyberbullismo omofobo, che si tolse la vita il 20 novembre 2012 all’età di 15 anni e dal quale è tratta la pellicola cinematografica “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Casi, storie di giovani adolescenti, di ragazzi minorenni che si sono uccisi per le violenze psicologiche subite e per la profonda solitudine relazionale emersa nei rapporti con i compagni ma anche con gli insegnanti.
L’episodio della professoressa di matematica è sintomatico, come rilevante è l’atto di accusa nei confronti dell’istituzione scolastica da parte dei genitori del povero Paolo, i quali hanno da sempre additato la preside e la vicepreside tra i principali responsabili delle omissioni della scuola nei confronti del problema, per aver tollerato e non punito in tempo i responsabili dei comportamenti persecutori nei confronti di Paolo.
A prescindere dalla giustizia penale che farà il suo corso, l’ispezione ministeriale si è conclusa con un provvedimento di sospensione dei dirigenti di qualche giorno, più di facciata per la verità che rappresentativo di un provvedimento punitivo efficace. Il tema che emerge, quindi, è non voltarsi dall’altra parte perchè quando un ragazzo viene affidato alla scuola sorge un obbligo di vigilanza e di custodia che rimane a carico esclusivo degli insegnanti e dei dirigenti.
Di fronte ad episodi di malessere o di esclusione avvenuti all’interno dell’edificio scolastico o anche fuori, ma diretta conseguenza di dinamiche createsi e sviluppatesi nell’ambiente scuola, l’insegnante e il dirigente hanno il dovere di intervenire senza esitazione alcuna. La famiglia ha sicuramente i suoi compiti e la sua responsabilità ma se vengono denunciati dei comportamenti e individuati dei responsabili non si può rinviare il problema, eluderlo o peggio ancora scaricare le responsabilità su altri.
Mi è capitato un giorno di sentire un insegnante che invitava gli stessi alunni a indicare chi tra loro avesse un comportamento scorretto o comunque non adeguato alle regole scolastiche. Interpretare così il dovere di controllo e di vigilanza che spetta alla scuola significa solo incitare alla delazione e moltiplicare i casi di vendetta o di ripicca tra i ragazzi. Deve essere l’insegnante a individuare e l’insegnante a punire o far punire chi si macchia di comportamenti devianti. Non farlo o fingere di non poterlo fare significa essere complici del bullo di turno, abdicare al proprio ruolo educativo ed avere una propria autonoma responsabilità per la morte di chi rimane solo al buio, senza intravedere la luce della speranza.






