I diritti umani appartengono a tutti. La lezione di Amartya Sen
di Cecchino Cacciatore-
In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze, migrazioni e nuovi nazionalismi, il tema dei diritti umani torna al centro del dibattito pubblico. Ma essi sono davvero universali o rappresentano soltanto un prodotto della cultura occidentale?
Alla vigilia dell’uscita del suo nuovo libro The Cement of Humanity. The Power of Human Rights, Amartya Sen offre una risposta netta: i diritti umani sono universali perché affondano le loro radici nella ragione e nell’empatia, non in una particolare civiltà, religione o tradizione giuridica.
È una posizione che attraversa tutta la riflessione del premio Nobel indiano e che si contrappone sia al relativismo culturale sia all’idea che i diritti siano una semplice concessione dello Stato. Per Sen, infatti, la dignità della persona precede la legge: gli ordinamenti democratici non la creano, ma la riconoscono e la proteggono.
Da qui nasce anche la sua celebre teoria delle capabilities. La libertà non coincide con il solo riconoscimento formale dei diritti, ma con la concreta possibilità di esercitarli. Votare, studiare, curarsi, lavorare, partecipare alla vita pubblica: tutto ciò richiede condizioni reali, non semplici proclamazioni. Lo sviluppo di una società, quindi, non si misura soltanto attraverso la crescita economica, ma dalla capacità di garantire a ciascuno una vita libera e dignitosa.
In questa prospettiva anche la povertà assume un significato diverso. Non è soltanto una questione economica, ma una vera e propria violazione dei diritti umani. La fame, l’analfabetismo, la mancanza di cure sanitarie o l’impossibilità di accedere alla giustizia non limitano soltanto il benessere delle persone: ne compromettono la libertà.
La stessa concezione della democrazia si allontana da una visione puramente procedurale. Sen la considera il sistema più efficace per correggere gli errori collettivi attraverso il confronto pubblico, la libertà di informazione e il pluralismo delle idee. Le democrazie possono sbagliare, ma possiedono gli strumenti per riconoscere i propri errori; le autocrazie, invece, tendono a soffocare proprio quel dibattito che rende possibile il progresso civile.
Particolarmente significativa è anche la critica al relativismo culturale. Nessuna cultura, osserva Sen, può essere utilizzata per giustificare stabilmente discriminazioni o violazioni della dignità umana. Ogni tradizione custodisce al proprio interno risorse morali, voci critiche e principi di giustizia che consentono di affermare il valore universale della persona.
Questa visione dialoga profondamente con la Costituzione italiana. L’articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, non del solo cittadino, mentre l’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva uguaglianza. Non basta proclamare la libertà: occorre renderla concretamente possibile.
La lezione di Amartya Sen appare oggi più attuale che mai. In un mondo che tende a costruire nuovi confini morali e politici, ricordare che ogni essere umano possiede una dignità che precede lo Stato significa riaffermare il fondamento stesso della democrazia costituzionale. I diritti umani non sono il patrimonio esclusivo dell’Occidente né il privilegio di pochi: sono il linguaggio comune dell’umanità e la condizione indispensabile perché libertà, giustizia e solidarietà possano continuare a convivere.
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