Tutto il tempo di MTV
di Nicola Olivieri-
Per chi ha vissuto gli anni Ottanta e Novanta con le casse dello stereo che sparavano rock, pop, soul o hip hop, MTV non è stato un canale. È stato un passaggio obbligato. Un punto di riferimento quotidiano. Un modo di essere.
Guardare MTV era come andare in un locale dove ogni sera suonavano tutti i tuoi artisti preferiti, spesso prima che lo fossero. Una finestra aperta sul mondo della musica, con immagini in movimento che diventavano stile, linguaggio, anche identità.
Quello che sta accadendo oggi non è solo la chiusura di una serie di canali. È la fine di un modello culturale. Il gruppo Paramount ha annunciato la chiusura di cinque canali internazionali del marchio (MTV Music, MTV 80s, 90s, Club MTV e MTV Live) entro il 31 dicembre 2025. Resterà solo il canale principale, ormai molto diverso da quello che conoscevamo.
Non è una bella notizia, ed è una notizia che ha il peso delle cose già digerite, già metabolizzate.
Da anni MTV non è più il centro della scena. Non trasmette più videoclip in rotazione continua. Non ha più i VJ diventati volti familiari. Non detta mode. Semplicemente non è più attraente, non è più necessaria.
Per capirlo basta guardare i comportamenti. Oggi la musica si cerca, si trova, si condivide in autonomia. La logica dell’on-demand ha spazzato via quella che si definisce programmazione lineare. YouTube prima, Spotify poi, TikTok adesso: ognuno decide cosa ascoltare, quando, dove, e in che forma. Il video musicale non è più legato a un palinsesto, è ovunque e subito.
MTV è rimasta schiacciata tra due macigni: i costi elevati della produzione e la difficoltà di offrire qualcosa che il pubblico non trovasse già altrove e forse anche meglio. Quando ha smesso di investire sulla musica e ha cominciato a riempire il palinsesto con altro ha perso inevitabilmente il suo volto e la sua identità.
In Italia il distacco era cominciato già nel 2010, con la chiusura di “Total Request Live”, che per anni aveva raccontato le passioni musicali dei più giovani in diretta dal centro di Milano. Poi è arrivato lo spegnimento del canale in chiaro, il passaggio alle piattaforme a pagamento e infine il silenzio.
È un discorso che tocca anche il modo in cui oggi si costruisce la relazione tra musica e immaginario. Un tempo MTV era il centro simbolico di quella connessione. Era lì che si vedevano per la prima volta gli occhiali di Bono, i balletti di Michael Jackson, il look dei Nirvana. Oggi è tutto più frammentato. I contenuti sono tanti, forse troppi, e la narrazione condivisa si perde nel rumore. Manca una casa comune.
Eppure MTV è stato anche altro. Ha permesso a generazioni intere di scoprire, capire, confrontarsi. Ha parlato di musica, ma anche di cultura, di diritti, di stili di vita. Ha saputo stare nella società con leggerezza e impatto.
Ricordo bene un episodio, personale e forse simbolico. Era il 2006, ero a New York, passeggiavo nei pressi di Times Square. Proprio lì vicino c’erano gli studi di MTV, quelli da cui trasmettevano TRL in versione americana. A un certo punto incrocio Donald Sutherland. Alto, elegante, disinvolto e con una sciarpa bianca che svolazzava leggera. I nostri sguardi si intercettano per un attimo. Era da solo, ma la sua presenza bastava a riempire l’angolo di quel tratto di strada. Non so se uscisse proprio dagli studi MTV, ma nella mia testa, da allora, l’ho sempre pensato. Perché MTV era anche questo: un luogo dove potevi immaginare che qualcosa di grande stesse accadendo, proprio dietro quella vetrina.
Oggi quella vetrina è vuota. Non perché non ci siano più cose da dire o musica da suonare. Ma perché sono cambiate le strade dove si raccontano. E forse anche chi le percorre non sente più il bisogno di una mappa comune.
MTV ha fatto il suo tempo. Ma quel tempo ha fatto noi.






