Intervista al dr Gianpaolo Salvatore, autore de “La presenza del terapeuta”
di Claudia Izzo-
E’ stato presentato presso la Provincia di Salerno, “La presenza del terapeuta“(Raffaella Cortina Editore), ultimo lavoro di Gianpaolo Salvatore, psichiatra, psicoterapeuta, criminologo, professore associato presso l’Università Pegaso, fondatore e direttore dello Studio Maya di Salerno, Centro di Psichiatria, Psicologia, Criminologia, Ricerca e Formazione.
Il testo proposto “definisce una definizione operativa della presenza del terapeuta che non è assimilabile ad una abilità tecnica, ma fa parte del modo di essere del soggetto terapeuta”..”marcando la differenza fra trattamenti che funzionano e trattamenti stagnanti”.
Ne parliamo con l’autore.
Da quale esigenza clinica o personale nasce questo studio e cosa si intende per ‘presenza del terapeuta’?
Il libro nasce da una domanda molto semplice, che negli anni è diventata per me sempre più radicale: che cosa cura davvero, quando una psicoterapia cura? Le tecniche sono indispensabili, ma vengono sempre esercitate da una persona. E quella persona entra inevitabilmente nella cura con la propria sensibilità, le proprie paure, la propria storia, persino con le parti di sé che conosce meno. Per “presenza” intendo allora la capacità del terapeuta di rendere la propria mente sufficientemente disponibile all’incontro: lasciarsi raggiungere dall’esperienza dell’altro senza esserne travolto, ascoltando contemporaneamente ciò che accade nel paziente, dentro di sé e nello spazio che si crea tra i due. La presenza comincia quando il terapeuta smette di considerarsi soltanto colui che osserva e accetta di essere parte di ciò che sta osservando.
Spesso si pensa al terapeuta come ad uno specchio neutrale. In che modo la sua visione si allontana dal modello classico di neutralità?
Uno specchio riflette, ma non viene ferito da ciò che riflette. Un terapeuta sì. È questa una differenza decisiva. I principi di neutralità, astinenza e anonimato, di freudiana memoria, sono stati profondamente ripensati insieme al paradigma che li sosteneva: l’idea di un terapeuta-osservatore capace di collocarsi all’esterno della relazione e, da quella posizione, pervenire a una verità oggettiva sul paziente. La psicoterapia è stata profondamente permeata dal mutamento che ha attraversato il pensiero scientifico nel Novecento. La cibernetica di secondo ordine ha introdotto l’osservatore nel sistema osservato: conoscere significa partecipare alle condizioni attraverso cui un fenomeno diventa conoscibile. Nella stanza di terapia, mentre cerca di comprendere il paziente, il terapeuta viene a sua volta toccato, modificato, talvolta destabilizzato dall’incontro. E proprio ciò che accade dentro di lui può diventare una via privilegiata di conoscenza. La verità sul paziente prende forma anche nell’incontro attraverso il quale cerchiamo di conoscerlo. Il problema, allora, non è essere neutrali, ma diventare sufficientemente liberi da noi stessi da poter incontrare davvero l’altro. La soggettività del terapeuta, quando viene riconosciuta e pensata, diventa uno dei più raffinati strumenti della cura.
Dallo studio che lei presenta si evince che alcune terapie ‘funzionano’ rispetto ad altre, non per scelte tecniche o abilità performative del terapeuta, ma per caratteristiche personali di quest’timo. Quali sono?
