Accoglienza o sottomissione?

di Michele Bartolo-

Preceduta da un annuncio mediatico e primo barlume di polemica, il Consiglio dei Ministri ha approvato la stesura di un decreto-legge che introduce nuove regole per l’ingresso degli studenti stranieri nelle nostre scuole, prevedendo un tetto del 30% per classe e implementando e rendendo obbligatori i corsi di italiano per i genitori.

Per amore di verità, deve anche aggiungersi che tale provvedimento comprende deroghe ed eccezioni, rispetto a coloro che sono già integrati nel nostro tessuto sociale: nello specifico, per la scuola primaria, il tetto riguarda solo gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia e, per quanto riguarda le scuole medie e superiori, il limite si applica agli studenti non italiani che non abbiano frequentato con esito positivo il sistema nazionale di istruzione per almeno tre anni.

Di qualche mese fa, invece, la polemica sulla protesta, a Venezia, di alcune categorie di lavoratori stranieri che reclamavano la costruzione di una Moschea nella città lagunare, minacciando, in caso contrario, di incrociare le braccia e bloccare la città.  Ancora, recentemente, un pakistano con passaporto italiano ha ripudiato la moglie secondo la legge della sharia e ha preteso che gli uffici comunali registrassero lo scioglimento del vincolo matrimoniale secondo la regola del talaq, ovvero la possibilità che ha il marito di rinnegare la propria compagna senza motivazione, senza ottenerne il consenso e anche senza la sua necessaria presenza, con buona pace del femminismo, della parità e dello Stato di diritto.

D’altronde, non sarebbe il primo caso, dal momento che ad Ancona, nel 2023, un cittadino del Bangladesh aveva ottenuto analoga trascrizione nei registri del Comune, così da rendere lo scioglimento del vincolo matrimoniale pienamente riconosciuto ed efficace in Italia.

Ho voluto ricordare queste tre vicende, apparentemente slegate ed indipendenti tra loro, perché di fatto accomunate da un grande interrogativo: quale è il comportamento giusto che uno Stato democratico deve avere nei confronti di ciò che è straniero e che è diverso?

Per tornare, ad esempio, al decreto del Governo sulla scuola, nell’ambito delle sue previsioni si introduce anche il divieto di andare a volto coperto a scuola, quindi vengono messi al bando il burqa, il niqab e altre forme di occultamento della propria identità. Il divieto si applica a qualsiasi modalità che impedisca il riconoscimento visivo della persona, fatte salve motivate ragioni sanitarie o di sicurezza.

Pare a chi scrive una norma di assoluto buon senso logico, prima ancora che giuridico, quella che impone ad uno straniero le stesse regole che devono rispettare i cittadini italiani, dal momento che impedire il riconoscimento della propria identità contravviene a normative attualmente vigenti e cogenti sul territorio della Repubblica.

Allo stesso modo, il caso del pakistano introduce, dietro il paravento dell’accoglienza, un altro vulnus alla nostra Costituzione ed al nostro Stato di diritto: immaginare che una donna si possa ripudiare con il talaq equivale a cestinare la parità tra uomo e donna e a negare qualsiasi diritto di difesa alla donna, con buona pace delle garanzie proprie del giusto processo. Davvero paradossale per un Paese impegnato a garantire la par condicio o le quote rosa ogniqualvolta vi sia una competizione elettorale o un concorso pubblico. Ciò che è più grave, peraltro, è introdurre de facto, nella ipotesi in cui i Comuni non rifiutino per quieto vivere la trascrizione, una violazione delle regole sulla cessazione del vincolo matrimoniale in Italia, come disciplinate dal nostro codice civile e dalle leggi speciali in materia.

Rimane da esaminare il caso della Moschea, in un Paese in cui si è polemizzato sulla presenza del presepe o del crocefisso nella aule per non turbare o offendere l’altrui sensibilità religiosa.

Accoglienza allora o sottomissione? Il problema è tutto qui, non bisogna vergognarsi delle proprie radici e della propria cultura per paura di mancare di rispetto alla cultura dello straniero. Non si tratta di essere nazionalisti o peggio ancora razzisti, né di paragonare ciò che avviene da noi rispetto a quanto accade agli italiani o ai cristiani negli altri Stati.

Si tratta, più semplicemente, di pretendere che la legge sia rispettata da tutti e che non esistano cittadini di serie A e di serie B, siano essi italiani o stranieri.  La scuola deve essere un luogo di integrazione ma, al tempo stesso, presuppone necessariamente che vi siano le condizioni per formare una classe equilibrata, ove si possa utilmente studiare l’italiano e le altre discipline nell’interesse collettivo di tutti gli studenti, così come un luogo di culto dovrebbe rappresentare un momento di preghiera e non un pretesto strumentale per ottenere il soddisfacimento di una propria richiesta, attraverso la minaccia e la volontà di sopraffazione. Uno Stato non può abdicare alle sue regole e alle sue leggi per inseguire la moda del momento o perché vinto dalla debolezza e della paura.

 

 

 

Immagine di Pubblico Dominio

 

 

Michele Bartolo Michele Bartolo

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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