Senza giudicare: Bispuri racconta la solitudine di massa sulle orme di De André

 

di Maria Gabriella Alfano-

A colpire, prima ancora delle parole, sono gli occhi. Occhi che non ridono, ma neppure aggrediscono. Occhi sospesi, attraversati da una tristezza quieta, quasi rassegnata. È da qui che comincia il racconto del fotografo Valerio Bispuri, dagli sguardi catturati in anni di vita condivisa dentro le carceri, restituiti al pubblico ieri sera a Palazzo Fruscione, nell’incontro “Della solitudine di massa”.

L’appuntamento, inserito nella rassegna “Infiniti Mondi – viaggio nella poetica di Fabrizio De André”, si è aperto con i saluti di Antonia Autuori, presidente della Fondazione della Comunità Salernitana, e con l’introduzione di Marco Russo, presidente di Tempi Moderni. A dialogare con Bispuri, la giornalista Monica Trotta.

Un omaggio, quello al cantautore genovese, che non è mai dichiarato in modo didascalico, ma attraversa l’intero incontro come una traccia profonda: lo sguardo sugli ultimi, la capacità di osservare l’uomo senza giudicarlo, neppure nei giorni drammatici dell’”Hotel Supramonte”. È lo stesso sguardo che Bispuri porta dentro le carceri, luoghi in cui – racconta – “la collettività concentra la propria paura”, ma dove la solitudine assume una forma paradossale: rumorosa, affollata, condivisa e insieme irrimediabile.

“Nel carcere non sei mai solo, ma sei sempre solo”. Una frase che resta sospesa nella sala, mentre scorrono le immagini, quasi tutte in bianco e nero, alternate al racconto. Non c’è ricerca estetica fine a sé stessa: “È la consapevolezza che fa la foto, non l’estetica”, spiega il fotografo. E quella consapevolezza nasce dal tempo, dalla relazione, dalla fiducia costruita giorno dopo giorno.

Bispuri non entra in carcere da visitatore. Ci vive. In Sud America prima, poi in Italia, fino ai sei mesi trascorsi a Poggioreale. Parla con i detenuti, mangia con loro, accetta un caffè che non si può rifiutare. Li coinvolge: “Facciamolo insieme”. È così che smette di essere un estraneo. È così che gli sguardi cambiano, si aprono, si raccontano, così come i corpi, spesso segnati e raccontati dai tatuaggi esibiti dai detenuti, tracce visibili di identità, appartenenza, memoria. Fino al punto in cui – dice – “sono loro a chiederti la foto”.

Dietro ogni numero di matricola torna a emergere un volto, una storia, una voce. Il lavoro confluito in Prigionieri, reportage che documenta il lavoro svolto nelle carceri, è insieme fotografico e antropologico: vent’anni di esperienza sulla libertà perduta, attraversando carcere, droga, emarginazione sociale. Un’indagine che non cerca risposte facili, ma pone una domanda radicale: chi siamo quando ci viene tolta la libertà?

Il carcere, nel suo racconto, è anche un laboratorio umano dove le differenze emergono con forza. Le donne soffrono più degli uomini, soprattutto per la distanza dagli affetti. Nei reparti femminili, i bambini possono restare con le madri fino a tre anni: poi devono uscire. E lì si apre una frattura dolorosa. “Tra donne c’è più affettività, più contatto”, osserva. Ma resta il nodo della solitudine, della sessualità negata, della mancanza di privacy. Mai soli, mai davvero insieme.

E poi ci sono i giovani, incontrati nel 2024 nelle carceri minorili, dove Bispuri ha insegnato fotografia. Anche lì, ciò che manca di più è la famiglia, la madre. È il vuoto che ritorna, costante, in ogni latitudine.

“Se hai qualcuno fuori, hai un po’ di speranza”. Altrimenti restano i rituali per non sentire: lo sport ossessivo, il cibo, il tempo che si riempie per non crollare. E resta, soprattutto, una realtà che – denuncia – non cambia. “Non interessa a nessuno”. Le carceri, come altri argomenti scomodi, restano ai margini anche del dibattito pubblico.

A chiudere l’incontro è la narrazione di “Orfani”, un lavoro dedicato ai bambini in diverse parti del mondo. Un passaggio che allarga lo sguardo, ma non lo alleggerisce: anche nel margine più estremo, l’infanzia continua a chiedere futuro. E occhi capaci di riconoscerlo.

Forse è proprio questo il punto di contatto più profondo con De André: la necessità di guardare davvero. Senza filtri, senza giudizio. Di restare dentro quegli occhi che non ridono e non feriscono abbastanza a lungo da accorgersi che, sotto la superficie, c’è un’umanità fragile, ostinata, irriducibile.

Fotografie a cura di Valentino Petrosino

Maria Gabriella Alfano Maria Gabriella Alfano

Maria Gabriella Alfano

Architetto urbanista, giornalista pubblicista e animatrice culturale. Laureata con il massimo dei voti alla Federico II di Napoli e specializzata in pianificazione alla Sapienza di Roma, ha lavorato esclusivamente nel settore pubblico occupandosi di sviluppo urbanistico e territoriale, opere strategiche e tutela ambientale. Autrice e co-autrice di pubblicazioni su ambiente e territorio, ha diretto la rivista “Progetto”. Già Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Salerno e dell’Ente Riserve Naturali “Sele Tanagro–Eremita Marzano”, promuove iniziative culturali ed editoriali attraverso l’Associazione L’Iride. Viaggia spesso in tutto il mondo.

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