Quando Israele condannò il genocidio degli ebrei

di Claudia Izzo-

Le parole, lo sappiamo bene, esprimono mondi, schiudono orizzonti, mettono ciascuno al posto giusto, ovviamente accompagnate dalle giuste azioni.  Oggi  però sembrerebbe che ancora molti non abbiano il coraggio che il caso richiede, di chiamare le cose con il loro nome, proprio perchè ci vuole coraggio nel constatare la realtà. Eppure, a chiamare ogni cosa, situazione, persona, azione con il giusto nome, ce lo impone proprio la nostra lingua che ha mille sfumature per ogni occasione. Ogni parola, se ben utilizzata, descrive perfettamente ciò che abbiamo innanzi.

Senza sconti. Come è giusto che sia.

Sembra chiaro che, in riferimento a quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza,  l’utilizzo del termine “genocidio”, (dal greco γένος cioè “stirpe” e da -cidio, dal latino -cidium, da caedĕre ossia ” tagliare, uccidere; significa quindi “uccisione di una stirpe”),sia  oltremodo corretto.

Con genocidio, secondo la definizione adottata dall’ONU, si intendono «gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», secondo quanto detta la Treccani ed ancora “Al pari di terrorismo, tortura, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione, il genocidio si annovera fra i crimini internazionali, per i quali vige la regola della giurisdizione internazionale e l’istituzione di tribunali sovranazionali.”

Per esserci un genocidio, e nella storia si susseguono come i getti d’acqua da una fontana, vuol dire  che il male è in terra, vestendo ora i panni di un leader, ora di un altro. E la Storia è un grande libro colmo di tragedie umane.

Se i neologismi rispondono  alla necessità di esprimere concetti nuovi, tale impellente bisogno fu del giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin.  Fu lui, infatti, a coniare nel 1944 il termine “genocidio” che ritroviamo nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe, opera  in cui  l’autore descrive dettagliatamente i crimini  commessi dai nazisti in Europa.

Anche Sir Winston Churchill, nella trasmissione radiofonica del  24 agosto 1941, cercò di  dare un nome all’orrore perpetrato dai nazisti, non vi riuscì, parlando  appunto di “un crimine senza nome”, così difficile era definire tanta malvagità.

«Man mano che i suoi eserciti avanzano, interi distretti vengono sterminati. Decine di migliaia, letteralmente decine di migliaia di esecuzioni a sangue freddo vengono perpetrate dalle truppe di polizia tedesche contro i patrioti russi che difendono la loro terra natale. Sin dalle invasioni mongole dell’Europa nel XVI secolo non c’è mai stata una macellazione metodica e spietata su una scala simile o avvicinabile a una tale scala. E questo è solo l’inizio. Carestia e pestilenza devono ancora seguire i solchi sanguinosi dei carri armati di Hitler. Siamo in presenza di un crimine senza nome.»

Lemkin cercò invece  di trovare un termine che potesse contenere in sè tutto l’orrore come un’immagine che, come tale, rimanda al vero. La parola da cercare doveva avere una forza propulsiva tale da far rimbalzare fuori da se stessa, violentemente, tutta  la persecuzione e la distruzione di interi gruppi nazionali, razziali, religiosi, culturali, dunque un crimine specifico. Una parola che esprimesse la tragedia e l’orrore che si era vissuto, visto, tragicamente compreso. Il primo utilizzo del termine da lui coniato risale  al Processo di Norimberga, nell’atto di accusa degli imputati del 18 ottobre, termine descrittivo seppur con riferimento ai crimini di guerra e non ai crimini contro l’umanità. 

La Germania nazista scientemente inizia infatti a segregare ebrei tedeschi fin dal 1933, arrivando alla “soluzione finale della questione ebraica” estendendosi a tutta l’Europa, dando vita a quella macchina di distruzione con coinvolgimento di un complesso apparato amministrativo, economico e militare di cui siamo tragicamente venuti a conoscenza.

Circa sei milioni di ebrei insieme a rom, sinti, disabili,  testimoni di Geova, omosessuali, malati di mente, oppositori politici, prigionieri di guerra soprattutto sovietici,  furono eliminati in centri di sterminio per un totale di undici milioni di persone.

