“Vedersi negli occhi”, Lina Pallotta racconta la sua fotografia.
“Vedersi negli occhi”, Lina Pallotta racconta la sua fotografia.
di Mariolina Marcelli-
Quando il legame diventa più importante dello scatto.
La mostra Infiniti mondi. Viaggio nella poetica di Fabrizio De Andrè promossa e organizzata dall’Associazione culturale Tempi Moderni ospita nella sua rassegna Racconti del Contemporaneo. Navighiamo su fragili vascelli che dopo l’evento con Franco Turcati, ci riavvolge nel mondo della fotografia, questa volta insieme a Lina Pallotta, fotografa di origine campana, introdotta dalla giornalista Monica Trotta, a moderare l’incontro la storica d’arte, curatrice ed editor Suleima Autore.
Lina Pallotta parte dalla Campania, per poi arrivare a New York, dove si formerà, passando poi per il Messico e infine Roma, un itinerario che Suleima Autore descrive come un “vivere fotografando”.
La fotografia di Lina Pallotta si ricollega alla musica e alle parole di Fabrizio De Andrè attraverso il racconto della marginalità e di mondi poco esplorati, quest’affinità viene in primis sottolineata dalla fotografa, affermando che l’assonanza tra lei e De Andrè non potrebbe che essere più adatta. La musica, afferma Pallotta, è sempre stata un elemento fondamentale nel suo lavoro, in quanto, ogni foto scattata è stata irrimediabilmente ispirata dal ritmo musicale e dal flusso che riceve da esso, senza, non riuscirebbe a scattare.
Ciò che più di ogni altra cosa, definisce e caratterizza il lavoro della fotografa Pallotta, è la creazione di un legame con chi viene fotografato, l’importanza della relazione, prima della foto, così da creare un “posto” giusto, per avere le “foto giuste”.
La capacità di non giudicare chi si ha davanti è fondamentale, quasi essenziale, perché, come afferma Lina Pallotta, “il personale è politico”, la quotidianità, l’intimità, tutto ciò che fuoriesce, è politica e ci aiuta a descrivere, rappresentare e capire la vita delle persone che vengono fotografate, in particolar modo con le figure più marginali, che spesso sono relegate ad essere descritte con banale pietismo, con la conclusione di inseguire un pensiero stereotipato.
Il progetto fotografico e successivamente editoriale su Porpora Marcasciano, attivista e scrittrice trans italiana che Lina Pallotta fotografa a partire dal 1990, è il perfetto esempio di come attraverso le sue foto, l’artista, riesce a dar voce all’intimità umana più profonda e al contempo mettere in risalto, in questo caso, le esperienze politiche e le difficoltà delle lotte per uscire da quella cosiddetta “marginalità”.
“Porpora” è il titolo del libro che racchiude un’estesissima raccolta di foto che Pallotta scatta all’amica, perché prima di ogni altra cosa, le due sono amiche e nel progetto il legame fuoriesce, dando vita così a scatti che ritraggono non semplici foto “a Porpora”, ma foto del loro tempo che scorreva, di uno spazio intimo.
La selezione di tutte le foto per il libro, come afferma Pallotta, è stata abbastanza fluida e naturale, poiché c’era l’intenzione di ritrarre Porpora così come l’aveva fotografata, dividendo le varie foto in blocchi: famiglia, politica, mistero, intimità, così da dare uno spazio ad ogni situazione. La raccolta è completamente in bianco e nero, questo perché è in primis la fotografa a preferirlo, descrivendolo come più vicino alla dimensione intima e perché “Già la vita di tutti i giorni è a colori, le foto, sono un’altra cosa”.
Nel rapporto con l’attivista, Lina Pallotta descrive la loro dimensione come molto morbida e naturale, non complessa, semplicemente il lavoro di attivismo di Porpora Marcasciano si era fuso totalmente con il lavoro fotografico, unendosi in un’unica cosa, ma è proprio Pallotta in prima persona a definirsi in generale una fotografa per niente invasiva o aggressiva; il lavoro non inizia mai con la foto, ma con la relazione, nel momento di attesa della foto giusta, Pallotta riempie il tempo costruendo un contatto, servendosi a pieno del momento.
Chiaramente la carriera dell’artista, non si ferma solo al progetto su Porpora Marcasciano, avendo vissuto per anni a New York, Pallotta è riuscita a fotografare lo spirito poetico e underground del fenomeno delle slam poetry americane, racchiudendolo nel progetto “Tongue on flames”, una raccolta a cui tiene moltissimo, per via della sua passione per la poesia e che l’ha spinta ad iniziare a scattare.
Ella ha definito il suo lavoro come necessario a creare delle foto che ritraessero l’opposto di ciò che si vedeva in giro, perché “Non puoi combattere il sistema se usi le stesse parole del sistema”, difatti è consapevole che buona parte della sua carriera è stata caratterizzata dall’aver fatto cose che non sono andate bene al mondo, ma va bene così, in quanto la sua intenzione è sempre stata di scattare per il futuro e mai per il passato.
La certezza che ne consegue è che ciò che Lina Pallotta ci regala, è sicuramente un’esperienza unica nel suo genere, grazie a scatti intensi, reali, ma soprattutto potenti, potenti nella loro naturalezza.
Fotografie a cura di Enza Sola







