Particolare scultoreo della regina Margherita di Durazzo.

Margherita di Durazzo: una regina quasi dimenticata

Madre degli ultimi reali di stirpe angioina, donna astuta, di grande intelletto e dal temperamento forte e tenace, Margherita d’Angiò-Durazzo, più comunemente conosciuta come Margherita di Durazzo, è forse il personaggio storico più sottovalutato dagli studiosi nonostante la sua incontenibile capacità nell’affrontare, con coraggio, le tumultuose vicissitudini storico-politiche del Regno di Napoli nel XIV secolo. Figlia di Carlo di Gravina (indicato anche come Carlo di Durazzo) e Maria d’Angiò, sorella della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, Margherita è, di fatto, la nipote di una delle prime sovrane d’Europa e tra le donne più interessanti di tutto il medioevo.

Carlo d’Angiò-Durazzo in una miniatura del Chronicon Pictum
Giovanna I (1326-1382), regina di Napoli e contessa di Provenza

Divenuta moglie di Carlo III d’Angiò-Durazzo, suo cugino di I grado), nel 1369 dalla loro unione nacquero tre figli: Ladislao I, Giovanna II e Maria che però morì ancora in fasce.

Particolare del monumento funebre a re Ladislao, Andrea Ciccione, Chiesa di San Giovanni a CarbonaraCC BY-SA 4.0
Statua di Giovanna II, parte del monumento funebre di Ladislao I, Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Napoli CC BY-SA 4.0

Nel 1381, Carlo spodesta la regina Giovanna I d’Angiò col sostegno del pontefice romano Urbano VI che gli assegna il Regno di Napoli col nome di Carlo III d’Angiò. Intanto la brama di potere del figlio adottivo di Giovanna I, Luigi d’Angiò, che nel frattempo era stato incoronato re di Napoli dall’antipapa Clemente VII ad Avignone, lo spinge a entrare in conflitto con lo stesso Carlo per il possesso del trono. Tuttavia l’anno successivo, nel 1382, lo stesso Luigi d’Angiò muore lasciando come erede al trono Maria. Grazie all’aiuto del popolo e di buona parte della nobiltà, nel 1385 Carlo spodesta la regina Maria ottenendo nel frattempo anche la corona del ramo ungherese col nome di Carlo II. L’anno successivo, vittima di un complotto dalla vedova di Luigi d’Angiò, Carlo muore avvelenato in una prigione. Per tutti questi anni di continue battaglie Margherita di Durazzo assume il ruolo di Vicaria del Regno, con provvedimenti politici e assumendosi numerose responsabilità in assenza del marito. Alla morte di Carlo, il primo marzo del 1386 Margherita assume le redini e la reggenza del Regno in attesa che il figlio Ladislao I, di soli 9 anni, abbia raggiunto il sedicesimo anno di vita nel 1393. In questi anni Margherita si dimostra estremamente responsabile nella gestione del regno e attenta nell’educazione del figlio anche nell’arte della guerra, grazie al sostegno di precettori di grande spessore. Intanto Papa Bonifacio IX, incorona Ladislao I, a soli 10 anni; tuttavia Margherita continuerà la reggenza del Regno ben oltre il 1393, fintanto che il figlio sarà impegnato a far fronte a continui agguati, complotti e strategie che rischiano seriamente di far precipitare la monarchia dei d’Angiò-Durazzo. Nel 1400 Margherita decide di trasferirsi da Napoli a Salerno, allontanandosi, in parte, anche dalla tumultuosa vita politica della corona. Decide di dimorare presso il Real Castelnuovo (parte integrande del Complesso di San Benedetto) realizzato sulle macerie orientali dell’antico palazzo normanno Castel Terracena, di cui si può ammirare, ancora tutt’ora, un elegante loggiato di cultura inizio-rinascimentale ben visibile da via San Benedetto (attualmente è sede del Museo Archeologico Provinciale, sapientemente restaurato dall’Arch. De Felice negli anni ’60 dello scorso secolo).

Real Castelnuovo oggi Museo Provinciale.

Molto devota al Santo Francesco d’Assisi, si avvicinò all’Ordine dei Francescani indossando l’abito di terziaria francescana e occupandosi, al contempo, in prima persona di politica salernitana in stretto contatto col territorio. Margherita è anche protagonista secondaria di una bellissima leggenda d’amore che vedeva coinvolta una sua damigella dal nome Antonella e uno dei cavalieri di Ladislao, Raimondo: un amore nato nei pressi di una fontana tutt’ora presente su via San Benedetto non lontana dal Real Castelnuovo.

Fontana nei pressi di Real Castelnuovo

Nell’estate del 1412 una terribile epidemia di peste costringe la regina ad allontanarsi da Salerno nel vano tentativo di sfuggire alla piaga, come accuratamente testimonia lo storico Antonio Braca. Di fatto Margherita morirà il 6 agosto dello stesso anno in un nobile palazzo di Acquamela (frazione non lontana dal Capoluogo). Lo stesso Braca riporta la testimonianza rilasciata da Bernardo De Dominici, storico dell’arte e biografo vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, degli ultimi istanti di vita della regina, un racconto accurato e ricco di particolari, tranne che per l’errore di attribuzione dell’opera funebre monumentale che non fu dell’artista Andrea Ciccione da Napoli ma, come ben si legge su un pilastrino centrale: “ABAS ANTONIUS BABOSUS MAGISTRO DE PIPERNO FECIT CUM ALESSIO DE VICO SUO LABORANTE”.

