Intervista ad Attilio Bruni – Il Carnevale alla porta di Attila
di Sergio Del Vecchio-
Al Museo Diocesano di Salerno, lo Studio Opera LTB propone l’evento “La porta di Attila”, che coniuga design, cinema, fotografia, memoria e racconto, ideato da Attilio Bruni che da 17 anni racchiude volti, immagini e storie in scatti, trasformando la fotografia in memoria.
“Ho fotografato Anime davanti a questa Porta…
Persone che hanno rivelato la loro essenza, la loro vulnerabilità…
Ogni scatto è un frammento di Vita, un momento congelato nel Tempo…
In un’epoca di manipolazione digitale e luci artificiali, ho scelto la strada meno battuta. L’uso dell’Obiettivo, della Macchina Fotografica e della Luce Naturale è la mia Modernità…
È l’Essenza della Fotografia…
Questa Porta ha visto grandi eventi, grandi situazioni d’ogni tipo arrivare al suo cospetto…
E ora, dopo oltre sedici anni di scatti, nuovi Progetti si stanno compiendo…
La chiave del successo?
Forse è proprio nell’essere fedeli alla nostra Visione, nell’abbracciare la Semplicità e nell’ascoltare le Anime che ci circondano…
La mia Porta Verde Cangiante è un Ponte tra Passato e Presente…
Attraverso le mie Fotografie, voglio condividere la Bellezza dell’Antico e la Forza della Semplicità.
[Attilio Bruni]
Attilio Bruni, come nasce il progetto della “Porta di Attila”?
Sembra un po’ strano, detto così, ma in realtà è la porta che si è rivelata a me, cioè che mi ha fatto capire: “io sono qua”.
Sono tantissimi anni che frequento il Carnevale di Venezia insieme a tutti i fotografi che arrivano da tutto il mondo, quindi Venezia è proprio un concentrato di cultura fotografica, ma soprattutto è il carnevale. Succede che a pranzo insieme ai colleghi fotografi si diceva che fotografiamo sempre nello stesso modo, negli stessi luoghi, e io cercavo di comprendere, capire come fotografare diversamente il carnevale. Questo accadeva vent’anni fa, perché ormai sono 40 anni che vado al Carnevale di Venezia, e un giorno andando in albergo ho visto questa porta cambiare colore, in una calle stretta, mi sono fermato, tant’è che i miei amici sono tornati dietro. “Ragazzi – ho detto – , ma non avete visto che la porta cambia colore?”. Ho dormito 5 notti davanti a quella porta per studiare la luce di quell’angolo (ho portato una brandina), e ho detto alla porta: ti porterò 100 sfondi che saranno i personaggi e tu sarai la protagonista, e a distanza di 17 anni questa porta piena di segni, che è stata anche ridipinta perché poi si è consumata, è diventata la mia installazione artistica, riconosciuta anche dal proprietario del palazzo e continua ancora a raccontare la sua storia.
Il giorno dopo mi telefona la dottoressa Chiara Squarcina, direttrice dei Musei Civici Veneziani e io non avevo mai fatto vedere le foto a nessuno, non avevo mai fatto mostre, e mi dice: “allora Bruni, facciamo vedere al mondo queste famose fotografie che parlano, questi famosi ritratti?”. Pensavo fosse uno scherzo, invece mi telefona Stefano Nicolao, costumista di caratura mondiale. Era tutto vero, hanno esposto le mie fotografie nel secondo museo più importante di Venezia, ed è stato un successo con oltre 15.000 persone in 5 settimane. Così è nato tutto, ho conosciuto il Maestro Nicolao e lui si è innamorato delle mie fotografie.
Come sceglie i suoi soggetti?
Alcuni li scelgo io, soggetti che mi devono emozionare, perché io da allora ho fatto un patto con la porta, ho detto che fotograferò solo lì, però le ho chiesto di darmi tutto quello che può, a livello di emozioni. E così ho fotografato per 17 anni il Carnevale, anche personaggi importanti, tanti mi hanno scritto e mi scrivono per essere fotografati, non dico i nomi perché mi sembra di dire delle cose che vanno oltre, poi a me non piace dire che li ho fotografati, ma come li ho fotografati. Questo è un po’ il mio mood.
Utilizza anche luci artificiali sul suo set fotografico?
No, io ho la macchina, l’obiettivo e la conoscenza della luce. Basta. E se metto già un filtro non è più la realtà. Perché le foto vengono fatte nell’arco della giornata, quindi la luce cambia tanto. C’è una fotografia particolare che mi hanno contestato, in cui c’era una luce di effetto posteriore. Mi chiedevano se avessi usato un faro. In effetti c’era questa luce forte, però alle tre del pomeriggio quando c’è il sole, vedete che c’è una pietra bianca, quasi lucida, come se fosse un vetro. Ecco, quando il raggio di sole batte lì, per mezz’ora mi dà questo controluce. Ed è sempre comunque luce naturale.
C’è qualche progetto in futuro che la riporterà a Salerno?
Sì, stiamo studiando un progetto per portare a Salerno i costumi di Nicolao, quelli originali dei suoi film più importanti. Per esempio quelli della serie Outlander.