Parliamo di Olocausto, ὁλόκαυστος (holòkaustos, “bruciato interamente”), a sua volta composta da ὅλος (hòlos, “tutto intero”) e καίω (kàiō, “brucio”),  il  genocidio di circa 6 milioni di ebrei tra il 1941 ed il 1945 di cui furono responsabili le autorità della Germania nazista, i loro alleati e i collaborazionisti. Nel 1953 Lemkin definì genocidiarie anche le politiche che Iosif Stalin condusse contro l’Ucraina negli anni Trenta e che culminarono nella grande carestia del 1933-34 . Sarà poi Vladimir Putin nel 2015, a dichiarare l’opera di Lemkin sull’Ucraina come “materiale estremista”, proibendone la pubblicazione in Russia.

In questi atroci tempi di guerra,  Israele si è macchiata di genocidio, sottoponendo deliberatamente,  a partire da ottobre 2023, dunque, quasi da due anni,  la  popolazione della Striscia di Gaza a condizioni di vita disumane, tra bombardamenti e mancata erogazione di acqua, interrompendo la fornitura di elettricità e carburante,  distruggendo quasi totalmente il sistema sanitario, bloccando l’ingresso di cibo e aiuti umanitari,  causando nella Striscia di Gaza oltre 46.070 morti, 110.265 i feriti e 11mila  dispersi come riporta il ministero della Salute di Gaza.

Ebbene, fu proprio Il Mossad, il servizio segreto israeliano, a catturare Adolf Eichmann  che era fuggito in Argentina dopo la Seconda guerra Mondiale, a portarlo clandestinamente in Israele dove fu processato a Gerusalemme, sede della Corte distrettuale per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini contro il popolo ebraico. All’epoca (1960), non esisteva una Corte Penale Internazionale  nata solo nel 2002, il Tribunale di Norimberga si era chiuso nel 1949 e l’ONU, pur condannando il modo in cui Eichmann fu catturato, non ordinò il suo rilascio.

Dunque, per Israele il  processo era  un atto di giustizia storica per i crimini commessi e nel 1961 condannò  a morte Adolf Eichmann che fu  impiccato il 31 maggio 1962 nella prigione di Ramla, nei pressi di Tel Aviv. Il processo era un chiaro segnale che lo Stato di Israele avrebbe perseguito i responsabili dell’Olocausto, ovunque si trovassero. La filosofa Hannah Arendt, presente al processo, coniò la celebre espressione: “La banalità del male” che divenne titolo di un suo famoso saggio.

Dunque, Israele ha stanato uno degli artefici dell’Olocausto e lo ha impiccato. Oggi Israele, che ben conosce sulla propria pelle il significato del temine genocidio,  perpetra ciò che ha vissuto.

Nel 1946, riprendendo la definizione di genocidio di Raphael Lemkin, arriva la definizione ufficiale delle Nazioni Unite: il genocidio è «una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, poiché l’omicidio è la negazione del diritto alla vita dei singoli esseri umani». 

Il 9 dicembre 1948 viene adottata la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, scritta con il contributo dello stesso Lemkin, anche sulla scorta dell’esperienza del processo di Norimberga. L’articolo II della Convenzione definisce esplicitamente il genocidio nell’ambito del diritto internazionale.

«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»

-“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. –ha affermato David Grossman  tra i più grandi scrittori e romanzieri contemporanei, critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania, nel corso di una intervista rilasciata a la Repubblica, il 1 agosto 2025, sul  genocidio nella Striscia di Gaza.

“Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Ma vede, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. “Genocidio”. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza”

 

 

Raphael Lemkin (Vaŭkavysk, 24 giugno 1900 – New York, 28 agosto 1959) è stato un avvocato e giurista polacco.È noto soprattutto per aver coniato il termine genocidio.

 

Claudia Izzo Claudia Izzo

Claudia Izzo

Giornalista dal 2005, Direttore di salernonews24.it, fonda e dirige campanialife.it, cetaranotizie.com. Presidente dell’Associazione Culturale Contaminazioni è ideatrice e organizzatrice del Premio Nazionale Aristeia e di iniziative culturali sul territorio nazionale. Già membro della Commissione Cultura dell’Ordine dei Giornalisti della Regione Campania per il triennio 22/24, è attualmente membro della Commissione Vigilanza. Docente di Giornalismo presso istituti scolastici. Ideatrice e conduttrice della rubrica Ex Libris sull’emittente RCS75. Già ghost writer per tre campagne elettorali, è ideatrice e curatrice del libro “La Primavera Fuori. 31 scritti al tempo del Coronavirus. (Il Pendolo di Foucault). Si occupa di comunicazione, storia, design e territorio.

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