Peppino di Capri fino all’Ultimo
di Giuseppe Moesch-
Dalla prima adolescenza, nelle case piccolo borghese, i momenti di riunione periodica di noi ragazzi erano i cosiddetti “balletti”, ovvero appuntamenti organizzati in casa a rotazione, con un giradischi, i 45 giri del padrone di casa con i successi del momento, talvolta integrati da quelli degli ospiti, che in alcuni casi venivano dimenticati e divenivano patrimonio dell’organizzatore. Qualche bibita, patatine, noccioline ed in alcuni casi panini farciti dalle mamme e, se c’era qualche ricorrenza da festeggiare, una torta fatta in casa.
Si ballava sotto gli occhi discreti, benevoli, ma anche vigili dei grandi che tutelavano l’onore degli invitati, ma che permettevano i primi approcci amorosi, stringendo un poco più forte la partner, che solitamente respingeva l’assalitore attraverso il sapiente uso di mani e braccia.
Avevo avuto la fortuna di avere come compagna di scuola Susy, una ragazza americana, che ogni anno, tornando dalle vacanze estive che trascorreva nel suo Paese, portava tutte le novità d’oltreoceano, che sarebbero arrivate da noi con qualche ritardo, ma i pezzi preferiti erano quelli dei cantanti e dei gruppi che cominciavano a far capolino nella radio, affianco ai Consolini, ai Villa, al duo Fasano, al quartetto Cetra e agli altri big dell’epoca. Buscaglione e Dallara, e Renato Carosone, vennero affiancati da Giorgio Gaber con “Non arrossire” e Peppino di Capri con “Roberta” e tutto il suo repertorio.
Da allora il solco della mia vita, come quello dei miei coetanei, è stato sottolineato da quello dei dischi di Peppino di Capri; ovviamente non ero impermeabile agli altri cantanti o gruppi emergenti, tuttavia come le oche di Konrad Lorenz, il mio imprinting era stato assai forte.
Intorno ai quindici anni ebbi come compagno di classe Paolo Morelli, il fratello Bruno, di un anno più grande, stava in una altra classe, figli se ricordo bene di due violinisti dell’orchestra del Teatro San Carlo, ed a casa loro qualche volta si suonava quel tipo di musica: sarebbero diventato “Gli alunni del sole”.
Preparavamo il Mak π 100, che era la festa che all’epoca si faceva per festeggiare i 100 giorni che mancavano alla fine del completamento della scuola superiore, oggi sostituito dal lancio di gavettoni e uova, e che era in continuità con il grido “mac i tre ani” che lanciavano, già dal 1840, i cadetti del primo biennio dell’Accademia Militare di Torino. Alla fine del biennio, uno degli organizzatori, Mario Viscione, che suonava con mia grande invidia il sax, discusse con noi tutti la scaletta della musica da preparare, e quando gli proposi “A Saint Tropez”, mi trattò da ignorante. L’esterofilia, che da sempre caratterizza il nostro mondo, imponeva Chubby Checker e “Let’s twist again”, creandomi un forte disappunto per il tradimento di uno dei miei idoli.
Poi venne il periodo dei night e delle discoteche, da Grotta Romana, alla Mela, dallo Stereo Club ai Fratelli Damiani, dove Renato Rutigliano, cantava tra le altre, oltre alle cover di Peppino di Capri e degli altri cantanti di successo, anche la canzone “La tua immagine”, versione italiana di “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel, scritta nel 1966 dal paroliere Carlo Rossi.
A quella musica è legato uno strano episodio: all’inizio del 1969 andai all’American study Center a vedere il film Il laureato in lingua originale non ancora apparso sugli schermi del nostro Paese. Grande fu la mia sorpresa e quella dei miei amici quando mi ritrovai a canticchiare la musica in italiano. Molto dopo scoprii che era stata pubblicata in America ed in Inghilterra e solo in seguito usata per il film. Rutigliano già l’aveva cantata per anni.
Poi cominciammo a scegliere la Costiera Amalfitana come riferimento per le nostre vacanze e fu a questo periodo che sono legati i miei ricordi più significativi rispetto alla musica dell’ormai affermatissimo Peppino.
Da Maiori, da Scala o da qualsivoglia località avessimo scelto per affittare casa per le vacanze, quasi tutte le serate estive obbedivano ad un rigido protocollo: lunghissimo aperitivo, struscio sul lungomare e finale al Saraceno, albergo che aveva una terrazza praticamente a livello strada sulla quale vi era un pianoforte a coda. Intorno qualche decina di tavolini e sedie, sulle quali erano seduto i clienti, che ascoltavano musica eseguita da qualche locale complessino emergente.
