Addio a Edgar Morin, il filosofo della visione transdisciplinare del sapere

“La prima difficoltà di pensare il futuro è di pensare il presente.”  (Edgar Morin)
di Claudia Izzo-
E’ morto a 104 anni il filosofo, sociologo, antropologo Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, uno dei pensatori più famosi della sinistra intellettuale francese, dedicatosi all’epistemologia ed al suo tema focale, il “pensée complexe”, il “pensiero complesso”. E’ questo il concetto ripreso anche da Emmanuel Macron, Presidente della Francia, ed è  proprio attraverso questo approccio che Morin, che ha lavorato principalmente presso l”École des hautes études en sciences sociales (EHESS) e il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), ha cercato di comprendere la realtà tenendo conto dei diversi elementi  e livelli di organizzazione attraverso una visione olistica e non lineare del mondo, dove gli stessi sistemi complessi sono caratterizzati dall’incertezza, dalla contraddizione, dall’ ambiguità. Dunque, sono le relazioni e le interconnessioni da studiare nei sistemi complessi; i fenomeni sociali da essere compresi nell’ambito delle interazioni e influenze reciproche.
Morin, che si definì sempre agnostico o anche “incredulo radicale”, parlava di una sorta di “politica di civiltà”, formula ripresa da Macron, dove  non esiste un’unica concezione del mondo da potersi definire depositaria della Verità, dunque, in questo ambito,  le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.  La “politica di civiltà” tende a rimettere l’uomo al centro della politica e a privilegiare il “vivere bene” rispetto al semplice benessere.
Nato a Parigi nel 1921 in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, perse la madre a dieci anni e studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto.  Dopo essere stato dalla parte repubblicana nella guerra civile spagnola, aderì al Partito Comunista Francese assumendo lo pseudonimo di Morin, partito da cui fu escluso per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. “Fu come un dolore d’infanzia, enorme e molto breve”, avrebbe raccontato più tardi. Con la pubblicazione del suo primo libro L’An zéro de l’Allemagne, dedicato all’occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell’esercito francese, arrivò la rottura col comunismo che portò alla pubblicazione di Autocritique, pubblicato nel 1959.

Morin nel Centre national de la recherche scientifique si dedicò, come sociologo, a temi innovativi per l’epoca: il cinema, nell’ambito del quale aderisce al surrealismo, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d’Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l’opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta. Condivide le idee di Franco Fortini e Roberto Guiducci: fonda e dirige la rivista “Arguments” (1954-1962), ispirata alla rivista italiana “Argomenti”, di Fortini. Nel 1959 pubblica il libro Autocritique.  Nel 1960 viaggia in Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Messico,  Tornato in Francia, pubblica L’Esprit du Temps. Nel 1961 fonda, con Roland Barthes e Georges Friedmann, la rivista “Communications”, nel 1969 Journal de Californie, qui  la ragione diventa  laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore,La Méthodeuna serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L’Humanité de l’humanité ed Éthique. Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere.

“Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l’intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società”, scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall’Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, “ciò che è tessuto insieme”, era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Scrive nel 1967 La Métamorphose de Plozévet (1967), uno dei primi saggi di etnologia sulla Francia contemporanea ma viene etichettato come “eretico” dal DGRST, cosa che contribuirà alla sua crescente avversione per l’ambiente accademico parigino, e lo indurrà a passare un tempo sempre maggiore lavorando lontano dalla capitale. Nel 1968 Morin sostituisce Henri Lefébvre all’Università di Nanterre. Coinvolto nelle rivolte studentesche di quel periodo, nel maggio 1968 scrive una serie di articoli per “Le Monde” tentando di analizzare quella che chiamava “La Comune studentesca”. Segue da vicino la rivolta studentesca con una seconda serie di articoli per “Le Monde” intitolata “La révolution sans visage”. Si dedica poi agli  studi di genetica iniziatisi con la scoperta del DNA; queste influenze culturali contribuiranno alla sua visione dell’umanità e del mondo che combina cibernetica, teoria dell’informazione e teoria dei sistemi. Nel 1983 pubblica De la nature de l’URSS, con cui lo studioso approfondisce la sua analisi del comunismo sovietico.

Parlando di cultura sosteneva che “la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi”: da una parte la cultura umanistica “che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze”, dall’altra, la cultura scientifica che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”.  A ciò va aggiunta la sfida sociologica: “l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare”, una conoscenza “costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero”, il quale a sua volta “è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società”. L’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: “la conoscenza tecnica è riservata agli esperti” e “mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza”.

 Secondo Morin è necessario raccogliere queste sfide attraverso la riforma dell’insegnamento e la riforma del pensiero: “È la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell’intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza”. Per spiegare questo concetto Morin richiama una frase di Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Egli perciò distingue tra “una testa nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso” e una “testa ben fatta”, che comporta “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”. Secondo Morin, una “testa ben fatta”, mettendo fine alla separazione tra le due culture, consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.

Claudia Izzo

Claudia Izzo

Claudia Izzo, giornalista con oltre vent'anni di esperienza. Direttrice di salernonews24.it che nasce a Salerno e tratta notizie locali, nazionali e internazionali, fonda e dirige campanialife.it e cetaranotizie.com, focalizzate sulla valorizzazione del territorio.E' ideatrice e organizzatrice del Premio Nazionale Aristeia e di iniziative culturali sul territorio nazionale. Già membro della Commissione Cultura dell'Ordine dei Giornalisti della Regione Campania per il triennio 22/24, è attualmente membro del Consiglio di Disciplina Territoriale per il triennio 25/27. Docente di Giornalismo presso istituti scolastici di diverso ordine e grado è stata ghost writer per tre campagne elettorali. Ideatrice e conduttrice della rubrica Ex Libris sull'emittente RCS75, è ideatrice e coautrice del libro 'La Primavera Fuori.31 scritti al tempo del Coronavirus.( Il Pendolo di Foucault). Coniuga l 'impegno editoriale con una profonda attività di promozione culturale e saggistica: si occupa di comunicazione, storia, design e territorio.

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