3 settembre 1982, la morte del Prefetto dei 100 giorni che piegò le Br e sfidò la mafia
Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è a Torino come Generale di brigata quando la città è capitale della strategia terroristica delle Brigate Rosse. Grazie a lui nasce il Nucleo Speciale Antiterrorismo, una squadra di ufficiali scelti con tecniche del tutto innovative: si infiltrano nei gruppi terroristici, collaborano strettamente con la magistratura, proprio questa squadra nel 1974 cattura il fondatore delle BR, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Nel 1977 Dalla Chiesa allestisce le prime carceri di massima sicurezza e dirige il trasferimento dei terroristi più pericolosi. Dopo la morte della moglie Dora, viene nominato nel 1978 coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo, con poteri speciali e alle dirette dipendenze del ministro dell’Interno, Virginio Rognoni: è la risposta dello Stato all’assassinio di Aldo Moro, rapito e ucciso dalle BR poche settimane prima. Dal 1979 al 1981 comanda la Divisione Pastrengo a Milano. Nel 1981 Dalla Chiesa raggiunge il vertice della carriera: vice comandante generale dell’Arma, la massima carica possibile per un ufficiale dei carabinieri, la stessa che aveva rivestito suo padre.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, Giovanni Spadolini ed altri rendono omaggio alle salme del Prefetto di Palermo Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela Setti Carraro, trucidati dalla mafia.
Autore sconosciuto
La sfida a Cosa nostra, i 100 giorni a Palermo.
Primavera 1982, il governo guidato da Giovanni Spadolini, su spinta del ministro Rognoni, completa la nomina di Dalla Chiesa a prefetto di Palermo con il compito esplicito di fare contro la mafia ciò che aveva fatto contro il terrorismo. Dunque, Dalla Chiesa era per lo Stato -l’uomo della svolta-, eppure non gli furono concessi poteri di coordinamento speciali promessi e necessari, vivendo allo stesso tempo un -isolamento istituzionale- . Il 10 agosto 1982 quando il prefetto confida al giornalista Giorgio Bocca, in un’intervista destinata a fare storia, la mancanza di sostegno e di mezzi dello Stato. Le sue parole provocano polemiche e imbarazzi politici. Per la mafia dei corleonesi di Totò Riina, Dalla Chiesa rappresentava una minaccia letale. Pochi giorni prima della strage, una telefonata anonima a un quotidiano annuncia l’«operazione Carlo Alberto».
La strage di via Carini
Sono le ore 21 del 3 settembre 1982 quando il generale dalla Chiesa esce da Villa Whitaker, sede della Prefettura, a bordo di una Autobianchi A112 beige. A guidarla è la moglie, sono diretti a cena a Mondello. L’auto è seguita da un’Alfetta con l’agente di scorta Domenico Russo, ventinovenne della Polizia di Stato.
Alle 21:15, in via Isidoro Carini, l’auto di scorta viene affiancata da un motociclista che apre il fuoco su Russo con raffiche di kalashnikov AK-47. Nello stesso momento una Bmw si affianca alla A112 del prefetto: Antonino Madonia spara contro il parabrezza. I coniugi Dalla Chiesa muoiono sul colpo. Domenico Russo, ferito gravemente, muore dopo dodici giorni di agonia. Sul luogo all’indomani della strage appare una scritta affissa ad un cartello ” Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
I funerali si tengono il 4 settembre nella chiesa di San Domenico a Palermo, l’omelia dell’arcivescovo Pappalardo è durissima. Qui la folla è addolorata e contesta con grande partecipazione le autorità presenti; fischia e lancia monetine contro i politici accusati di aver lasciato solo il generale nella lotta alla mafia. Ne verrà risparmiato solo uno, il presidente della Repubblica Sandro Pertini, mentre la figlia Rita fa rimuovere le corone inviate dalla Regione siciliana e sul feretro del padre vuole soltanto il tricolore, la sciabola e il berretto della divisa da generale. Ad aprire un dibattito su questa morte che durerà decenni sarà lo scrittore Leonardo Sciascia e il figlio Nando, che accuserà la Democrazia Cristiana siciliana di corresponsabilità. Lo Stato risponde con la creazione dell’Alto commissario per la lotta alla mafia e il 13 settembre 1982 il Parlamento vara la legge Rognoni-La Torre (n. 646).
Processi
Le indagini sull’eccidio vengono portate avanti dal giudice Giovanni Falcone. Nel luglio 1983 firma quattordici mandati di cattura: una perizia balistica dimostra che il kalashnikov di via Carini è lo stesso di altri grandi delitti della guerra di mafia e che la matrice è la fazione vincente, quella dei Corleonesi. La strage di via Carini entra nel maxiprocesso di Palermo.







