Ottocento: tra ambivalenze e rilettura dell’oggi
Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d’argento
Fine Settecento ti regalerò
di Maria Beatrice Russo-
La mostra Infiniti mondi. Viaggio nella poetica di Fabrizio De Andrè promossa e organizzata dall’Associazione culturale Tempi Moderni ospita nella sua rassegna Racconti del Contemporaneo. Navighiamo su fragili vascelli un ricco parterre di eventi, occasioni per avvicinare l’università al territorio e per rendere l’accademia un luogo accessibile a tutti e di scambio autentico.
Questi ambiziosi propositi, che sono solo una parte della mission di Tempi Moderni, hanno preso corpo nell’incontro dell’8 maggio Ottocento! con Massimo Cerulo, docente di Sociologia presso l’Università di Napoli “Federico II” e presso il CERLIS (CNRS) dell’Université Sorbonne Paris Citè introdotto da Alfonso Amendola, direttore scientifico di Tempi Moderni, e a seguito dei saluti di Gennaro Iorio, docente di Sociologia generale presso l’Università degli studi di Salerno.
Il professor Cerulo analizza il brano tramite la lente del sociologo, intercettandone le peculiarità musicali e le implicazioni culturali. Già una prima analisi del titolo svela come De André intendesse denunciare le ipocrisie del suo tempo. La struttura da valzer si rifà ai grandi salotti ottocenteschi, luogo privilegiato della classe sociale dominante dove è necessario saper ballare tale danza. Salotti in cui, sottolinea Cerulo, si entra solo su invito, idea assai distante da quella del cantautore genovese che auspica e ricerca una politica di apertura totale verso gli ultimi e gli emarginati. Come su due piatti della bilancia, sostiene il professore, vi sono due contrappesi: la cultura “alta” del mondo nobiliare, da cui il riferimento omerico in apertura, le raffinate sezioni linguistiche in tedesco, e una feroce e ironica critica al sistema capitalistico.
La sottotrama della canzone è, infatti, il matrimonio di una figlia di classe borghese usata come merce, mentre un figlio è morto per l’uso sostanze stupefacenti. Nel racconto dettagliato dello sposalizio si nascondono le ferite di una famiglia, di una classe sociale che soffre i drammi del contemporaneo in una società in cui affaccia la piaga degli stupefacenti (ad oggi rileggibili negli psicofarmaci). La famiglia in questione, dunque, priva di una capacità critica per esperire l’esistente finge di essere simile a coloro cui vorrebbero assomigliare.
L’uomo descritto da De André è «l’uomo aspirapolvere» che risucchia tutto, proprio come oggi fanno tanti consumatori mediali incapaci di approfondire. È il simbolo della nuova, per l’Ottocento, cultura di massa. Il cantautore è disincantato verso la società del futuro, allo stesso modo in cui i secoli raccontati hanno portato tante illusioni. Una di queste è la mercificazione, cantata attraverso la figura dei due figli, entrambi mercificati nel mercato sociale. La femmina nella sua qualità verginale, non del tutto scardinata ad oggi, il maschio in quella produttiva, specchio dell’odierna performatività. Anche nel suo sottolineare la condizione femminile in maniera esplicita rovescia la violenza sommersa del nostro tempo, una donna che non vale niente così come i suoi desideri («anticaglie»).
Un brano, quindi, capace di vaticinare il futuro, di anticipare le attività di finzione sociale portata avanti grazie agli smartphone. Così come nel raccontare la rivoluzione industriale in cui si intravede l’innovazione del centro commerciale e la nascita del concetto di desiderio. Il fenomeno della vetrinizzazione amplifica poi queste dimensioni, confermando il ruolo della vetrina come metafora della modernità. L’esempio canonico di vetrina e socialità è il caffè, luogo privilegiato della classe borghese e della nascita della sfera pubblica. La maggiore rivoluzione del caffè è l’ingresso libero, completamente opposto al salotto citato inizialmente. Concretizza la democrazia spaziale ospitando incontri di lavoro, pratiche ludiche e momenti politici. Dal caffè si passa oggi al bar, che annulla la dimensione della socialità. E al contempo, il capitalismo, sfrutta un immaginario preindustriale, per irretire il fruitore.
Si incarna, quindi, ciò che De André canta già negli anni Novanta, come sottolinea il professor Cerulo «Ottocento, Novecento, Duemilaventisei».
Fotografie a a cura di Tiziana Varani