La prima serie di Nicolao è stata il Marco Polo, con le musiche di Morricone, all’epoca lui era l’assistente di Sabatini, il costumista di Gesù di Nazaret, ed è stato mandato in Nepal, un po’ come fare un viaggio nel medioevo. Tra gli aneddoti che mi ha raccontato, c’è quello di quando dovevano realizzare le pellicce di Marco Polo che attraversa l’Himalaya, ed erano proprio sull’Himalaya, dove hanno dovuto far costruire un ponte per lui, e chiedevano queste pellicce che non arrivavano mai. Un giorno gli comunicano che finalmente le pellicce erano arrivate. Lui va a vedere e davanti a lui c’era un gregge di pecore e montoni! Almeno i villaggi vicini hanno mangiato per un mese o due, però lui ha dovuto cucire le pellicce così com’erano. Adesso con più di 42 anni di attività, tanti film importanti in costume ad Hollywood, tanti teatri nel mondo, faremo questo connubio, io con le mie foto e i miei video, lui coi suoi costumi. Porteremo in giro bellezza.
Il tema delle mie fotografie è che sono intonse, cioè così sono uscite dalla macchina fotografica, anche la vignettatura e la calza montata su, perché ho voluto lavorare proprio come ho imparato, quasi 45 anni fa, quando ho iniziato a fare le fotografie, non c’erano trucchi, non potevi millantare, se non sapevi fotografare non ce n’era.
Non ci sono dubbi, il suo è proprio l’approccio dell’artista, quello che cerca la luce, la studia, anche nelle sue variazioni, un po’ come gli impressionisti, insomma. Questo avviene quando la fotografia incontra l’artista.
La fotografia ha varie espressioni, è narrativa, è documentazione, ma io la vedo come una grande forma di espressione artistica, ma soprattutto di espressione del proprio io. Cioè, tu tante cose le hai dentro, non sai come dirle, le racconti con un’immagine, no? Però c’è una cosa fondamentale che mi ha insegnato il mio primo maestro di fotografia, allora avevo una Hasselblad a pellicola, bellissima, un pulsante per scattare, la ghiera dei diaframmi e dei tempi. Basta. Basta questo – lui mi diceva – devi imparare con la luce naturale. Perché, se tu metti già un filtro, se usi un algoritmo, hai già raccontato un’altra storia. Ed è questo che piace alla gente.
Parliamo anche dei supporti che usa.
Io ho aspettato a stampare le foto e fare la mia prima mostra perché non avevo ancora trovato il supporto che le restituisse come volevo. Un giorno mi chiama questo stampatore di Torino che stampa per tutte le mostre museali più importanti d’Europa e mi fa vedere questa carta, una carta museale certificata, perché tutti i musei del mondo hanno riconosciuto la fotografia come forma d’arte. Si tratta di una carta cotone in grado di assorbire bene i riflessi della luce puntata contro mettendo in mostra i dettagli in un modo impressionante. Se tu vedi la pelle, vedi davvero la pelle, in ogni particolare. Quando l’ho vista ho detto: ci siamo, posso fare le mostre.
Però davanti alla porta di Attila ci sono comunque le persone, ci sono i voti, ci sono le espressioni, le storie, le vite…
Quando vedo delle cose che mi colpiscono è allora che mi viene un nodo alla gola, perché io quando mi viene quel nodo alla gola capisco che quella è la fotografia. E lì mi fermo, il mondo rallenta e rimane a fuoco solo quel soggetto. E io sto lì – Scusa posso fotografarti? – Vieni con me, andiamo… e poi faccio lo scatto, cambio magari posizione, ne faccio un secondo e ho finito. La gente si sorprende, mi dice che di solito quando li fotografano fanno centinaia di scatti – perché non c’è più la pellicola, dico io – , a me ne basta una, massimo due. Durante tutto il carnevale avrò scattato una trentina, 35 scatti, immortalando 7 o 8 soggetti in tutto. Ma come – mi dicono – solo una trentina di foto durante tutto il carnevale? E quante ne devo scattare, scusate? Ho scelto questa strada, è la sublimazione di quell’attimo e basta. Quel momento là. Quell’attimo con tutti i suoi difetti che fanno sempre parte della vita.
E’ la prima volta che viene a Salerno?
No, sono venuto per il Giro d’Italia qualche anno fa.
Perché il Giro d’Italia?
Perché io lavoro per il Giro d’Italia, sono pilota di droni per la Rai e fotografo. Poi sono anche regista, ho studiato tutte le maestranze del cinema, ho iniziato con la fotografia, perché la fotografia è la base, diventa la tua cifra artistica, ma non puoi essere un direttore della fotografia se non conosci il cinema. L’ultima cosa che ho fatto è stata per Seth Rogen, per la serie tv The Studio, che ha vinto gli Emmy l’anno scorso. Sono venuti a Venezia a girare la seconda parte e la prima puntata dedicata al Festival del Cinema, con Michael Keaton, Madonna e tante altre star, e mi hanno chiamato chiedendomi di fare me stesso, il fotografo di Madonna. Lei poi si ricordava di quando arrivò a Venezia e non era ancora conosciuta, il primo video che ha fatto fu Like a Virgin, girato proprio a Venezia e Nicolao aveva appena aperto lo studio. Quando gli portarono questa ragazzina, lui la guardò e pensò ad un vestito per lei: il busto, cioè quello che lei veste nel video, gliel’ha fatto Nicolao. C’è un video virale dove Madonna è sulla gondola insieme a Julia Garner, altra attrice americana bravissima che sta emergendo adesso, per ricordare il famoso video degli anni ‘80. Quel video virale che gira oggi sul web l’ho girato io. E Madonna dopo tanti anni si ricordava… si mette a cantare Like a Virgin e poi mi dice – Thanks Attilio! –







