“Il migliore dei mondi impossibili”, l’ultimo libro di Anna Rotunno
di Michele Bartolo-
Il il fascino di questo libro lo troviamo già nel titolo, “il migliore dei mondi impossibili”, ma ancora di più se iniziamo a leggere le pagine in cui si sviluppa l’opera.
Il testo composto dalla prof.ssa Anna Rotunno, docente di latino e greco presso il liceo De Santis di Salerno, ma anche filologa, saggista, drammaturga e regista teatrale, si divide in due parti: una prima parte, che ripercorre le sue numerose traduzioni ed adattamenti teatrali di tragedie greche ed una seconda parte, in cui si sviluppano tre pieces filosofiche, “Il migliore dei mondi impossibili ovvero la parabola di Antigone”, “Deianira non va a morire” e “Tutti sanno il giorno e l’ora”.
Nella prima parte, incuriosisce molto quello che oggi chiamiamo il backstage, ovvero come si arriva alla rappresentazione scenica di un lavoro che affonda le sue radici in un dramma antico. In particolare, è molto suggestivo il paragrafo intitolato “Priamo. Una storia metateatrale”, in si ripercorrono le ansie, le incertezze, le difficoltà di un gruppo di allievi guidati dalla loro insegnante, alle prese con la messa in scena di un lavoro difficile e complesso.
Il tema che collega le varie opere di cui si parla in questa prima parte è incentrato sull’uomo, sulla natura umana, sul rapporto dell’essere umano con la morte. Lo si vede nell’”Alcesti”, dove è presente la tematica del morire al posto di un altro, nell’Apologia di Socrate, dove è il celebre filosofo a doversi difendere dalla condanna a morte e a pronunciare il famoso discorso in sua difesa, che comunque non lo salverà dall’esito finale.
E’ presente nel lavoro “Della stessa sostanza del padre”, ovvero la rielaborazione delle Baccanti euripidee, dove viene anche effettuato un interessante e dotto parallelismo tra il culto dionisiaco e la religione cristiana, scoppia nella sua drammaticità nella “Coscienza di Oreste”, rappresentazione delle Coefore di Eschilo, il secondo capitolo della trilogia dell’Orestea, in cui il matricidio coincide anche con la nascita della coscienza individuale e con il compimento della scelta di lavare il sangue con altro sangue, nel silenzio del Dio Apollo che tace sullo sfondo. Inoltre, sia nell’Apologia di Socrate che nella Coscienza di Oreste, troviamo affrontato anche il tema della Giustizia, della fallacia della giustizia delle istituzioni e dei limiti della giustizia dell’occhio per occhio e dente per dente. Ma il tema della morte rimane sullo sfondo anche delle altre opere che vengono richiamate.
Tra le tante, richiamo “Elena o il sogno del doppio”, adattamento dell’Elena di Euripide, in cui il personaggio di Elena crea lei stessa un suo doppio, al quale addossare le sue colpe e ritrovare una sua identità, lasciando di fatto morire una parte di sé attraverso la costruzione di un alter ego immaginario. In questo modo trova riparo dalle sue personali angosce e finisce anche per ritrovare una sua coerenza nella irriducibilità dell’individuo ad una sola identità. Una speciale menzione merita anche “Medea, prima di tutto”, che rappresenta il dato di una tragicità che coincide essenzialmente con l’essere al mondo, la impossibilità di conciliare il barbarico con il civile, la nostra natura umana originaria e quella che ci impone la società e la civilizzazione.
E la morte viene allontanata dalla speranza di cui Prometeo fa dono all’umanità, di fatto ingannandola e precludendole di conoscere attraverso la ragione il proprio destino di finitezza. La seconda parte del libro, come dicevamo, raccoglie le tre pieces filosofiche, Il migliore dei mondi impossibili ovvero la parabola di Antigone, Deianira non va a morire e l’inedito Tutti sanno il giorno e l’ora. Anche se in questa seconda parte dominano i dialoghi e l’interazione tra i personaggi, il filo conduttore rimane ancorato all’uomo ed al suo rapporto con la vita e con la morte. Antigone, nella rappresentazione dell’autrice, potrebbe salvarsi perché le giunge la notizia del pentimento di Creonte che l’aveva condannata a morte, ma sceglie di morire lo stesso perché non crede alla possibilità che vi sia un mondo diverso, se non quello in cui si ripetino stancamente gli stessi rituali. In questo senso, comprende il suicidio della madre Giocasta, mera pedina di una natura che tutto governa e muove, identificandosi con lei e rifiutando una vita che coincide in sostanza con il fare esperienza del vuoto che siamo, della polvere che è il nostro corpo.
In “Deianira non va a morire”, adattamento delle Trachinie di Sofocle, la protagonista compie una diagnosi simile a quella di Antigone sull’incompiutezza dell’esistenza umana: la vita è una trappola e non è possibile sottrarsi alla Necessità” ma la sua scelta è diversa: la morte ci interrompe, ferma il tempo infinito della possibilità, mentre lei è disponibile a vivere mille anni ancora.
Nel dramma borghese moderno, ma con richiami alla contaminazione greca, “Tutti sanno il giorno e l’ora”, l’autrice ci fa immergere nel nostro presente ipertecnologico che, in questo caso, ci consentirebbe di prevedere il giorno e l’ora in cui moriremo. E’ decisivo per l’uomo conoscere il giorno della propria morte e questo cambia il suo rapporto con il mondo e con le quotidiane attività? Ecco che ciascuno dei personaggi di questo dramma rivela, a modo suo, il rapporto che ha con la morte e ognuno di essi rappresenta una metafora del rapporto che si può avere con il nostro comune destino.
In effetti, ognuno di noi può rivedersi, a seconda della propria personale inclinazione, in uno dei componenti del gruppo di amici che si danno appuntamento per partecipare a questa sorta di gioco di società che consente una piattaforma dell’intelligenza artificiale. Vi è la persona abituata a non pensare alla morte e tanto meno alla propria e vorrebbe continuare ad essere al riparo da ogni notizia o rivelazione su di essa, ma c’è anche chi alla morte pensa sempre e cerca a tutti i costi di saperne di più.
E se, invece, ognuno di noi lo conoscesse già il giorno e l’ora della propria morte, guardandosi alle spalle, mentre continua a vivere senza averne la consapevolezza? Alla fine, tutti i personaggi di questo libro sono accomunati da una profonda inquietudine e dalla risposta personale che ognuno di essi dà al rapporto con la morte e con il morire.
Tutti, a loro modo, cercano di trovare il migliore dei mondi impossibili. Immagino che in questa ricerca sia impegnato ciascuno di noi. Eduardo De Filippo diceva che “Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro”. La prof.ssa Anna Rotunno possiamo dire che il migliore dei mondi impossibili lo ha trovato e lo ha realizzato nel suo teatro.







