I social e la Gen Z

di Mariapia Vecchione-
Una droga gratuita. Oggi i social network rappresentano la prima fonte di dipendenza per gli adolescenti, lo confermano gli studiosi del Murdoch Children’s Research Institute in Australia. Questi per un decennio hanno analizzato il fenomeno legato a rischi di depressione e minore benessere ai danni dei pre adolescenti, in particolare giovanissime. Basterebbero, infatti, due ore al giorno per innescare una assuefazione e un desiderio compulsivo che porterebbe i più giovani a voler “scrollare” video sulle le piattaforme quali Tik Tok e Instagram, oppure “postare” un proprio selfie e monitorare costantemente il numero di like o visualizzazioni volendo così ottenere consenso, accettazione e stima.
Negli USA si accende il dibattito: i Social Network sono l’oppio del secolo 
La risposta arriva dagli Stati Uniti e le nazioni europee riflettono sui danni permanenti che causerebbero le piattaforme social nello sviluppo e nella crescita delle nuove generazioni. La conferma che i social media causino dipendenza arriva da una sentenza che giudicherebbe i social come un prodotto difettoso nella loro creazione e per questo motivo, indice di dipendenza e malessere.
Appena nate, queste piattaforme virtuali si proposero come luogo d’incontro virtuale fra utenti, scambio di opinione e dialogo; oggi si evince nelle piattaforme Facebook, Instagram e Tik Tok una polarizzazione mediatica, in cui il dibattito fra utenti è filtrato, dirottato da un algoritmo che sposta le argomentazioni verso il polo maggiormente attrattivo, generando così un circuito irrefrenabile. Lo spiega il giornalista e studioso del fenomeno Francesco Marino, che parla nel suo libro Turisti della Realtà del mondo ormai divenuto soltanto il riflesso di ciò che viene postato sui social: “parliamo spesso dei social media usando il linguaggio del gioco d’azzardo. In effetti, ci sono diverse somiglianze: da un lato, c’è la dinamica della riproduzione continua alla ricerca di una ricompensa; dall’altro, ci sono gli algoritmi di raccomandazione che, scommettendo sui nostri gusti, puntano a tenerci incollati allo schermo”. 
La sentenza contro Meta e Google, dal caso di Kaley a quello di milioni di persone 
I danni che l’algoritmo delle piattaforme provoca sono visibili sul caso della donna californiana Kaley che ritiene di aver citato in giudizio i colossi di internet: per la giovane ventenne i suoi disagi hanno radici profonde. A sei anni avrebbe cominciato ad utilizzare lo smartphone e a guardare video su YouTube, più tardi all’età di undici anni era diventata un’utente di Instagram e ormai, la sua vita ruotava intorno alle piattaforme social: la distinzione fra reale e virtuale non era più possibile. La depressione e l’ansia hanno finito per fagocitare la vita di Kaley, insieme al dismorfismo corporeo, il disturbo secondo il quale la propria forma fisica non è mai quella che corrisponde allo specchio. Ma il culmine per la donna sono stati i pensieri suicidi.
Il processo ha coinvolto anche una giuria di Los Angeles, stabilendo che il vortice di dolore, patologie e sofferenza della ventenne Kaley non sarebbero frutto di vicende puramente personali, ma effettivamente la risultane di scelte deliberate di Meta e Google.
Questa sentenza, aprirebbe le porte a molte altre vicende simili, dando voce a casi identici e permettendo ad altre vicende di emergere non solo in America ma anche in Europa e nel resto del mondo.
L’attenzione in Europa: le riflessioni in Italia e la scelta drastica in Francia
Dal 1 settembre la Francia vieta i social network ai minori di 15 anni, si tratta di una scelta che mira a preservare la salute dei giovani difendendoli dal pericolo delle piattaforme studiate e pensate per agire mediante un algoritmo, il quale non agirebbe in nessun modo per stimolare i ragazzi in età di sviluppo.
Commenta ancora Francesco Marino, spiegando le finalità del divieto dei social per gli under 15 e le problematiche che si potranno riscontrare in questo limite imposto dalla Francia: “è una misura su cui non sono del tutto in disaccordo, ma si possono riscontrare dei seri problemi: spesso i divieti non funzionano. Lo ha dimostrato il caso dell’Australia che ha emanato il divieto di utilizzo dei social a dicembre e tre mesi dopo erano 8 under 16 ad aver trovato il modo di raggirare il divieto per iscriversi alle piattaforme. In Francia la situazione è peggiore perché dal testo finale della legge emanata è sparita ogni menzione all’ARCOM, che è l’autorità posta a far rispettare effettivamente il divieto. Perché in realtà, imporre obblighi alle piattaforme in Europa è una competenza che spetta unicamente all’Unione Europea. Un divieto funziona se immagini uno spazio alternativo: in Australia i giovani si sono spostati su piattaforme più piccole e non controllate in cui potevano muoversi come volevano”.
Il governo italiano sta valutando proposte per emanare un disegno di legge che miri a limitare l’utilizzo dei social ai minori di 15 anni, la scelta italiana arriva dopo il caso che ha suscitato attenzione, quando nel Bergamasco, a Trescore Balneario uno studente di 13 anni ha accoltellato la propria insegnante. Il ragazzo riversava in una chat online l’odio nei confronti della propria docente e dei propri compagni.
Nonostante i limiti e le difficoltà, per la Francia si tratta del primo Paese europeo ad agire e scegliere concretamente a favore della propria nazione e dei suoi giovani, dimostrando che lo Stato ha il dovere di preservare la salute dei suoi cittadini, soprattutto quando questa è danneggiata dallo sviluppo tecnologico che avrebbe dovuto migliorare la vita dell’individuo; una vita oggi che non ha più uno scopo per chi cade nella trappola degli algoritmi.
Mariapia Vecchione Mariapia Vecchione

Mariapia Vecchione

Mariapia Vecchione su SalernoNews24 accompagna il lettore alla scoperta di una realtà autentica, critica e audace. La sua formazione umanistica permette al suo sguardo di ricercare inestimabili meraviglie. Appassionata di arte contemporanea, fotografia, food&wine e viaggi, ma consapevole che “il viaggio più lungo è il viaggio interiore” (D. Hammarskjöld)

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