Hai scritto un libro? Adesso paghi
Da John Locke all’editoria a pagamento: quando il lavoro dello scrittore diventa una merce –
di Gaetanina Longobardi-
Locke sosteneva che il lavoro dell’uomo contribuisce a rendere propria una cosa. Oggi l’aspirante scrittore rischia il paradosso opposto: mette il proprio lavoro in un libro e, per vederlo pubblicato, deve essere lui a pagare.
Il paradosso di Locke-
Immaginiamo John Locke seduto davanti a un manoscritto. Non sappiamo se avrebbe amato il romanzo. Non sappiamo nemmeno se avrebbe considerato degna di pubblicazione la prima stesura. Ma una cosa possiamo immaginarla. Avrebbe riconosciuto il lavoro. Ore passate a scrivere. Pensieri trasformati in parole. Pagine corrette, cancellate e riscritte. Una parte dell’esistenza trasformata in qualcosa di materiale: un libro. Nella riflessione di Locke sulla proprietà, il lavoro dell’individuo ha un ruolo fondamentale nell’appropriazione delle cose. È attraverso il lavoro che qualcosa della natura può diventare, entro determinate condizioni, proprietà di chi vi ha lavorato.
Il teorico della proprietà privata parte da un presupposto, ricavato dalle Sacre Scritture: Dio originariamente ha dato la Terra e tutte le cose in comune agli uomini. Tuttavia, ogni individuo possiede la proprietà esclusiva della propria persona. Quando un individuo applica il lavoro del proprio corpo e l’opera delle proprie mani a un bene naturale, “rimuove” quel bene dallo stato comune e vi unisce qualcosa di suo. È proprio il lavoro a fondare il diritto di proprietà privata legittima, applicandosi sia ai frutti della terra sia alla terra stessa (il terreno coltivato e recintato).
Locke individua anche due limiti fondati sulla ragione e sull’ispirazione teologico-cristiana. Il limite della sufficienza (Clausola lockiana) ovvero devono essere lasciate agli altri risorse in quantità e qualità sufficienti, affinché tutti possano sussistere. Il limite del deterioramento ovvero ci si può appropriare solo di quanto si riesce a consumare prima che si deteriori o vada sprecato. Accumulare beni lasciandoli marcire è una violazione del diritto naturale.
Per tutelare la proprietà (intesa in senso ampio come vita, libertà e beni) dalle dispute, gli uomini abbandonano lo stato di natura tramite un contratto sociale e fondano la società civile o politica.
Ma esiste il paradosso dell’editoria a pagamento. Lo scrittore mette il lavoro. E, qualche volta, deve mettere anche i soldi.
La storia è semplice. Un manoscritto parte. Una mail arriva. «Siamo lieti di comunicarle che abbiamo valutato positivamente la sua opera».
Per l’autore è una piccola rivoluzione. Anni di solitudine sembrano improvvisamente avere un significato. Poi arriva il contratto. E con il contratto arriva il prezzo. Contributo. Acquisto di copie. Servizi. Pacchetti. Il vocabolario può cambiare. Il meccanismo economico, però, va letto con attenzione.
È qui che Locke torna a bussare alla porta.
Se il lavoro contribuisce a creare valore, quanto vale il lavoro di uno scrittore?
Quanto vale l’idea che ha richiesto cinque anni per essere trasformata in un romanzo?
E soprattutto: perché chi ha prodotto quell’opera dovrebbe pagare per dimostrare che quell’opera ha valore?
La domanda non significa che ogni servizio editoriale a pagamento sia necessariamente scorretto. Un autore può legittimamente scegliere di acquistare editing, stampa o altri servizi.
Il problema nasce quando il pagamento viene confuso con il riconoscimento del valore letterario.
Locke immaginava una relazione tra uomo, lavoro e proprietà.
L’editoria a pagamento introduce un’immagine quasi speculare.
L’autore lavora. L’autore crea. L’autore produce l’opera. E poi può trovarsi nella posizione di dover acquistare il diritto pratico di vederla trasformata in libro. Non è più soltanto una questione di letteratura. È una questione di valore. Chi decide quanto vale il lavoro? Chi decide quando un manoscritto merita di diventare un libro? E soprattutto: il valore di un’opera si misura dalla qualità del testo o dalla disponibilità economica di chi l’ha scritto?
L’aspirante scrittore è un cliente particolare. Non compra un televisore. Non compra una macchina. Compra una possibilità. Compra l’idea di essere letto. Compra il proprio nome sulla copertina. Compra la fotografia della presentazione. Compra la frase: «Ho pubblicato un libro».
Ed è proprio questa componente emotiva a rendere delicato il rapporto economico.
Perché quando qualcuno desidera qualcosa da anni, il prezzo rischia di diventare secondario.
Forse, davanti a un contratto editoriale, Locke avrebbe posto una domanda molto semplice:
«Di chi è il valore prodotto dal lavoro?» L’autore ha scritto. L’editore pubblica. Il lettore compra. In mezzo c’è un’intera economia. Ma senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe il libro. E allora il vero scandalo non è necessariamente che qualcuno chieda denaro per un servizio.
Lo scandalo, quando c’è, è far credere all’autore che pagare sia la prova che qualcuno ha creduto nella sua opera. Sono due cose completamente diverse.
Il problema dell’editoria a pagamento, quindi, non può essere ridotto a una semplice cifra.
È una questione culturale. È il momento in cui la parola autore rischia di confondersi con la parola cliente. E qui Locke diventa sorprendentemente attuale. Perché se il lavoro è ciò che contribuisce a dare valore a ciò che produciamo, allora il lavoro dello scrittore non è un dettaglio. È l’origine stessa del libro. Hai scritto il libro. Hai messo il tempo. Hai messo le idee. Hai messo il lavoro. Adesso qualcuno ti dice che puoi pubblicarlo. Ma devi pagare. A quel punto non resta che una domanda, semplice e terribile: se credono nel tuo libro, perché devi pagare tu per dimostrarlo? Forse Locke non avrebbe saputo rispondere alla domanda. Ma certamente ci avrebbe costretto a porla.







