Parma incontra Steve McCerry
di Mariapia Vecchine-
La mostra “Orizzonti Lontani”
«Direi che sono un fotografo di strada che ritrae “situazioni trovate”, e il modo migliore di farlo è camminare per le strade e catturare la vita nel momento in cui accade, per caso».
Steve McCurry parte dagli Stati Uniti sin da giovane ragazzo, con indosso solo la sua macchina fotografica, per esplorare mondi ignoti e al limite dell’immaginario umano, i suoi scatti mescolano la perfezione artistica alla narrazione della realtà cruda e autentica.
Oggi è Parma, nel suggestivo Palazzo Pigorini, ad accogliere la mostra “Orizzonti Lontani”, dedicata al minatore delle fotografie umanizzate.
La rassegna è un viaggio nel cuore del tempo, quello attraversato da Steve, che ha vissuto mille vite osservando i volti di donne e uomini conosciuti in Afghanistan, nei meandri dell’India e lo Yemen.
Il dolore e la sofferenza dei bambini, ma anche i loro occhi di speranza sono il focus di McCurry, che fra milioni di scatti, non dimentica la profondità dello sguardo giovane e coraggioso di una ragazza afgana, in un campo profughi nei pressi di Peshawar, profondo Pakistan.
I suoi occhi verdi sono crudi, vivi e non vinti: il fotoreporter ha dichiarato di averla incontrata per la prima volta nel 1984 e di non averle scattato subito una foto, ma di averla solo osservata con incanto e stupore.
Il ricordo del suo sguardo, per Steve, è stato negli anni una forza magnetica, nel 2002 l’artista ha cercato di rintracciarla con l’aiuto del National Geographic e ha scoperto la sua identità: è Sharbat Gula, la ragazza destinata ad essere ricordata per le increspature già pronunciate al giovane viso, gli abiti in pezza e il racconto di una vita nello sguardo. La storia di Sharbat è quella di milioni di rifugiati afgani, abbandonati e dimenticati alla povertà assoluta.
E poi l’India nella forza espressiva di Steve McCurry, raccolta nelle sue sfumature: la dimensione spirituale del Buddismo, la sovrabbondanza umana in strada a Bombey: quando il fotografo nel 1993 intravede una madre ed un bambino dai vetri di un taxi, bagnati dalla pioggia dei monsoni, testimonianza di resilienza femminile.
Il monsone è la scia di piogge torrenziali che spira sulle pianure asiatiche dagli oceani tropicali e, nella sua
cruda natura, insegna a McCurry cosa significa vivere di quello che la vita offre, ma con il sorriso: è ciò a cui il popolo indiano è abituato, come l’incontro del fotoreporter statunitense con un sarto, che sommerso dalle acque cerca di mettere in salvo la sua macchina da cucire, perché è l’unica cosa che resterà al suo futuro.
Gli anni 2000 restituiscono dolore incontenibile: dal Perù gli scatti crudeli di un’arma nelle mani minute di un bambino, segnano l’era di guerriglie silenziose a cui l’uomo si arrende, lasciando il futuro di nuove vite nell’afflizione.
Non c’è trascuratezza dove arriva la sensibilità di Steve McCurry, l’uomo che ha rivoluzionato la fotografia contemporanea, valorizzando il particolare senza prevaricare l’intuito emotivo di chi è destinato ad osservare le sue fotografie.







