La grazia dei cantastorie di ogni epoca ed il loro erede naturale
di Giuseppe Moesch-
In una recente intervista il compianto Francesco Guccini aveva dichiarato che non aveva mai votato comunista e a dire il vero, a mio avviso, questo va a suo onore. Era già sufficientemente pieno di ideologia cattolica che sarebbe stato difficile aggiungerne un’altra: d’altronde come diceva Croce gli italiani non possono non dirsi cattolici. La sua ricerca si compendia nella canzone “Dio è morto” a conferma di quel suo ricercare, apprezzata in Vaticano quando fu pubblicata e temuta dalla Rai democristiana.
Sapeva cosa significasse la violenza ideologica del nazi fascismo raccontata mirabilmente in “Auschwitz”, ma sono certo che fosse consapevole che si trattasse della stessa natura dei comportamenti dei popoli barbari primitivi come della ideologia comunista della Siberia stalinista raccontata in seguito da Solgenitsin, ma che già era stata descritto in “Ho scelto la libertà” e che ritroviamo sempre come anche oggi in Afganistan, in Corea del Nord o in Iran o in tutti i luoghi in cui l’ideologia prevale.
Nella stessa intervista si definisce socialista anarchico. Il fatto è che etimologicamente l’anarchia è una parola sublime di origine greca, che significa senza governo, condizione nella quale tutti sono consapevoli della libertà di cui godono e non fanno confusione con il concetto di caos; una locomotiva non può essere la risposta. L’uso improprio di quella si chiama terrorismo.
Credo che il successo di Guccini sia da ascrivere a quel bisogno primordiale degli uomini di ogni epoca e di ogni parte del mondo, di tramandare i miti e le tradizioni, ovvero la cultura di fondo di ogni popolo.
Nel mondo occidentale le radici affondano nelle vicende degli aedi, che nel nostro sentire sono i primi che ricordiamo, in particolare nella figura di Omero, riportato oggi in auge dal film di Nolan.
La figura del cantore cieco ci riporta all’analogo mitico cantore giapponese anch’egli cieco Akashi Kakuichi, monaco itinerante che diffondeva i poemi classici.
Che questa arte sia sopravvissuta nel tempo nella nostra cultura e sia rimasta pervicacemente stabile lo dimostrano le figure dei rapsodi greci, dei giullari, dei menestrelli, dei trovatori francesi, dei bardi celtici, e dei cantastorie siciliani.
Nel mondo scandinavo appare interessante la figura degli scaldi, poeti guerrieri e consiglieri del re che cantavano le gesta dei sovrani, e le storie mitiche, ricevendo un compenso per le loro opere, che ritroviamo anche nella cultura irlandese e scozzese.
Anche nella cultura islamica, in particolare in Turchia ritroviamo i meddah, cantastorie di strada che affondano le loro storie nell’antichità, e ancora oggi nei caffè all’aperto, storie umoristiche, giocando sulla mimica e sull’uso dei vari dialetti, ripropongono situazioni di vita comune usando solo un bastone e un fazzoletto per sottolineare il cambio di scena o di personaggio.
In Russia erano diffuse le opere di cantastorie, dette bylina, anche conosciute come stariny che erano storie poetiche ed epiche tradizionali degli antichi slavi della Rus’ di Kiev, con buona pace di Putin. Tale tradizione sarebbe continuata in seguito in Russia e in Ucraina, da parte dei cantastorie, detti skaziteli.
In India, in particolare nelle zone del Bengala occidentale, sono presenti gruppi etnici diversi di religione buddista, induista e con infiltrazioni tantriche, noti come chitrakar, ovvero pittori di immagini, che scolpivano e dipingevano soggetti sacri che venivano esposti durante feste religiose, in cui la presenza femminile non era secondaria.
Nei paesi dell’Africa occidentale sub-sahariana, Mali, Gambia, Guinea, Senegal e Burkina Faso, sono presenti i griot, parola francese tesa ad indicare suonatori ambulanti, ancora profondamente presenti, specialmente presso le popolazioni Mandé e della Mauritania, portatori e conservatori delle tradizioni ataviche.
