Gli Usa lasciano l’Iraq dopo 23 anni, ma non il controllo sul petrolio iracheno
di Sergio Del Vecchio-
Oggi 30 settembre, dopo 23 anni, le truppe statunitensi hanno abbandonato l’Iraq, ponendo fine all’Operazione Inherent Resolv, la campagna di coalizione militare internazionale contro l’Isis, lo Stato Islamico, organizzazione paramilitare terroristica fondamentalista religiosa che, approfittando della debolezza politica presente in Siria ed in Iraq, si è espansa con ferocia, seminando morte e terrore. La presenza americana era iniziata nel 2003, con un ritiro nel 2011 ed un ritorno nel 2014.
Dal 2023 la presenza delle truppe americane in Iraq è diventata insostenibile perché il Paese di Saddam Hussein, a seguito dei conflitti in Medio Oriente, si è ritrovato in un campo di battaglia tra Stati Uniti e milizie filo iraniane che hanno attaccato le basi americane mentre queste hanno risposto con raid mirati in Iraq. Quest’ultimo ha ritenuto che gli attacchi statunitensi violassero la sovranità nazionale richiedendo così, a gran voce, la fine della missione di coalizione.
Al culmine della guerra in Iraq sono stati impiegati 170mila soldati statunitensi, divenuti 2500 negli ultimi anni, mentre centinaia di militari saranno ridislocati in Giordania, dove Washington manterrà capacità di intelligence contro l’ISIS. Da adesso la responsabilità della sicurezza nazionale è nelle mani delle forze irachene, ma restano chiari punti interrogativi: cosa accadrà con le forze armate sciite vicine all’Iran e con le cellule dell’ISIS che restano attive clandestinamente?
Dal canto suo, la Difesa americana, che non vede più una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense, mira ad un disimpegno progressivo in Medio Oriente per concentrare forze e risorse nell’Indo -Pacifico e nello scenario che vede protagonisti l’Europa e la Nato.
L’accordo Biden-Zaidi prevede così il passaggio da una presenza militare di truppe sul campo a normali relazioni bilaterali di cooperazione e sicurezza (addestramento dell’aeronautica, condivisione di informazioni di intelligence e forniture militari), con una forte presenza diplomatica e, soprattutto, il controllo economico-finanziario del petrolio iracheno, i cui proventi continuano a transitare attraverso il sistema bancario di New York.







