Peppe Servillo e i Solis String Quartet in “Carosonamente” al Teatro Augusteo di Salerno

di Sergio Del Vecchio-

Prendete una delle voci teatrali più interessanti del panorama italiano, uno che calca i palcoscenici dal 1980 e ha persino vinto Sanremo nel 2000, uno a cui la canzone classica napoletana e la macchietta scorrono nelle vene insieme al sangue; prendete un quartetto d’archi napoletano, ma non un quartetto tradizionale, quattro solisti degli strumenti ad arco in grado di passare senza difficoltà dal repertorio di formazione classica al pop, al jazz, alla world music, avendo suonato con i più grandi nomi della scena contemporanea; prendete infine uno degli autori napoletani più iconici di sempre, uno che ha aperto una finestra sulla musica napoletana rendendola un fenomeno globale attraverso una sapiente fusion di stili musicali tradizionali ed emergenti senza snaturarne le origini popolari, uno dei pochi, insieme a Roberto Murolo, a portare con successo il suo repertorio oltreoceano senza tradurre il testo in americano.

Qual è il risultato di questa “combo”? “Carosonamente”. Questo è anche il titolo dell’album del 2022 con cui l’indomito leader degli Avion Travel si fonde felicemente coi Solis String Quartet (al secolo Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla viola, Antonio Di Francia al violoncello, chitarra classica e percussioni varie) per rendere omaggio al genio di Renato Carosone, recentemente celebrato con la XVIII edizione del Premio Carosone all’Arena Flegrea di Napoli, sotto la direzione artistica di Federico Vacalebre.

Ieri sera “Carosonamente” ha fatto tappa a Salerno, al Teatro Augusteo, evento di chiusura dell’Irnofestival, kermesse culturale salernitana itinerante, giunta alla XXVIII edizione, che propone sempre percorsi ricchi di suggestioni, fra teatro e musica, sperimentando sempre linguaggi diversi.

Ampiamente ripagate le aspettative di un pubblico partecipe e divertito, in uno spettacolo che in oltre un’ora e trenta si snoda lungo il fortunato percorso artistico di Carosone, passando in rassegna i suoi brani arcinoti e indimenticabili, rivisitati dallo stile inconfondibile dei Solis String Quartet e tradotti nella grammatica musicale del quartetto d’archi, e soprattutto interpretati vocalmente da Peppe Servillo che parimenti “aggiunge” alle composizioni la sua arte.

Sarebbe banale infatti, oltre che sbagliato, etichettare il concerto come una serie di cover delle hit di Carosone. Servillo & Co. restituiscono agli ascoltatori integralmente i brani di Carosone, rispettandone la struttura compositiva e il testo, ma con un loro personalissimo marchio di fabbrica stilistico che rende ancora più interessante l’operazione filologica, rivelando ai più esperti la complessità e la maestria delle matrici originarie.

Gli arrangiamenti del quartetto formatosi al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, non riproducono mai il brano così come è stato composto, ma lo decostruiscono per poi rivestirlo con armonie nuove che spaziano dalla composizione classica, a quella operistica, al jazz, con incursioni nella tradizione musicale etnica. Come se non bastasse il gruppo, di cui Antonio Di Francia è il principale autore degli arrangiamenti, spesso e volentieri altera anche la struttura ritmica del brano originale, inserendo, con la percussione dello strumento dello stesso Di Francia e i pizzicati dei violini, ritmi diversi, che pescano nella ricca tradizione sudamericana, che rendono l’ascolto diverso e accattivante. E in questa contaminazione armonica spiazzante è duro il lavoro di Servillo nel cogliere senza colpo ferire la linea melodica che riconduce l’orecchio dell’ascoltatore al riconoscimento della canzone tanto amata e canticchiata. Canzoni senza tempo come: “Tre guagliune e ‘nu mandulino”, “Torero”, “O Sarracino”, “Maruzzella”, “La pansè”, “Tu vuo fa l’americano”.

Non mancano i brani umoristici napoletani, resi famosi dall’avanspettacolo (pensiamo alle interpretazioni di Nino Taranto), in cui l’indole dell’uomo di teatro Peppe Servillo può venir fuori prepotentemente, come “Pigliate na pastiglia” o “Tititì, tititì, tititì”, ma anche brani celebri della tradizione, come “A casciaforte”, di Mangione e Ventre,“M’aggia curà”, di Pisano e Cioffi, “Està” di Libero Bovio e Nicola Valente, “O guappo nnammurato” di Raffaele Viviani.

Lo spettacolo scorre veloce, vivace e godibile, Peppe Servillo non si limita solo a cantare, solletica spesso il pubblico chiamandolo a fare il coro, come in “Je te voglie bene assaje”, si abbandona alla nostalgia del ricordo dei suoi studi universitari a Salerno nella Facoltà di Magistero, interrompe una canzone per chiedere alla platea: “O Napule che sta facenno?”. Il finale è scoppiettante, con “Dove sta Zazà”, il brano scritto nel 1944 da Raffaele Cutolo e musicato da Giuseppe Cioffi, famosissimo nel dopoguerra, rilanciato in televisione negli anni ’70 da Gabriella Ferri, e, a quanto pare, ancora oggi in grado di far partecipare ed emozionare il pubblico.

 

 

 

Sergio Del Vecchio Sergio Del Vecchio

Sergio Del Vecchio

Dottore commercialista, giornalista pubblicista, appassionato d’arte, di musica e di fumetto. Ama leggere, disegnare e dipingere. Nel suo percorso professionale si è occupato di formazione e terzo settore. Ha costituito l’Associazione Salerno Attiva – Activa Civitas con cui ha organizzato a Salerno 10 edizioni di VinArte, un format di successo che univa il mondo del wine all’arte nelle sue declinazioni. Nel 2017 è tra i fondatori dell’Associazione culturale Contaminazioni, con cui ha curato diversi eventi e l’edizione del libro “La primavera fuori, 31 scritti al tempo del coronavirus” di cui è anche coautore. Colleziona biciclette e tra i fornelli finge di essere un grande chef.

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