A vincere il Premio Strega 2026 è Michele Mari con “I convitati di pietra” (Einaudi)
di Claudia Izzo-
La vittoria arriva infarcita di note polemiche: a vincere l’ottantesima edizione del Premio Strega è Michele Mari, con 190 voti, il chiacchieratissimo protagonista della querelle avuta lo scorso 20 giugno con l’altra finalista, Teresa Ciabatti, in gara per la seconda volta al Premio Strega con il romanzo Donnaregina (Mondadori), mentre erano su un van diretto a Bisceglie, in Puglia, per una tappa dei finalisti.
L’argomento principe della prima pagina de La Repubblica, informata per portare lo scandalo al di fuori del van, è Michela Murgia. Per il vincitore dell’80esima edizione, la scrittrice sarda, drammaturga, conduttrice televisiva e opinionista scomparsa nel 2023, era “intransigente e violenta perché brutta” e “sfogava così la sua rabbia”, parole che lo scrittore avrebbe proferito in pubblico e che sarebbero state ovviamente interpretate come un offensivo giudizio sessista verso una delle voci femministe più note degli ultimi anni.
Di qui il comunicato stampa di Mari che diceva di non aver mai detto tali parole ma che si scusava con la Ciabatti. Di qui le mille illazioni: era cosa giusta far proseguire il Premio al protagonista di tale scivolone che, diciamolo pure, conosce fin troppo bene la valenza, il peso delle parole?
La Fondazione Bellonci che organizza il Premio aveva chiarito che Mari non sarebbe stato tagliato fuori dal premio. Ed oggi ritroviamo proprio Mari vincitore del Premio Strega, seguito da Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), con 152 voti, Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani), con 84 voti, Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi), con 78 voti, Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori), con 75 voti, Elena Rui, Vedove di Camus (L’orma), con 64 voti.
Il premio, da sempre “indice degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani” , ha premiato nel tempo libri che hanno saputo raccontare spaccati del nostro Paese, le sue tradizioni, i suo cambiamenti. Quest’anno l’ambito riconoscimento, nato nel salotto di Maria e Goffredo Bellonci, in una Roma appena liberata, è stato conferito nella Piazza del Campidoglio e non nel Ninfeo del Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia come sempre, ed ha compito 80 anni come la Costituzione.
Insomma la querelle non è piaciuta, come non piace mai quando è uno scrittore a proferire parole fuori luogo, opinioni fin troppo sindacabili, parole aggressive che non vorremmo mai ascoltare o leggere; diciamoci la verità, non riusciamo a digerire parole o prese di posizione che non ci aspetteremmo proprio da chi, scrittore o scrittrice che sia, uomo o donna di pensiero, fa delle parole e dei pensieri la sua linfa vitale.
Ma oggi celebriamo il vincitore e parliamo dell’autore e del libro.
L’autore
Mari è nato a Milano nel 1955, è scrittore, filologo italiano, traduttore e professore di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Ha collaborato con quotidiani come il Corriere della Sera, la Repubblica e Il Manifesto. Tra le sue opere Di bestia in bestia (1989), Filologia dell’anfibio (1995), Tu, sanguinosa infanzia (1997), Tutto il ferro della torre Eiffel (2002), il volume di saggi critici I demoni e la pasta sfoglia (2004; nuova ed. aggiornata 2017), la raccolta poetica Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007), la raccolta di racconti Fantasmagonia (2012), Verderame (2008), Roderick Duddle (2014), Asterusher. Autobiografia per feticci (con F. Pernigo, 2015), Leggenda privata (2017), la raccolta poetica Dalla cripta (2019), Le maestose rovine di Sferopoli (2021), Locus desperatus (2024) e “I convitati di pietra” (2025).
Il libro : “I convitati di pietra” (Einaudi)
La storia si snoda attorno ad un “patto sciagurato”: ex alunni della III A di un liceo milanese, dopo l’esame di maturità del 22 luglio 1975 decidono di ritrovarsi ogni anno, il 22 luglio, a cena, momento in cui verseranno una somma di denaro in una cassa comune che diventerà una fortuna nel tempo; la “riffa” terminerà quando resteranno soltanto tre partecipanti. Le cene diventano un rituale nell’ambito delle quali, anno dopo anno, affiorano rancori, rivalità, fallimenti personali mentre la morte si avvicina a ciascuno di loro. Le vicende narrate durano decenni, la vita fa il suo corso, i rapporti tra gli amici di un tempo evolve tra ironia, cinismo e commozione.
La narrazione arriva al 2050 delineando una commedia nera dove i protagonisti della gara diventano “parvenze” dei ragazzi che furono, irrigidendosi nei loro acciacchi, divenendo appunto “convitati di pietra” mentre, tra fragilità e ambiguità, le sedie vuote intorno al tavolo delle cene annuali diventano sempre di più.







