Giulio Regeni, un caso che non smette di chiedere giustizia
A Rebibbia, la requisitoria del processo-
di Mariolina Marcelli-
Siamo finalmente arrivati al momento forse più atteso di tutto il processo penale sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore friulano Giulio Regeni, con la requisitoria, da parte del PM Sergio Caloiacco, avvenuta nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma. Regeni, scomparso ormai 10 anni fa, il 25 gennaio 2016, fu ritrovato morto poi solo il 3 febbraio di quell’anno, con visibilissimi segni di torture, da qui, il processo che vede come accusati quattro 007 egiziani. Questi, da quanto riportato dal PM Caloiacco, sarebbero stati sempre coperti attraverso depistaggi e prove occultate dall’Egitto. Ad oggi l’accusa chiede, ancora una volta, nella requisitoria, che venga fatta giustizia, cosa che l’Egitto, avrebbe fatto scivolare nel dimenticatoio.
Le torture non sono mai state ammesse, né portate alla luce totalmente, ma risulta evidente, sempre secondo l’accusa, che attraverso l’analisi del corpo di Regeni, la violenza attuata venga fuori chiaramente ed è proprio per questo, che il processo, mira non solo alla ricerca di giustizia per il ricercatore Friulano, ma anche ad attenzionare un metodo, violento e disumano, fatto di rapimenti e torture, che lascia le vittime senza alcun tipo di diritto. C’è da aggiungere come ulteriore aggravante che Regeni non è mai stato un reale pericolo per l’Egitto: non era una spia ma solamente un ricercatore, che trovatosi per sbaglio in quella zona, ha dovuto subire violenza. Per di più, come già sottolineato, ad essere coinvolti sarebbero dunque, agenti della sicurezza egiziana, uomini di Stato.
Ciò che caratterizza, in negativo, il processo di Giulio Regeni, come afferma Sergio Caloiacco, è stata la difficoltà nel dover comunicare con chi attuava il silenzio più assoluto non permettendo di agire nel modo giusto, poiché tutte le prove dovevano essere accertate e attenzionate sul posto, da parte quindi delle autorità egiziane, ma questo appunto, non è mai accaduto, non essendoci mai stata collaborazione.
Secondo il PM, con questi presupposti sappiamo solo che se il processo non si fosse avuto in Italia, nessuno avrebbe mai saputo dell’accaduto, probabilmente, tutto sarebbe scivolato nell’oblio, perché effettivamente, è questo, che l’Egitto avrebbe voluto.
Giulio Regeni, è diventato qualcosa di più di un semplice ricercatore che purtroppo ha subito atroci torture, è diventato un manifesto di richiesta di giustizia perchè dopo 10 anni, il suo nome continua ad essere vivo.
L’ accusa chiede un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo.
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