Non meno significativi sono le presenze in Asia orientale: troviamo infatti in Corea la tradizione del Pansori, storie originate dalle canzoni dello sciamanesimo coreano, che vedono un esecutore che canta e recita storie epiche con l’accompagnamento di un tamburo, in uno spazio ampio.
In Giappone sono presenti due tipi di canti da strada originariamente tesi alla diffusione buddista, il Rōkyoku, derivato dal più antico Naniwa-bushi. Si tratta di monologhi drammatici cantati con l’accompagnamento di uno strumento a tre corde detto shamisen. Nello stesso paese esiste il Kamishibai, antico teatrino di carta, usato dai monaci buddisti per educare gli uomini del tempo quasi tutti analfabeti. Era costituito da un teatrino in cui su un leggio venivano inseriti dei fogli illustrati, con riferimento alle storie raccontate. Sul retro vi erano degli appunti per il recitante. I monaci usavano uno strumento composto da due bastoncini che scossi producevano un rumore caratteristico che annunciava il loro arrivo. In seguito divenne oggetto di strada usato per raccontare fiabe illustrate ai passanti.
Anche in Cina esistevano, nell’area di Shanghai e Suzhou, rappresentazioni da strada, con il nome di Suzhou tanci, che erano di fatto ballate tradizionali eseguite con strumenti a corda.
Nell’America precolombiana del Nord, il ruolo dei cantastorie era intimamente legata a quella degli anziani, dei capi che tramandavano le storie dell’origine del mondo e della tribù e le leggi attraverso la tradizione orale, legando il popolo al territorio e all’ecosistema anche attraverso gli animali considerati sacri; in molte tribù venivano usati il coyote ed il corvo come esempi di furbizia e di errori trasmettendo valori morali alle nuove generazioni.
Nell’America precolombiana del sud invece, la tradizione era assai più sofisticata e variava tra le varie popolazioni.
In Messico, gli Aztechi, espressero, attraverso i templi ed il complesso della propria visione cosmica, una civiltà imponente con un capo guerriero ed i cui poeti, i Cuicapizqui, erano incaricati di comporre canti sacri e storici per le feste. Furono loro quindi a fungere da aedi e a tramandare le gesta dei padri e le basi della cultura di quel popolo.
Il popolo Mafa invece era composto da una miriade di città, spesso in lotta tra di loro e privi di un unico capo riconosciuto. Tuttavia, fu un popolo di intellettuali, molto versato in matematica ed astronomia ed i loro saggi, noti come Ah Kin, tramandavano le loro storie in libri fatti di scorza d’albero e spiegavano il tempo e gli dèi ai giovani della loro stirpe.
I Narratori Inca, detti Amauta che erano i saggi dell’impero, insegnavano la storia ufficiale ai giovani; sembra che non avessero una scrittura come la intendiamo oggi, tuttavia alcuni disegni riprodotti sulle stoffe sembra potessero essere segni agiografici degli imperatori.
In tutto il vasto impero, dalla capitale Cusco fino ai confini di un dominio che comprendeva Perù, Bolivia, Ecuador e parti di Cile, Argentina e Colombia, le storie dei padri ed i segreti della natura, venivano tramandati dai saggi detti Memorizzatori o in lingua inca, Quipucamayoc, che si servivano si cordicelle di vario colore nnodate dette quipu per ricordare numeri, eventi e racconti.
Come si vede in tutte le parti del mondo si è manifestata la necessità di diffondere tra la gente semplice ed ignorante, un comune sentire che garantiva identità e coesione.
Non è cambiata la situazione oggi: nella seconda metà del secolo scorso, gli aedi, i menestrelli del nuovo impero americano, hanno proposto la loro musica che ha profondamente integrato i giovani di tutto il mondo.
Solo per ricordarne alcuni possiamo citare Bob Dylan, premio Nobel per la letteratura, autore di canzoni simboli di intere generazioni; così come Bruce Springsteen, detto Il “Boss”, espressione assoluta del cosiddetto sogno americano.