ABAS ANTONIUS BABOSUS MAGISTRO DE PIPERNO FECIT CUM ALESSIO DE VICO SUO LABORANTE Firma dell’artista Antonino Baboccio da Piperno.

In onore di Margherita di Durazzo, infatti, figlio Ladislao, di ritorno da una campagna militare contro Firenze, ingaggia lo scultore-artista Antonio Baboccio da Piperno, scultore di Corte di Ludovico di Durazzo, per la realizzazione di una monumentale tomba.

Monumneto funebre di Margherita di Durazzo

L’opera in questione è, senza ombra di dubbio, una delle più interessanti realizzazioni artistiche tardo angioine di tutta l’Italia meridionale. Baboccio, inoltre, è artista ben conosciuto a Napoli, già autore del portale della Cattedrale di San Gennaro e del monumento funebre per Ludovico Aldomorisco collocato nella Basilica di San Lorenzo Maggiore.

Antonio_Baboccio_da_Piperno di pubblico dominio
Timpano del portale della cattedrale di Napoli opera di Tino da Camaino e Babccio da Piperno.
Il monumento sepolcrale di Ludovico Aldomorisco(verso la II cappella) CC BY-SA 3.0

Dopo aver frequentato, inoltre, anche gli ambienti milanesi, apporta le sue esperienze artistiche nell’area partenopea. L’opera è un tipico esempio di monumento funebre trecentesco, in cui la cassa viene sorretta da quattro statue cariatidi che raffigurano le virtù teologali: la Prudenza, la Regalità, la Fede e la Fortezza.

Cariatide di sinistra la Prudenza
Cariatide di destra la Regalità
Le cariatidi lato parete in primo primo la Fede e la Fortezza in fondo.

Sui lati lunghi della cassa è rappresentata la regina Margherita che indossa l’abito di terziaria francescana accompagnata, ai lati, da damigelle di corte, sul fronte principale, e da suore dell’Ordine francescano sul fronte opposto, lato parete.

Stemma araldico angioino e fronte cassa scultoreo principale
Lato lungo della casa fronte parete la regina con le suore dell’Ordine francescano.

Nella parte superiore ritroviamo il baldacchino con la statua della regina giacente e due angeli che scostano le tende. Inizialmente collocata all’interno del convento di San Francesco, ma con le soppressioni degli ordini religiosi e la trasformazione del il luogo di culto in carcere maschile, l’opera del Baboccio viene traferita nella Cattedrale nel 1811.

Gruppo scultoreo la regina Margherita con le damigelle.
Damigelle particolare

Di particolare impatto visivo è la scena della regina Margherita con le damigelle vestite con preziosi abiti dell’epoca, particolare molto interessante e oggetto di studio, alcuni decine di anni fa, anche della Cirillo Mastrocinque sulla moda di Napoli nel XV secolo. Nel corso del XIX secolo la bellezza del mausoleo della regina Margherita richiama l’attenzione di un architetto francese, un certo Charles Garnier, il quale giunto a Napoli per disegnare i sepolcreti monumentali angioini, si reca nella Cattedrale di Salerno per riportare alcuni particolari del monumento funebre.

Salerne T(ombeau) de marguerite d(e) Durazzo, Sarcophage, facade principale Numero d’inventario EBA4695 Beaux-Arts de Paris – CC0 open licence

L’architetto realizza un bell’acquerellato su cartoncino di uno dei due fronti cassa scultoreo (oggi custodito nelle Beaux-Arts de Paris, numero d’inventario EBA4695) accompagnato dalla seguente descrizione “Salerne T(ombeau) de marguerite d(e) Durazzo, Sarcophage, facade principale”. Sempre custoditi nelle Beaux-Arts de Paris sono ulteriori tre disegni a carboncino su cartone di Charles Ganier.

Numero d’inventario EBA 4730 Beaux-Arts de Paris – CC0 open licence disegno di Charles Garnier (2)
Numero d’inventario EBA 4729 Beaux-Arts de Paris – CC0 open licence disegno di Charles Garnier
Numero d’inventario EBA 4728 Beaux-Arts de Paris – CC0 open licence disegno di Charles Garnier

Si tratta della raffigurazione della testa della regina che giace sotto il baldacchino, disegno preparatorio (numero d’inventario EBA 4730); un’altra che mostra la testa in primo piano giacente su un cuscino e la rappresentazione laterale del baldacchino (numero d’inventario EBA4729); la terza raffigura il baldacchino per intero con gli angeli che spostano le tende e sotto la statua giacente della regina (numero d’inventario EBA4728). Nel 2025 l’opera è stata sottoposta a un delicato intervento di restauro ad opera della ditta “Vassallo Centro-Restauro”, progetto finanziato dal Club Inner Wheel Salerno.

Navata settentrionale, monumento funebre della regina Margehrita di Durazzo.

Collocato nella navata settentrionale della Cattedrale, il monumento funebre appare, tuttavia, messo un po’ in ombra: manca, effettivamente, una giusta illuminazione oltre che qualche elemento descrittivo, il tutto nella parziale indifferenza dei salernitani poco inclini alla conoscenza della storia del proprio territorio, ma anche degli stessi turisti. Forse un cartello e qualche informazione potrebbero restituire all’opera la sua dignità.

Daniele Magliano

Architetto- giornalista che ama approfondire tematiche di architettura, urbanistica, design, ma anche di storia, evoluzione e curiosità riguardanti oggetti di uso quotidiano. Mi piace, in generale, l'arte della costruzione: riflesso del nostro vivere in quanto unisce passato, presente e futuro prossimo di una comunità.

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