Vivere alla giornata
di Giuseppe Moesch-
Ho cercato di comprendere la Storia attraverso le azioni degli uomini che l’hanno plasmata, e di volta in volta ho cercato le cause e le ragioni di scelte che hanno portato alla soggezione di popoli, alla distruzione di imperi, alla propria caduta di altri. Ogni volta ho registrato nel potere la causa prima di quell’agire, fosse potere economico, territoriale, ideologico o di qualsivoglia altra natura, ma mai mi è capitato di imbattermi in un soggetto che privo di qualsiasi progettualità, voglia ottenere la leadership di un Paese, con il solo consenso.
È questa la posizione di Giuseppe Conte; privo di qualsivoglia visione futura del Paese, della sua collocazione nel contesto internazionale, che prospetta una vita da bengodi, allettando come il pifferaio della fiaba i bamboccioni appena maggiorenni e gli altri che già hanno beneficiato dei suoi doni, e promettendo loro un Paese di Bengodi dove non si lavora ma si consuma gratuitamente anzi con sussidi di Stato, i beni che qualcuno ha prodotto non si sa perché, quando si potrebbe stare come gli altri in vacanza perpetua.
Non c’è alcuna idea di futuro, c’è la sola prospettiva di vivere alla giornata, e per il capo, l’obiettivo di poter dominare un Paese con il consenso pagato dai soldi della gente normale, consumando la ricchezza accumulata.
Abbiamo visto nel passato tentativi di acquisti di consenso nelle forme più varie, vedi Lauro o le altre variegate forme vissute al nostro interno, o la goffa manovra trumpiana dei cinquemila dollari per ogni adulto, tutti casi che chi pagava lo faceva in prima persona, salvo rivalersi successivamente saccheggiando le casse pubbliche, la proposta di Conte è assai più diretta, e paradossalmente più onesta, così come lo era stato per i vari bonus ed il reddito di cittadinanza, ovvero scaricare sulle casse dello Stato i costi necessari per ottenere il potere.
Anche se l’offerta appare allettante non credo, o meglio spero, che non ci sia ancora una maggioranza di italiani che risponda a questo richiamo; ne deriva che se il richiamo dovesse funzionare, il M5S, all’interno del campo largo, avrebbe un ruolo di primissimo piano, rivendicando la Presidenza del Consiglio, per poi applicare il progetto, avendo il sicuro appoggio dei verdi e degli altri scappati di casa dell’ammucchiata.
Quello che appare chiaro è il fallimento della politica della Schlein, che ha usato il metodo truffaldino dei gazebo per ribaltare i risultati congressuali, ma che ora sta subendo il ricatto di Conte che è assai più sgamato di lei nell’accalappiare i gonzi.
Se proprio voglio seguire un furfante, preferisco l’originale ad una copia sbiadita.
Pur non avendo mai condiviso l’ideologia alla base del vecchio partito comunista, e pur apprezzando le dolorose trasformazioni che alcuni leader hanno saputo imprimere a quel gruppo, ho dovuto constatare la difficoltà da parte di dirigenti in buona fede di staccare definitivamente il cordone ombelicale che lo tiene ancora legato a quei trascorsi.
Oggi siamo arrivati ad un punto di non ritorno; possiamo frenare la corsa dell’aereo in decollo o continuare spingendo ancora sull’acceleratore, consapevoli della catastrofe annunciata.
La decisione è nelle mani della dirigenza del PD, eterogenea ammucchiata di radical chic, ex democristiani ed eredi del PCI, reduci questi ultimi che hanno subito il colpo di stato dei seguaci della Schlein.
In tempi non lontanissimi Berlinguer comprese che l’interesse del Paese era più importante che quello dell’ideologia ed accettò di tentare quello che passò sotto il nome di Compromesso Storico. Sappiamo come finì ma in ogni caso fu un segnale per lo Stato.
Oggi ci troviamo di fronte ad un bivio altrettanto importante e di nuovo il gioco è nelle mani della stessa parte politica, anch’essa, oggi come allora, spaccata al suo interno.
Vengono momenti nella vita di ogni organismo di scegliere tra l’estinzione o l’adattamento alle mutate circostanze della realtà, anche se talvolta le circostanze sono improvvise e non prevedibili.
La situazione è chiara e sotto gli occhi di tutti: il Campo Largo è la tomba del PD che ha solo la possibilità di uscirne prima della fine oppure scavarsi da solo la fossa sul largo terreno messogli a disposizione.
Non credo che tra i vecchi ed i nuovi seguaci di quel partito non ci sia chi non capisca che ci si trovi sul ciglio del baratro.
Molti animali sanno sacrificare un pezzo di sé in caso di pericolo mortale: è doloroso, certamente pericoloso, ma l’istinto di sopravvivenza dovrebbe avere la meglio.
Lungi da me l’idea di riproporre il compromesso storico: le minestre riscaldate, a meno della ribollita, non sono mai particolarmente gradevoli.
Ipotizzo invece un sacrificio che possa vedere tutto o una parte del PD fuori dal Campo Largo, verso una collocazione centrista, non certamente aderente a Renzi o a Calenda, sfacciatamente portatori di interessi incompatibili con gli antichi valori.
Ma con una decisione di questo tipo si potrebbe scongiurare la riproposizione di un governo guidato da Conte e riallacciare il dialogo con il Governo attuale, scongiurando la crescente presenza di spinte centrifughe, da Vannacci ad altri, alla ricerca di un consenso maggiore.
Sono assolutamente consapevole della vacuità di questa mia riflessione, data la smania di potere di coloro che dovrebbero attuarla, anche se coloro che potrebbero metterla in atto non hanno speranza se non quella di poter essere rieletti; purtroppo per molti è già misura sufficiente per nascondere il capo sotto la sabbia.







