Kant, lo stato di diritto e la sudditanza digitale

di Gaetanina Longobardi-

I followers sono persone che non pensano, non verificano, non dubitano. Seguono. E nel regno dei social, troppo spesso, la stupidità non è un difetto individuale: è uno spettacolo collettivo. C’è una nuova forma di sudditanza che non ha bisogno di re, eserciti o decreti. Le bastano uno smartphone, una connessione Internet e un individuo disposto a trasformare la propria capacità di giudizio in un accessorio inutile. È la sudditanza digitale, quella dei follower che scambiano la popolarità per intelligenza, l’esposizione per competenza e il numero di visualizzazioni per una certificazione di verità. Su Instagram, a quanto pare, basta esistere davanti a una telecamera per diventare qualcuno. Non importa che dietro quella vetrina ci sia il vuoto. Il problema non è soltanto chi vende illusioni. È anche chi le compra senza chiedere lo scontrino della ragione. Il follower più servile non si limita a guardare: delega. Delega il gusto, il giudizio, le opinioni e persino la percezione della realtà. Se il suo influencer preferito approva un prodotto, quel prodotto diventa indispensabile. Se attacca qualcuno, la vittima diventa automaticamente colpevole. Se diffonde una sciocchezza con abbastanza sicurezza, migliaia di persone sono pronte a trasformarla in una verità condivisa.

All’università ebbi un professore che mi fece amare Immanuel Kant (1724 – 1804) e l’elogio dell’antagonismo fra gli uomini, concepito come la molla fondamentale dello sviluppo della società civile. Lo stato di diritto di Kant intesa quale organizzazione schiettamente giuridica, il cui fine principale consiste nel tutelare l’ordinata coesistenza dei cittadini. Il potere sovrano ha verso i suoi sudditi soltanto DIRITTI e nessun DOVERE. I sudditi hanno verso di essi un solo dovere: l’ubbidienza.

Ma tale modello giuridico-politico del filosofo tedesco, la sua idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (ovvero il mondo inteso come una comunità, senza limitarsi ai confini della propria nazione) e persino la insocievole socievolezza degli uomini, cioè la loro tendenza a unirsi in società, congiunta con una generale avversione che minaccia continuamente di disunire la società medesima è stata spazzata via dai social, dai creator, dai loro followers e da una scimmia.

Kant si sarebbe arreso al mondo dei content creator? Avrebbe accantonato il contratto originario, l’unico che può istituire una vera e propria comunità? L’influsso di Rousseau è evidente nella tradizione contrattualistica, però il contratto originario non è un fatto storico, ma è una semplice idea della ragione che ha la sua realtà. Ma dov’è il principio di rappresentanza in una youtuber che pulisce casa per un’ora? Dov’è il problema del consenso nel guardare una donna che non riesce a comunicare in nessuna lingua? Un conto è raccontare la propria esperienza, denunciare la criminalità, documentare una realtà sociale. Un altro è trasformare la prepotenza in carisma e l’intimidazione in una strategia di personal branding. Ogni visualizzazione può alimentare un mercato dell’attenzione nel quale la provocazione viene premiata più della competenza e il rumore più della riflessione. La critica, dunque, non dovrebbe essere rivolta a una professione domestica, a una provenienza geografica o a un’intera categoria di persone. Dovrebbe colpire chi sfrutta il degrado, chi romanticizza la criminalità e chi confonde la notorietà con il valore.

Per Kant, l’essere umano è libero quando è capace di usare la propria ragione. La libertà in quanto uomo è un principio liberale per salvaguardare una sfera di azione dell’individuo nella sua vita sociale e privata, al riparo dalle pretese, dalle intrusioni dei pubblici poteri. “Nessuno mi può costringere a essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri che tendono allo stesso scopo”.

Kant sostiene l’eguaglianza in quanto suddito: “tutti gli uomini devono essere ugualmente sottoposti alle leggi e che, dal punto di vista dell’ordinamento giuridico, essi devono avere gli stessi diritti e gli stessi obblighi”.

Nei social, attenzione e visibilità possono diventare strumenti di potere. Una parte del pubblico continua a inginocchiarsi davanti ai contatori digitali come se fossero certificati di valore umano.

I followers non sapranno mai di Kant e dei suoi scritti sulle tre forme di governo tradizionali. Non leggeranno mai l’opera Per la pace perpetua del 1795: la democrazia criticata tra le tre forme di governo tradizionale, in quanto in essa le assemblee deliberano e governano allo stesso tempo, e quindi esercitano sia il potere legislativo che il potere esecutivo.

Forse è proprio questo il grande affare di questo sistema politico: non ha bisogno che tutti siano convinti. Le basta che abbastanza persone reagiscano, condividano, litighino e tornino a guardare. La rabbia genera interazioni, la polemica attira sguardi, la provocazione alimenta il ciclo. Nel frattempo, la riflessione resta fuori campo, perché richiede tempo e non sempre produce spettacolo. Il numero dei follower misura una forma di attenzione, non il valore di una persona; il numero dei like misura una reazione, non la verità di un’affermazione.

E chi continua a confondere queste cose non è necessariamente stupido per natura. Sta facendo qualcosa di peggio: sta rinunciando a usare l’intelligenza che possiede.

Kant condannò la Rivoluzione Francese, ma ammise che la Rivoluzione Francese costituisse una tappa fondamentale nella storia del mondo.

Gentili stupidi followers, interrompete di essere sudditi, smettete di seguire e ricordate i principi del 1789: Liberté, Égalité, Fraternité.

 

 

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Gaetanina Longobardi Gaetanina Longobardi

Gaetanina Longobardi

Gaetanina Longobardi è una scrittrice di Angri. Sposata con un figlio. Suoi lavori sono La Certosa Abbandonata, Tuono, Armonia Amalfitana, La Fuga di Ionio, Prima di Eroe, Ali di farfalla. Ama il Medioevo e scrivere racconti brevi per omaggiare il suo grande amore Domenico Rea. Studia con ossessione gli Ostrogoti e qualche volta vede passare per strada Teia, il re ostrogoto che ama immensamente. Ha iniziato il tour letterario della Certosa Abbandonata.

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