Le meraviglie del quadriportico del Duomo di Salerno parte I
Realizzata per volere del duca normanno Roberto il Guiscardo e consacrata nel 1084 da Gregorio VII, la Cattedrale di Salerno, dedicata all’Apostolo Matteo, è un fulgido esempio di arte romanica. Superato il portale detto dei Leoni, ci accoglie un ambiente particolarmente suggestivo e solenne: il quadriportico, un vero e proprio contenitore di storia, cultura e stili architettonici che spaziano dal medioevo al barocco. Il deambulatorio, conserva numerosi sarcofagi d’epoca romana (riutilizzati a distanza di centinaia di anni come monumenti funebri) accompagnati da pregiati affreschi.

Il quadriportico è costituito da ben 28 colonne di spoglio in granito con quattro pilastri agli angoli. L’utilizzo degli “spolia” d’epoca per lo più romana, come testimoniano lo storico Antonio Braca e l’archeologa Angela Palmentieri, è strettamente legato al fascino che il mondo romano riscuoteva negli intellettuali salernitani e che si manifesta anche nell’utilizzo di elementi lapidei d’epoca classica. Questo legame con l’antichità lo si ritroviamo già in epoca longobarda, come ad esempio nella chiesa di Santa Maria de Lama, in Palazzo San Massimo o ancora nel monastero di San Benedetto. Prosegue, poi, sotto la dominazione normanna, con una ulteriore e maggiore attenzione nei riguardi delle vestigia antiche. Dalle colonne di spoglio del quadriportico, dipartono archi a tutto sesto al di sopra dei quali insistono, sui lati nord e sud, quattro eleganti pentafore costituite, negli archi, da diversi materiali lapidei.

Ingentiliscono le pareti rosoni con armoniosi motivi stellari realizzati alternando il tufo con il travertino, tutti elementi di stampo e realizzazione medioevale, ad eccezione del fronte della Cattedrale, da cui sporge una sorta di balconata barocca postuma che risale, di fatto, al rifacimento completo del nartece con demolizione di alcuni vani (coperti da un tetto a falda) che contenevano probabilmente dei piccoli ambienti. Tale trasformazione, voluta dall’Arcivescovo Fabrizio de Capua nella terza decade del XVIII secolo e concluso qualche anno dopo, sotto Casimiro Rossi, portò alla realizzazione della balconata, con pilastrini (piedistalli) e sette piani di appoggio dove dovevano posizionarsi delle statue di cui solo tre furono poi realizzate. Il deambulatorio del quadriportico conserva, al suo interno, sarcofagi d’epoca romana riutilizzati come monumenti funebri commissionati da importanti e prestigiose famiglie sia sul piano socio-economico che religioso. Era abitudine, tra il medioevo (in particolare nel periodo gotico) e la fine del XV secolo, il riutilizzo degli antichi sarcofagi da parte delle famiglie di alto rango le quali alle sculture presenti aggiungevano il proprio stemma o anche, in alcuni casi, dei coperchi in stile angioino. La sistemazione di tutti gli elementi funebri è il risultato di un intervento effettuato negli anni ’30 dello scorso secolo dal De Angelis: tali sarcofagi erano sparsi, infatti, tra l’atrio, l’interno della Cattedrale e nell’antico Cimitero della Terra Santa (attuale corridoio della navata destra del Duomo).

All’interno dell’enciclopedia di Jean-Claude Richard de Saint-non dal titolo “Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie” (1781-1786) viene rappresentato l’elegante quadriportico della Cattedrale: un acquaforte di Jean Louis Desprez in cui si notano due sarcofagi collocati diversamente rispetto ad oggi.

Sul lato occidentale dell’atrio, entrando a sinistra, osserviamo un particolare sarcofago collocato su due piedritti in mattoni e decorato con motivi strigilati. La sua particolarità va ricercata nel suo fondo, ovvero una lastra capovolta sulla quale è scolpita la figura di un uomo virile che regge con una mano un bastone e con l’altra un rotulo, probabilmente un centurione o comunque un militare romano.

