Protestare non è reato. Governare non è l’ennesimo decreto
di Gaspare Dalia-
Per fermare chi saccheggia un negozio non occorre una nuova legge ogni settimana. Occorre impedire che lo faccia e, quando accade, individuare i responsabili. Danneggiamenti, aggressioni, devastazioni erano reati anche prima dell’ultimo decreto sicurezza. È da qui che nasce il mio disappunto: dalla convinzione che, ancora una volta, si sia cercata nella moltiplicazione delle norme una risposta a problemi che richiedono, innanzitutto, prevenzione e applicazione di leggi esistenti.
Il nuovo decreto sicurezza è arrivato dopo i disordini di Milano, insieme al rafforzamento della presenza militare in città. Una risposta immediata, visibile, politicamente riconoscibile. Ma organizzare meglio la sicurezza e introdurre nuovi reati non sono la stessa cosa. L’urgenza di proteggere le persone non dimostra, da sola, l’urgenza di riscrivere il codice penale.
Intanto, sul fronte (semi-oscurato) degli autotrasportatori, il bilancio riportato il 24 ottobre supera le duemila persone identificate, con decine di denunce e centinaia di sanzioni. Non conoscendo i singoli provvedimenti sarebbe scorretto giudicarli in blocco, ma sarebbe altrettanto scorretto usare quei numeri per mettere sotto accusa un’intera categoria: una denuncia non è una condanna; un presidio non è certo un saccheggio.
Così come la rimozione dei presìdi non significa che il problema sia risolto, tant’è vero che la protesta risulta sospesa in attesa del confronto ministeriale del 27 ottobre, mentre restano le difficoltà di chi lavora con costi del carburante difficili da sostenere e mezzi troppo vecchi per accedere ad alcune agevolazioni: secondo i dati, da ultimo forniti da Il Sole 24 Ore, nel nostro Paese quattro imprese su dieci restano fuori dai benefici fiscali sul gasolio.
Non è una giustificazione per minacciare o impedire agli altri di lavorare, ma è comunque una ragione per ascoltare, prima di ridurre tutto a un problema di ordine pubblico.
Il punto è proprio questo: distinguere.
Chi aggredisce o devasta deve risponderne. Chi manifesta pacificamente esercita un diritto, anche quando la sua protesta disturba, crea problemi, mette il Governo in difficoltà. La Costituzione riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi e di esprimere liberamente il proprio pensiero. Per manifestare in luogo pubblico serve un preavviso, non il permesso di essere in disaccordo.
Naturalmente, ciò non significa poter fare qualsiasi cosa e compito dello Stato è proprio tenere insieme tutte le diverse esigenze, non trasformare ogni conflitto sociale in una questione criminale.
La direzione imboccata, invece, preoccupa: già il decreto sicurezza del 2025 aveva trasformato in reato il blocco stradale o ferroviario realizzato con il proprio corpo, prima punito con una sanzione amministrativa (scelta che riguarda una specifica modalità di ostruzione, da non confondere con il blocco effettuato mediante i mezzi pesanti); l’ultimo provvedimento introduce un ulteriore delitto («Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», che richiede un gruppo organizzato di almeno cinque persone, specifiche condotte offensive, un concreto pericolo per le persone e danni alle cose) ed estende, per i reati indicati, l’arresto in flagranza differita.
Non basta, dunque, partecipare a un presidio di autotrasportatori o bloccare una strada perché scatti questa nuova fattispecie, mentre le ricadute sui presìdi potrebbero riguardare soprattutto le misure preventive: il decreto, infatti, amplia la possibilità di accompagnamento e trattenimento presso gli uffici di polizia durante specifiche operazioni in luoghi molto frequentati, consentendo, nei casi e alle condizioni stabiliti dalla norma, di vietare a singoli destinatari di radunarsi con determinate persone in luoghi individuati. Strumenti che potrebbero incidere anche sulle proteste dei trasportatori, ma che non autorizzano a considerare pericoloso chiunque vi partecipi.
Prevenire minacce e violenze è una cosa; trasformare l’adesione alla protesta in un indice di pericolosità è un’altra.
E qui sta l’altra ragione del mio disappunto: la decretazione d’urgenza diventata un modo ordinario di governare.
Non ne faccio una questione riservata a questo esecutivo. La mia critica riguarda un’abitudine che, nell’arco degli ultimi decenni, ha attraversato governi di diverso colore: davanti a un problema si annuncia una stretta; davanti a un fatto di cronaca si prepara un decreto. La rapidità della risposta finisce per prendere il posto della domanda decisiva: ma, funzionerà davvero?
Molte altre voci, nel dibattito politico, denunciano ormai lo svuotamento del Parlamento. Il problema non è soltanto quanti decreti si approvino, ma lo spazio che la loro continua successione sottrae alla discussione: i testi si accumulano, le scadenze si sovrappongono e il confronto rischia di essere sacrificato alle fiducie e alla necessità di convertire in tempo ciò che è già entrato in vigore.
La Costituzione riserva i decreti-legge ai casi straordinari di necessità e urgenza; il Parlamento conserva il potere di modificarli e convertirli, ma discutere un testo già in vigore, entro sessanta giorni, non equivale a costruire una legge attraverso un confronto aperto, che non è una perdita di tempo; serve, anzi, proprio a riconoscere conseguenze sproporzionate, sovrapposizioni ed effetti indesiderati; serve ad ascoltare chi dovrà applicare le norme e chi ne subirà gli effetti; serva, soprattutto, a evitare che l’emozione del momento diventi una regola destinata a restare.
Non sostengo che una legge discussa più a lungo sia necessariamente una buona legge; sostengo invece che rinunciare abitualmente a quel percorso renda più difficile compiere scelte sagge e consapevoli, capaci di reprimere le condotte illecite senza alimentare criminalizzazioni generalizzate. E temo che, nel lungo periodo, le continue strette producano più aspettative di quante riescano a soddisfarne: promettono di risolvere il problema, ma rischiano di limitarsi a spostarlo, lasciandone intatte le ragioni.
E ciò perché lo Stato non dimostra autorevolezza alzando ogni volta la voce; la dimostra distinguendo le responsabilità, proteggendo chi subisce violenza e ascoltando chi protesta, senza per questo giustificarne ogni comportamento.
Se tratta il disagio soltanto come una minaccia e il dissenso come un sospetto, rischia di perdere qualcosa che nessun decreto potrà mai restituirgli automaticamente: la propria credibilità.