La ricerca ci dice qualcosa di affascinante e, per certi versi, scomodo: esistono terapeuti che ottengono risultati sistematicamente migliori di altri. A fare la differenza non sembra essere semplicemente la padronanza di una tecnica, ma qualità come empatia, autenticità, sensibilità interpersonale, capacità di mentalizzare e di regolare le proprie reazioni emotive. Da tempo diversi autori hanno ricondotto molte di queste qualità al concetto di presenza del terapeuta, spesso però attraverso definizioni suggestive quanto elusive, difficili da tradurre nella pratica clinica. Nel libro cerco di rendere la presenza operativamente riconoscibile e, soprattutto, di descrivere i percorsi intersoggettivi attraverso cui può essere sviluppata. Perché la presenza non è un dono temperamentale che alcuni terapeuti possiedono e altri no: è una forma complessa di esperienza che può esser coltivata e fiorire. Uno dei suoi aspetti essenziali consiste nel riuscire a usare la propria umanità senza mettere il paziente al servizio dei propri bisogni. Anche il terapeuta porta nella stanza il desiderio di sentirsi competente, apprezzato, efficace, talvolta persino necessario. Quando questi bisogni rimangono invisibili, rischiamo di non incontrare più il paziente che abbiamo davanti, ma quello di cui abbiamo bisogno per continuare a essere il terapeuta che vorremmo essere. La persona che la nostra storia ci ha insegnato dobbiamo incarnare per essere amati. Sviluppare presenza significa allora riconoscere ciò che l’altro suscita in noi senza chiedergli di risolverlo per noi: rendere la nostra umanità sufficientemente libera perché nella relazione possa esserci davvero posto per l’altro.
Come si bilancia la giusta distanza professionale con l ‘essere autenticamente presenti e coinvolti emotivamente con il paziente?
La professionalità consiste nel poter sentire molto conservando la capacità di pensare. Essere presenti significa lasciarsi toccare da ciò che accade nella relazione e riuscire a trasformare quel coinvolgimento in comprensione. Per comprendere profondamente la sofferenza di un altro essere umano disponiamo soprattutto della nostra esperienza di esseri umani. Il dolore del paziente può risvegliare nel terapeuta fantasmi, riaprire antiche stanze dell’esperienza, rievocare nuclei di paura, vergogna, solitudine, impotenza. Queste risonanze possono offrirgli una chiave di senso utile ad avvicinarsi a qualcosa che, nell’altro, non ha ancora trovato parole. È una forma di comprensione analogica: conosco qualcosa del tuo dolore anche attraverso ciò che il tuo dolore rende nuovamente vivo in me. È un processo delicato, perché l’analogia può trasformarsi in sovrapposizione. La presenza richiede di abitare la risonanza senza appropriarsi dell’esperienza dell’altro, senza sovrapporre la propria sofferenza a quella dell’altro, utilizzando i propri nuclei dolorosi come strumenti di conoscenza. La distanza giusta, allora, non si misura in centimetri emotivi: è quella che permette di lasciarsi raggiungere dall’altro, riconoscere in sé un’eco della sua esperienza ed essere abbastanza liberi da non scambiare quell’eco per la sua voce.
In un’epoca di on line e schermi, come cambia la presenza fisica ed emotiva, cosa cambia nella stanza dell’analista?
Lo schermo non cancella necessariamente la presenza, ma ne modifica profondamente l’ecologia. Online possiamo incontrarci, emozionarci, perfino vivere momenti di straordinaria intimità; tuttavia una parte dell’esperienza corporea reciproca viene attenuata o trasformata. Nella stanza condividiamo uno spazio fisico, silenzi, posture, micro-movimenti, ritmi corporei: prima ancora di comprenderci, i nostri corpi registrano la presenza dell’altro. La sfida contemporanea non è quindi decidere se online significhi assenza e presenza fisica significhi automaticamente autenticità. È capire quali forme della presenza diventano possibili, quali si impoveriscono e quali, sorprendentemente, possono perfino emergere attraverso lo schermo.
Quali sono gli errori più comuni che un terapeuta incontra nel tentativo di essere presente specialmente con pazienti complessi?
