“Se un giorno il silenzio”: Cava de’ Tirreni ospita gli scatti di Cesare Abbate sul Covid
di Maria Gabriella Alfano-
Inaugurata ieri al Forum dei Giovani la mostra fotografica che racconta il lockdown di Napoli. Quindici immagini in bianco e nero tra memoria collettiva e riflessioni sul presente.
È stata inaugurata ieri, 8 maggio, presso il Forum dei Giovani di Cava de’ Tirreni, in via Francesco Crispi, la mostra fotografica “Se un giorno il silenzio”, che raccoglie gli scatti del fotoreporter Cesare Abbate realizzati durante il lockdown a Napoli.
Quindici fotografie in bianco e nero che non gridano, ma sussurrano. Dettagli quotidiani, ritratti, strade deserte: un linguaggio essenziale per restituire la memoria di un tempo che si vorrebbe già lontano e che invece brucia ancora.
La mostra si inserisce negli eventi del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, promosso da ASviS, ed è il frutto di una sinergia tra Portici Science Cafè, Associazione Scientia, Forum dei Giovani di Cava de’ Tirreni, Libreria Centopagine e la Rete dei caffè scientifici italiani. La curatela è della giornalista e promotrice culturale Ileana Bonadies, che ha accompagnato il lavoro di Abbate anche nel volume omonimo (San Gennaro edizioni): un libro in cui agli scatti si affiancano dieci racconti di noti scrittori contemporanei quali Alessio Arena, Franco Arminio, Mimmo Borrelli, Antonella Cilento, Amalia De Simone, Alessio Forgione, Eugenio Lucrezi, Lorenzo Marone, Donatella Trotta e Massimiliano Virgilio.
Dopo i saluti delle rappresentanti dell’Associazione Scientia Carmen Troiano e Ilenia Apicella, Bonadies ha ripercorso la genesi del libro, pubblicato nel 2020: “Abbate ci mostra una Napoli che non conosciamo, e un periodo storico che ci ha messi alla prova. Al centro dei suoi scatti ci sono sempre le persone”.
Ha catturato l’attenzione della sala l’intervento dell’antropologo Paolo Apolito che ha offerto una lettura densa e acuta delle immagini in mostra: “Le foto di Abbate sono formidabili perché affidabili. La foto fa cose che la parola non fa: ci fa entrare in un mondo sconosciuto e ci rende protagonisti di quella storia. La memoria collettiva diventa la tua memoria”.
Apolito ha poi allargato lo sguardo al presente, con parole che non lasciano scampo: “Eravamo tutti fragili all’epoca. Potevamo cambiare il mondo, ma non è accaduto. Siamo peggio di prima. Sei anni fa si parlava di Green Deal; oggi c’è il War Deal, e le risorse vanno al riarmo invece che a sfamare i popoli. Trentamila persone sono morte nel Mediterraneo dal 2014 e oltre settantamila nel genocidio di Gaza. Tutto questo non possiamo ignorarlo”.
Ha chiuso l’incontro Cesare Abbate, con un’emozionante riflessione che vale la pena riportare nella sua essenza: “C’è stato un tempo, recente abbastanza da bruciare ancora sulla pelle e già lontano quanto basta per essere tradito dalla memoria, in cui le città hanno smesso di mentire. Senza traffico, senza il brusio dell’umano, le strade non avevano più alibi”.
Abbate ha rifiutato ogni narrativa consolatoria: “Si disse, con un entusiasmo che oggi suona quasi indecente, che ne saremmo usciti migliori. Nulla, nell’esperienza umana, suggerisce che la sofferenza migliori automaticamente chi la attraversa. Siamo estremamente adattabili, ma l’adattamento non coincide con il miglioramento». E in chiusura: «La città vuota non era un’anomalia. Era una rivelazione”.
La mostra resterà aperta fino al 15 maggio 2026 con ingresso gratuito, negli orari del Forum dei Giovani. Un’occasione da non perdere per chi cerca, nell’arte e nella fotografia, non solo uno sguardo sul passato, ma una lente per leggere il presente.







