Barbarismi
di Giuseppe Moesch-
Non sempre ricordiamo che il termine barbaro deriva dal greco antico e significa balbuziente; per gli antichi romani il termine veniva affibbiato a tutti i popoli fuori dai confini e comunque incapaci di parlare latino e greco.
Nel tempo, tuttavia, il significato cambiò assumendo una connotazione assai negativa a seguito delle nefandezze compiute da quelle popolazioni che invadevano i territori sotto l’autorità romana.
Tale accezione si trasmise nel tempo oltre che alla lingua, anche in senso lato, tanto che ed oggi viene considerato barbaro un individuo incapace di aderire ai comuni e condivisi valori occidentale.
Da qualche tempo l’opinione pubblica discute animatamente su casi giudiziari importanti che dividono per la loro apparente contraddizione tra il punto di vista giuridico e quello del sentire comune.
Il caso Viareggio, incidente ferroviario per il quale sono stati condannati definitivamente l’amministratore delle Ferrovie e quello di RFI, il Ponte Morandi a Genova che ha visto condannati in primo grado i vertici delle Autostrade, ed il caso del gioielliere che alla quinta rapina subita, ha ucciso due dei tre ladri entrati nella sua gioielleria, ma l’ha fatto dopo che avendo completata la rapina, erano fuggiti con il malloppo.
Processo inappuntabile quest’ultimo che ha visto concordi i magistrati del merito e quelli della Cassazione che hanno comminato una pena tutto sommata lieve per quello che, a norma di legge, è un duplice omicidio volontario, mentre una parte della piazza considera il comportamento del pluriomicida come la giusta reazione di un uomo disperato che dopo quattro rapine, vedeva perpetrarsi oltre al furto anche il trauma di una figlia con la pistola puntata alla tempia e la moglie con un coltello alla gola e sé stesso minacciato con una pistola.
L’animo ancestrale della foresta viene fuori, non solo nella mente del rapinato ma nella mente di molta parte delle donne e degli uomini che quotidianamente vivono l’ansia e l’angoscia della violenza che alberga nelle nostre strade e nella nostra società, a cui si aggiunge l’indignazione per il risarcimento chiesto legittimamente dalle famiglie delle vittime, cioè dagli eredi dei delinquenti che hanno innescato l’intero evento; quello che la piazza nota è la contraddizione in termini tra quello che è un bisogno primario della società ovvero il bisogno di sicurezza ed il corretto principio che sia solo lo Stato a garantire l’applicazione della giustizia rifiutando l’idea di procedere come in un far west.
Il caso Viareggio appare altrettanto emblematico di quello iato tra la piazza e la giustizia, ma in questo caso la piazza è stata soddisfatta, non solo e giustamente sul piano del risarcimento dei danni degli eredi delle vittime e dei beni distrutti, subito compensati dai soggetti coinvolti, ma anche sul piano della vendetta, attraverso la valutazione dei magistrati di merito, confermati dalla Cassazione, che hanno sapientemente quantificato la dose di attenuanti generiche, applicate non come consuetudine per un terzo, bensì per un nono; con questa valutazione è stato possibile ridurre la pena in quantità minima, portandola oltre i limiti per cui si è dovuto procedere all’arresto. Quindi non solo dei responsabili diretti del disastro, ma dei vertici delle aziende di trasporto pubblico, peraltro uomini esaltati nel loro operare dagli stessi magistrati. Mentre non appare discutibile la sentenza sul piano giuridico, quello che appare singolare è la capacità di dosare le attenuanti.
Il terzo caso, il Ponte Morandi di Genova, ha confermato la coincidenza tra l’esito della sentenza di primo grado con gli umori della piazza, i colpevoli sono stati individuati con certezza, e lo saranno perché hanno premesso la massimizzazione del profitto all’incolumità degli utenti delle infrastrutture: con i tempi della nostra giustizia, che in questo caso sembra più solerte del normale, come peraltro la capacità di ricostruzione del manufatto realizzato con procedure semplificate.
Ma allora qual è il fil rouge che lega queste tre situazioni: sicuramente la soddisfazione della piazza a prescindere dall’applicazione della legge. Nel caso del gioielliere un magistrato al di sopra di ogni sospetto in merito alle norme costituzionali ed alla legge in generale, oggi guardasigilli, si precipita ad avviare le procedure istruttorie per la grazia, ben sapendo che sono di stretta competenza dei tribunali a cui perviene l’istanza , e la cui promulgazione spetta al Presidente della Repubblica.
Bisogna forse pensare che sia improvvisamente impazzito, ovvero che abbia dimenticata la sua conoscenza del diritto: la risposta è assai più semplice e possiamo tentare di usare una metafora calcistica per comprenderla: ha temuto di finire in fuori gioco di posizione.
Nordio sa bene di vivere in un mondo in cui i social, gli slogan, la stampa compiacente e le opposizioni a caccia di qualsiasi pretesto per contrapporsi all’ordinario divenire delle cose, lo avrebbe considerato il bersaglio ottimale da appiattire alle posizioni Vannacciane, e quindi ha giocato d’anticipo.
Solo Sansonetti e qualche altro temerario ha osato prendere posizione sul caso Viareggio mentre un unanime coro ha visto tutti compatti nel caso Genova.
Il problema reale è a monte e lo si rileva nella debolezza della politica, di destra e di sinistra ostaggio della demagogia che ha permeato gli ultimi cinquant’anni della nostra storia.
I continui cedimenti alle richieste più strampalate ha portato al decadimento dei costumi, alla crisi delle famiglie, alla distruzione del sistema scolastico, alla delegittimazione delle forze dell’ordine, alla pericolosa autoreferenzialità della magistratura.
E mentre le piazze si riempivano di manifestanti richiedenti tutto e il contrario di tutto, si pensi a chi scende in corteo a favore delle posizioni mussulmane sotto le insegne femministe, contemporaneamente si inneggia alla vendetta avendo perso fiducia nello Stato che essi stessi avevano contribuito ad indebolire.
Gli slogan servono a creare le condizioni per ritornare al potere da parte di chi ha perso per incapacità manifesta di comprendere i propri cittadini, i quali oggi usano quelli stessi slogan per chiedere il ritorno a condizioni quae ante.
La cosa maggiormente preoccupante è la voglia di semplificazione umorale che serpeggia un po’ in tutti; grazia, elezione a cariche che prevedano l’immunità, o qualsivoglia percorso per farsi giustizia da sé e rimediare a giudizi o a risarcire le vittime di sentenze in contrasto con le proprie ideologie, riempiendo gli scranni di soggetti non sempre idonei a ricoprire quei ruoli.
È inaccettabile e direi anche inopportuno che un condannato si rivolga in tono intimidatorio al Capo dello Stato, rivendicando il diritto alla grazia, ma questa è la conseguenza della deriva populista che impera in tutte le aree della politica.
E lo dicono con la sicurezza di chi si sciacqua la bocca citando democrazia, libertà e Costituzione ad ogni piè sospinto.
Sono certo sia che non si cambierà né tantomeno ci sarà una qualche forma di resipiscenza da parte dei leader di tutte le parti; il bottino è la gestione del potere con gli interessi connessi, le prebende ed i ruoli; i barbarismi ci porteranno avanti tutta verso il baratro.
Sarcofago con scena di sottomissione di barbari a un generale seduto e incoronato dalla Victoria; sui lati prigionieri caricati su carri in un corteo trionfale. 180 dC circa Musei Vaticani, Museo Pio Clementino, Cortile Ottagono, Portico Nord, Inv. 942.
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