Jazz e vela, intervista esclusiva al M° Angelo Gregorio
Il 14 giugno The Jazz Sailor alla Lega Navale.
di Nicola Olivieri
Torna in Italia il progetto che ha esplorato i punti di contatto tra improvvisazione musicale e navigazione a vela. Concerto il 14 giugno 2026, ore 20.00, alla Lega Navale Italiana di Salerno. Abbiamo incontrato il maestro Angelo Gregorio.
La scelta di Bruxelles, nel 2010, non era la più ovvia per un sassofonista italiano. Cosa l’ha portata lì e cosa ha trovato, musicalmente e umanamente, che non si aspettava?
Arrivo a Bruxelles quasi per caso. Avevo una borsa di studio Erasmus e nelle preferenze avevo messo Barcellona, Amsterdam, e solo come terza scelta Bruxelles. Era l’unica con posti disponibili. Il 9 febbraio 2010 ero lì, un po’ incosciente, senza una vera idea di quello che avrei trovato.
Col tempo ho scoperto una città con una tradizione jazzistica profonda, radicata nella cultura e nel quotidiano. Umanamente, un calderone multiculturale autentico. Questa dimensione è diventata, negli anni, parte fondamentale della mia identità artistica.
In sedici anni ha costruito orchestre, festival, progetti istituzionali. Cosa ha portato di italiano in Belgio e cosa invece il Belgio ha cambiato nel suo modo di fare musica e di pensare la cultura?
La prima cosa che ho portato di italiano è stata me stesso: mediterraneità, entusiasmo, apertura, energia, musicalità. Bruxelles ha cambiato prima di tutto la percezione che avevo di me. È una capitale internazionale, attraversata da istituzioni, lingue e persone che arrivano e ripartono, eppure conserva qualcosa di piccolo, quasi da paese. Questa doppia dimensione ti mette continuamente davanti a te stesso.
Le orchestre, i festival, i dischi, i progetti istituzionali nascono tutti dall’incontro tra radici italiane molto forti e un’apertura europea che quella città mi ha aiutato a sviluppare.
Il rapporto con le istituzioni. Sono state un sostegno, un vincolo o entrambe le cose? E quanto condizionano, se condizionano, la libertà artistica?
Entrambe le cose, inevitabilmente. Pensare che un’istituzione sia solo un sostegno sarebbe ingenuo.
Detto questo, nella mia esperienza ho avuto la fortuna di non essere quasi mai condizionato artisticamente. Le poche volte in cui ho percepito un tentativo di interferenza vera, ho preferito stringere la mano, ringraziare e andare via. Un’istituzione ha tutto il diritto di definire un perimetro, il contesto, gli obiettivi, il senso di un’iniziativa. Ma quando entra in modo troppo diretto nella materia artistica, il sostegno rischia di diventare manipolazione.
A Bruxelles, però, ho trovato quasi sempre grande fiducia. No, in sedici anni non ho mai ricevuto veri paletti artistici.
Salerno, Cariati, il Mediterraneo tornano nei suoi progetti in modo tutt’altro che nostalgico. Che rapporto ha oggi con il Sud Italia e in che modo entra nel suo lavoro?
Salerno è la mia terra d’origine. Cariati è arrivata dopo, attraverso incontri e progetti che mi hanno permesso di scoprire un’altra parte del Sud, legata al mare, alla vela, alla comunità, alla trasmissione tra generazioni. In entrambi i casi, però, il Sud non entra mai nel mio lavoro come nostalgia sterile.
Per me le radici sono ciò da cui una persona trae forza, linfa, senso morale e spirituale. Il Sud entra come radicamento interiore, non come ritorno fisico obbligato. Il Mediterraneo, i suoni, gli odori, le immagini, le contraddizioni e la forza di quei luoghi entrano nei miei progetti. Ma entrano trasformati. Non folklore, non cartolina. Materiale umano, musicale e poetico.
La mia radice italiana e meridionale, incontrando Bruxelles e l’Europa, ha smesso di essere soltanto origine ed è diventata linguaggio.
Jazz e vela sembrano mondi lontani. Eppure da questo accostamento è nato un libro e un disco. Com’è andata?
Ho sempre avuto la sensazione che tra vela e jazz esistessero connessioni profonde. Non tanto tra la vela e il ‘fare jazz’ in senso generico, quanto tra l’attività velica e lo studio dell’improvvisazione jazzistica. Questa distinzione per me è fondamentale.
Avrei potuto costruire il progetto partendo solo dalle mie sensazioni. Ma non volevo basarmi solo su un’intuizione. Avevo un’ipotesi: jazz e vela condividono alcune competenze fondamentali. E volevo verificarla con dati concreti.
Ho costruito un questionario rivolto a jazzisti e velisti, con l’obiettivo di trecento risposte. Pensavo di raccoglierle in cinque mesi. Grazie al passaparola della Lega Navale e del mio network di musicisti, in meno di due mesi avevo già superato quel numero. Ho deciso di fermarmi, anche perché non avevo un’équipe accademica alle spalle.