Non meno rilevante è stata Joan Baez, considerata la paladina del pacifismo e della lotta per i diritti civili.
Molti altri sono ascrivibili tra i novelli cantori della cultura popolare e delle minoranze nere, condizionando anche i nuovi cantastorie occidentali, così come in Francia Georges Brassens, da cui attinse a piene mani Fabrizio De Andrè.
Ma ritornando alle esperienze di casa nostra, dobbiamo ricordare che non si è mai spenta la tradizione che si esprimeva attraverso le cantate dei cantastorie che le accompagnavano con uno strumento: generalmente una chitarra, ma anche altri, come la fisarmonica). Si aiutavano inoltre con un cartellone su cui veniva raffigurata la storia, descritta nelle principali scene, come una sorta di moderno fumetto. La loro opera veniva remunerata con le offerte degli spettatori o con la vendita di foglietti volanti, su cui era descritta la storia. Tipica fin a pochi anni orsono era, a Napoli, la figura dell’uomo del pianino, l’organo di Barberia, che riproduceva le canzonette in voga e vendeva su foglietti volanti i testi delle stesse. I pianini venivano affittati da un imprenditore per la giornata, e trainati dall’uomo o da un somarello, e videro la loro fine con l’avvento dei dischi.
Altre forme di diffusione furono le stornella, o stornelli, tipici del Lazio e della Toscana. Improvvisazioni umoristiche, ma anche d’argomento amoroso o satirico, che furono noti anche come Zirudella zirondella, o zirudèla
In Sicilia, a partire dal trecento, i cantastorie contribuirono a diffondere in dialetto le gesta dei paladini argomento centrale dell’Opera dei Pupi.
Si comprende allora come Guccini possa essere considerato l’erede naturale di quei cantastorie.
In un disco del 1973, Opera buffa, che ho avuto in macchina per anni sotto forma di cassetta, che qualcuno considerò piacevole e quindi se lo appropriò, erano presenti alcuni brani della tradizione popolare che mi piacevano molto.
Ho sempre ritenuto quello il Guccini più autentico, più prossimo alla consolidata tradizione culturale emiliano romagnola.
Tutto il resto è stato un modo per esprimere sotto forma di ballate i sentimenti massificati di una popolazione che andava perdendo i punti di riferimento a cui era avvezzo ed aveva bisogno di altri e nuovi miti, nuovi eroi, nuovi simboli che ridessero speranze e prospettive.
Oggi ritroviamo quegli stessi elementi negli slogan apodittici utilizzati sui social, che si stanno trasformando nei nuovi menestrelli, che presentano con brevi frasi argomenti complessi come i pupari di un tempo, che con le loro colorate illustrazioni, raccontavano i contenuti di libri ponderosi.
Guccini è stato l’anello di congiunzione tra quella tradizione e l’attuale effimera vita dei social.
In comune c’è la crassa ignoranza degli utenti, dei giovani e meno giovani che hanno vissuto l’involuzione della scuola e la sua caduta fino agli attuali livelli.
La delusione delle generazioni del dopoguerra che avrebbero voluto vedere realizzate le riforme che erano state ventilate e mai pienamente attuate, la sfiducia nei confronti di una classe dirigente spesso corrotta ed affarista, portava a cercare una alternativa nel comunismo o meglio ancora nel cattocomunismo, come possibile via d’uscita.
Pizzicando la sua chitarra Guccini ha pizzicato le corde più profonde dell’animo umano, come per migliaia di anni hanno fatto gli aedi di ogni tempo, per gli animi semplici che li ascoltavano.
Come accadde per gli scaldi dell’epoca Vichinga che furono al servizio dei sovrani di turno, ricompensati con anelli e doni preziosi, oggi il successo, la gloria effimera dei media, i download e i diritti d’autori sono la ricompensa da parte dei detentori del potere per veicolare attraverso quei poeti il consenso dei semplici.
Il Cantastorie ( Il Cantastorie ) di Giovanni Battista Tiepolo.Dominio pubblico