A mezzanotte, spuntava dalla destra una sagoma inconfondibile, un uomo con pantaloni leggermente arrotolati sul fondo, scarpe di corda, una camicia bianca con le maniche scorciate e leggermente arrotolate, un paio di occhiali dalla montatura grossa e scura ed un bicchiere grande colmo di Whisky, il cui consumo avrebbe segnato la fine dell’esibizione: quell’uomo era Peppino di Capri.
La prima canzone, talvolta ripetuta anche alla fine, era Roberta e poi tutte le altre Malatia, Nun’è peccato, Luna capresa, I te vurria vasà fino a Champagne nell’ultimo periodo di frequentazione della costiera in quell’epoca.
Non credo sia facile comprendere quell’atmosfera: una terrazza con lo sfondo del mare, le luci della costiera, la fresca aria del mare sui corpi ancora caldi del sole assorbito durante la giornata a mare, la mia ragazza che sarebbe diventata mia moglie, gli amici e un Negroni a condire il tutto, credo possa essere considerato come una buona approssimazione della felicità, o almeno la vedo così oggi.
L’ultimo sorso di Whisky coincideva con l’attacco dell’ultimo brano, e la conclusione dell’esibizione serale, mentre ricevendo l’ultimo applauso il cantante si allontanava verso la porta dalla quale era entrato.
Il silenzio successivo lasciava sospese le emozioni; nessuno parlava come per non sporcare quella sensazione magica che si era formata anche quella sera come tutte le sere.
Raggiunte le auto ci recavamo a cena, normalmente in un ristorante sulla spiaggia a Praiano, dove mangiavamo uno spaghetto e un poco di pesce di paranza, fritti o sulla brace, saporiti ma con una densità di spine assolutamente indescrivibile.
Ad un tavolo appartato cenava da solo anche Peppino. Non l’avevamo mai conosciuto personalmente; quando entravamo scambiavamo con lui un leggero cenno di saluto al quale rispondeva sempre educatamente con un altro cenno. Non c’è mai stato da parte nostra un benché minimo tentativo di avvicinarlo in quei momenti privati di solitudine. Era stato un periodo duro per l’uomo e nonostante l’apparente riconciliazione e la nascita di un figlio, il suo rapporto con la moglie era logoro e pensare di entrare in quel mondo con la nostra invadenza di ammiratori ci sembrava assolutamente inappropriato. Sapeva che si trattava di un gruppo di ammiratori, ci riconosceva ovviamente in quel gruppo relativamente ristretto di spettatori, ma la sua vita era assolutamente devastata dalle sue vicende familiari.
La musica di quell’artista gentile dalla voce un po’ nasale mi ha accompagnato per tutta la vita; non c’era viaggio in cui non portavo con me un qualche riproduttore contenente sue canzoni, che mi davano sempre in qualsiasi luogo mi trovassi linfa per le mie radici.
Ha saputo cantare l’amore in tutte le sue sfaccettature, riprendendo i temi classici della canzone napoletana strappacuore come l’aderenza alla realtà che si andava modificando. Ne è un esempio una canzone di quegli anni che racconta il confronto generazionale in modo semplice drammatico e pieno d’amore: parlo di “Signo’ dint’ a sta chiesa” del 1971 che è una delle mie preferite.
La nascente libertà di costumi rendeva conflittuale le generazioni più giovani con quelle conservatrici più anziane; l’amore materno e la morale affronta l’amore fisico e sentimentale in un conflitto di sempre ma in quel periodo più aspro ed acceso che mai.
Ho continuato a seguire il suo percorso artistico ed ho visto lo sforzo di continuare a rappresentare se stesso anche quando sempre più rischiava di diventare una caricatura di se stesso, mantenendo tuttavia la consapevolezza del suo ruolo di aedo dell’amore, e risolvendo tutto con il semplice accenno di Roberta o di Champagne.
Ho ripensato nei giorni scorsi a quelle emozioni di giovane esordiente quando la televisione mi ha riproposto le immagini dell’organizzazione e poi dell’evento da Guiness dei primati del concerto di Ultimo.
Non ho mai amato i concerti megagalattici, da quelli dei Beatles a quelli di Vasco Rossi; mi piacciono molte delle loro canzoni, ma non vi parteciperei mai. Ho accompagnato mia figlia adolescente in qualche palazzetto, e l’ho fatto con spirito di amore paterno, ma devo confessare che vado al massimo anche sulla poltrona di casa o al mare indossando le cuffiette.
Non posso fare a meno di pensare che quelle riunioni di duecentocinquantamila persone siano solo epressione della solitudine di giovani e meno giovani smarriti in questo mondo privi di valori che noi sapevamo trovare in noi stessi, trovando artisti che fossero capaci di esprimerli poeticamente per noi.
Grazie Peppino sei stato la mia voce fino all’Ultimo.
dal film Questi pazzi, pazzi italiani (1969)Tullio Piacentini/Federico Zanni. Dominio pubblico