Quelle trecento risposte mi hanno dato una base oggettiva. Numeri, percentuali, statistiche, ma anche molte risposte aperte.
La scoperta più importante riguarda il concetto di libertà: per il velista come per il jazzista, la libertà non significa fare qualsiasi cosa. Esiste solo dentro un quadro preciso, una rotta, un vento, un equipaggio, oppure dentro un’armonia, un tempo, un gruppo. Essere liberi significa scegliere l’azione giusta nel momento giusto, in relazione a ciò che sta accadendo. E questa libertà non nasce dal caso. Richiede studio, esperienza, disciplina, capacità di ascolto.
Quello che non mi aspettavo è stato scoprire quante persone condividessero questa intuizione. The Jazz Sailor nasce da una ricerca, ma anche da un ascolto collettivo di velisti e musicisti che, pur appartenendo a mondi apparentemente lontani, hanno rivelato di condividere la stessa idea di disciplina, libertà e improvvisazione.
Musicista, compositore, direttore d’orchestra e anche scrittore. Parliamo del libro ARS. Scrivere un saggio sul senso dell’arte oggi è un gesto quasi controcorrente.
Non so se sia davvero controcorrente. Forse lo è di più il modo in cui ho scelto di affrontare il tema. ARS è un piccolo saggio in cui mi interrogo, da musicista e da artista, non tanto sul senso astratto dell’arte, ma sul senso concreto del fare arte oggi.
Non mi considero uno scrittore. Sono un musicista, un creativo, una persona che osserva, prende appunti, riflette. L’idea del libro è nata durante il Covid, ritrovando appunti del dicembre 2020: riflessioni sparse sul ruolo dell’arte in un momento in cui il mondo sembrava sospeso. Poi quelle note sono tornate, si sono caricate di nuove domande, alla luce delle guerre, delle crisi internazionali, della velocità mediatica in cui siamo immersi.
In un mondo dove sembra contare sempre più spesso il più forte, dove siamo bombardati da informazioni continue e dove ciò che fa notizia deve colpire in quindici secondi, che spazio resta per l’artista? Come può un lavoro nato da mesi o anni di introspezione, studio e disciplina trovare ancora senso?
Nel libro non cerco di dare una risposta definitiva. Mi interessa riportare l’arte anche al suo senso originario, vicino all’idea di ars come mestiere, artigianato, disciplina, rigore. Non mi convince del tutto l’idea dell’arte come qualcosa di salvifico o quasi divino. Per me l’arte è anche lavoro, metodo, responsabilità, pratica quotidiana.
Sono felice anche delle due prefazioni, perché portano sguardi diversi. Alessandro Greco, presidente della Società Dante Alighieri di Liegi e professore universitario, con una prospettiva culturale ed educativa. Alessandro Butticé, generale in congedo della Guardia di Finanza, con uno sguardo esterno al mondo dell’arte. Proprio questo mi interessava: capire come una riflessione sull’arte potesse essere letta anche da chi non appartiene direttamente al settore.
A settembre arriva Sa(n)remo in Jazz, con l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles. Una provocazione o un omaggio?
Non lo definirei una provocazione, almeno non nel senso superficiale del termine. È piuttosto una sfida: prendere il repertorio più popolare, riconoscibile e discusso della canzone italiana e provare a rileggerlo attraverso il jazz, a Bruxelles, in un contesto istituzionale come l’Istituto Italiano di Cultura.
L’idea è nata quasi per caso, durante un incontro con il direttore Pierre Di Toro. Stavamo parlando di altri progetti e, verso la fine dell’incontro, mi strinse la mano e disse: ‘Maestro, e se le dicessi Sanremo in jazz?’. Lo guardai e risposi: ‘Direttore, non mi provochi’. Da lì è nato tutto.
Sa(n)remo in Jazz è prima di tutto un omaggio attivo alla canzone italiana. Non mi interessa stravolgere i brani per dimostrare qualcosa. Mi interessa entrare dentro quelle melodie, rispettarle, cercare le piccole aperture che molti di quei brani hanno già al loro interno.
Cosa bolle in pentola per il futuro?
Il 2026 è già stato molto intenso, e lo sarà ancora di più nei prossimi mesi. Uno dei lavori a cui sto dedicando più attenzione è il mio prossimo libro, legato a Sa(n)remo in Jazz: un racconto del dietro le quinte del progetto, ma anche una riflessione su cosa significhi prendere il repertorio della canzone italiana e rileggerlo attraverso il jazz in un contesto come Bruxelles. L’uscita è prevista per l’inizio di settembre, in concomitanza con la seconda edizione.
Guardando oltre, uno dei progetti che vorrei davvero realizzare è la registrazione dell’album dedicato a Matteo Ricci, con l’orchestra Limadou. È un lavoro a cui tengo molto, perché unisce musica, storia, spiritualità e diplomazia culturale. Finora non si è ancora creata la condizione giusta. Forse nel 2027. Preferisco non anticipare troppo.
Grazie maestro per il tempo che ci ha dedicato e per questa intervista esclusiva
Grazie a lei per la bella chiacchierata e grazie al suo giornale che pubblicherà l’intervista.






