Addio a Edgar Morin, il filosofo della visione transdisciplinare del sapere
Morin nel Centre national de la recherche scientifique si dedicò, come sociologo, a temi innovativi per l’epoca: il cinema, nell’ambito del quale aderisce al surrealismo, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d’Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l’opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta. Condivide le idee di Franco Fortini e Roberto Guiducci: fonda e dirige la rivista “Arguments” (1954-1962), ispirata alla rivista italiana “Argomenti”, di Fortini. Nel 1959 pubblica il libro Autocritique. Nel 1960 viaggia in Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Messico, Tornato in Francia, pubblica L’Esprit du Temps. Nel 1961 fonda, con Roland Barthes e Georges Friedmann, la rivista “Communications”, nel 1969 Journal de Californie, qui la ragione diventa laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore,La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L’Humanité de l’humanité ed Éthique. Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere.
“Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l’intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società”, scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall’Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, “ciò che è tessuto insieme”, era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.
Scrive nel 1967 La Métamorphose de Plozévet (1967), uno dei primi saggi di etnologia sulla Francia contemporanea ma viene etichettato come “eretico” dal DGRST, cosa che contribuirà alla sua crescente avversione per l’ambiente accademico parigino, e lo indurrà a passare un tempo sempre maggiore lavorando lontano dalla capitale. Nel 1968 Morin sostituisce Henri Lefébvre all’Università di Nanterre. Coinvolto nelle rivolte studentesche di quel periodo, nel maggio 1968 scrive una serie di articoli per “Le Monde” tentando di analizzare quella che chiamava “La Comune studentesca”. Segue da vicino la rivolta studentesca con una seconda serie di articoli per “Le Monde” intitolata “La révolution sans visage”. Si dedica poi agli studi di genetica iniziatisi con la scoperta del DNA; queste influenze culturali contribuiranno alla sua visione dell’umanità e del mondo che combina cibernetica, teoria dell’informazione e teoria dei sistemi. Nel 1983 pubblica De la nature de l’URSS, con cui lo studioso approfondisce la sua analisi del comunismo sovietico.
Parlando di cultura sosteneva che “la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi”: da una parte la cultura umanistica “che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze”, dall’altra, la cultura scientifica che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”. A ciò va aggiunta la sfida sociologica: “l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare”, una conoscenza “costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero”, il quale a sua volta “è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società”. L’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: “la conoscenza tecnica è riservata agli esperti” e “mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza”.
Secondo Morin è necessario raccogliere queste sfide attraverso la riforma dell’insegnamento e la riforma del pensiero: “È la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza”. Per spiegare questo concetto Morin richiama una frase di Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Egli perciò distingue tra “una testa nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso” e una “testa ben fatta”, che comporta “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”. Secondo Morin, una “testa ben fatta”, mettendo fine alla separazione tra le due culture, consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.