Altra particolarità è data dal fatto che l’elemento lapideo era collocato, fino al 1932, sul fronte strada della scala d’ingresso alla Cattedrale, come una sorta di vasca di raccolta dell’acqua proveniente dalla fontana centrale del quadriportico. Sempre sul lato occidentale, entrando a destra, si scorge il monumento funebre dedicato al Vescovo di Acerno, Antonio Syrraca.


L’elegante struttura, risalente al 1436, è costituita da un reimpiego di un sarcofago d’epoca romana, inscritto all’interno di una tipica edicola gotica. Il fronte della cassa presenta, al centro, la Madonna col Bambino, mentre ai lati sono scolpiti gli stemmi del casato. La copertura è caratterizzata dalla scultura del defunto in abiti vescovili.

Di particolare interesse è anche l’affresco, in parte perduto, in cui si rappresenta, in stile tardo-gotico, la Madonna col Bambino con teste di angeli e santi.

Al di là del monumento è collocato, quasi ad angolo, un sarcofago romano, forse del III-IV secolo, probabilmente legato alle prime comunità cristiane: presenta un fronte strigilato, con rappresentazioni umane (di cui una donna sulla destra, vestita con una lunga tunica, che benedice) scolpite ai lati e un medaglione centrale.


Proseguendo sul lato meridionale, si osserva un sarcofago legato alla famiglia Capograsso, che mostra un clipeus al centro dove sono scolpiti un uomo e una donna: la donna ha una pettinatura a caschetto e fila centrale, mentre l’uomo, barbuto, ha i capelli corti. Il monumento funebre, risalente al III secolo e riutilizzato nel XIV secolo, mostra una scritta: SEPULCRUM SERGII CAPO GRASSI ET HEREDU MASCULINI SEXUS.

Ai lati del clipeo sono raffigurate delle ninfe del mare (le Nereidi) poste su Tritoni (figure metà uomini e metà pesci) in un corteo marino come augurio di un sereno passaggio nell’aldilà. Ai lati estremi della cassa sono raffigurati i puttini con le ali con fiaccola.


Sulla parete corrispondente si collocano due elementi lapidei, di cui uno con cartiglio, appartenuti all’Arc. Matteo Della Porta, vissuto nel XIII secolo.


Proseguendo sul lato meridionale, tra due colonne, compare un altro sarcofago, del III secolo, di forma ovale con altorilievi che rappresentano Dionisio (dio greco del teatro e del vino, chiamato Bacco dai romani) seduto su una pantera, e accompagnato da figure maschili a festa. Sul retro compare la scritta (DE FAMILIA CAPOGRASSA).

Percorrendo l’ala meridionale, si scorge un altro monumento funebre, di ignoto, risalente al III secolo. Esso presenta al centro un medaglione centrale con una figura di uomo dai capelli e barba corti. Ai lati si scorgono due putti alati rappresentati in maniera speculare che reggono una grande ghirlanda.

Al di sopra del monumento è murata una lastra con due paraste centrali e due decorazioni strigilate probabilmente risalente al III secolo. Spicca il particolare, al centro nella parte bassa, della rappresentazione di un cervo e di un cane che si affrontano. La lastra è stata utilizzata per l’altare della cappella Pinto. Al di sopra di questa lapide si colloca un pezzo di pluteo risalente all’XI secolo dalle forme geometriche parallele e diagonali.

Chiude il lato meridionale il sarcofago, del IV secolo, definito del “Buon Pastore” in cui, al centro, è raffigurata la figura di Gesù come un pastorello con una pecora sulle spalle.

Ai lati della figura la cassa strigilata presenta una donna con le mani alzate, sulla sinistra, e un uomo con in mano un rotolo, sulla destra.