Il paradosso è che spesso perdiamo il paziente proprio mentre stiamo cercando con maggiore intensità di aiutarlo. Con i pazienti più sofferenti il terapeuta può sentirsi impotente, inadeguato, rifiutato, invaso; e allora può rifugiarsi nella tecnica, spiegare troppo, interpretare troppo presto, diventare eccessivamente rassicurante oppure emotivamente distante. In supervisione ho aiutato diversi terapeuti a comprendere che usavano le tecniche come una specie di arma contro il paziente, vissuto come potenziale minaccia alla loro autostima. Mi viene in mente una circostanza in cui un terapeuta comprese che usava la tecnica dell’immaginazione guidata – in cui il paziente rievoca a occhi chiusi, guidato dal terapeuta, scenari passati o futuri allo scopo di comprenderne il significato emotivo e/o di facilitare lo sviluppo di approcci più funzionali alla realtà – perché si sentiva meno “giudicato” dal paziente privato della possibilità di guardare negli occhi il terapeuta stesso. Nel libro sostengo che molti errori clinici non nascano da una mancanza di conoscenze, ma da una sofferenza dissociata del terapeuta: qualcosa che l’incontro ha risvegliato in lui e che, non potendo essere pensato, comincia inconsapevolmente ad agire nella relazione. A volte, dunque, l’errore non è ciò che il terapeuta non sa del paziente, ma ciò che non riesce ancora a sapere di sé mentre è con quel paziente.
Come fa il terapeuta a gestire il carico emotivo della presenza senza andare in burn out?
Credo che a logorare il terapeuta non sia semplicemente ciò che sente, ma soprattutto ciò che sente e non riesce a pensare. Alcune esperienze vissute con i pazienti — impotenza, vergogna, rabbia, paura, inadeguatezza — possono rimanere in una zona muta della mente del terapeuta e trasformarsi in sofferenza dissociata che silenziosamente guida il terapeuta stesso nell’incontro con l’altro. È qui che una supervisione orientata intersoggettivamente può avere una funzione straordinaria. Non è soltanto il luogo in cui si affinano competenze e tecniche, ma quello in cui il terapeuta può tornare a pensare ciò che, nella relazione con il paziente, aveva smesso di poter pensare. In questo senso, la supervisione è insieme luogo di formazione e luogo di cura dell’umano che quelle competenze deve esercitare. La supervisione di gruppo, concepita come descrivo dettagliatamente nel libro, aggiunge una possibilità ulteriore: emozioni, fragilità e parti di sé vissute come incompatibili con il ruolo professionale possono trovare riconoscimento nell’esperienza condivisa. Il gruppo può offrire cittadinanza psichica a parti di sé rimaste dolorosamente escluse dalla negoziazione interpersonale, ampliando così non soltanto le competenze, ma l’identità stessa del terapeuta. Per questo la supervisione non serve semplicemente a proteggerci dal burnout: può trasformarci attraverso ciò che l’Altro ci fa incontrare di noi stessi.
Che messaggio spera che i giovani psicoterapeuti che si affacciano oggi a questa professione colgano nel suo studio?
Vorrei liberarli da un’illusione molto seducente: che diventare terapeuti significhi arrivare un giorno a sapere sempre cosa dire e cosa fare. La competenza cresce, naturalmente, ma cresce soprattutto la capacità di rimanere presenti quando non sappiamo ancora. Ai giovani terapeuti direi: studiate moltissimo le teorie, i grandi maestri e le tecniche, ma non utilizzate il sapere per proteggervi dall’incontro. Coltivate la curiosità per ciò che il paziente suscita in voi, soprattutto quando vi mette in difficoltà ed è doloroso. Il paziente non è ciò che “fa a noi” (il che non raramente lo trasforma ai nostri occhi nel nostro nemico); anche se molte volte la nostra fragilità ci porta a sentire così. Tutto ciò che di apparentemente avversivo fa il paziente è solo dato clinico che ci informa del suo modo di abitare l’esistenza. Non c’è nulla di ciò che il paziente – anche il più grave clinicamente – fa, che non faccia parte delle forme dell’umano. Queste forme sono le medesime attraverso cui si modella anche il modo di essere del terapeuta, che solo accidentalmente si trova da quel lato della scrivania.







