Dava il Tu a me, che per lui ero Lei

di Giuseppe Moesch*

Verso la metà degli anni sessanta, un mio amico partito per il CAR, mi raccontò una storia relativa ad un biglietto di punizione redatto nei confronti di un soldato che l’aveva apostrofato parlandogli con il tu.
Non ho mai saputo se si trattasse di una storia vera o fosse una sorta di barzelletta, tuttavia il testo era appunto: “Dava del tu a me, io che per lui ero lei”.

Questa frase mi è rimasta in mente costantemente durante gli anni del mio lavoro di docente, quando mi rivolgevo ai miei studenti, normalmente giovani dai vent’anni in su ed oltre, ai quali davo del Lei, ed ai quali mi presentavo sempre rigorosamente in giacca e cravatta.
Il motivo per il quale ostentavo quella sorta di divisa lo spiegavo quando mi chiedevano, specialmente nei tempi a noi più vicini, come anche d’estate non optassi, come faceva buona parte dei miei colleghi, per un abbigliamento più comodo, e sottolineavo come io ero espressione di una istituzione e ad essa dovevo un contegno appropriato, e come dovessi essere per loro d’esempio per il loro futuro decoro.

Sono perfettamente consapevole della differenza tra sembrare ed essere, tra forma e sostanza, tuttavia il mio contegno mi permetteva di indicare a quei giovani quali fossero i comportamenti da tenere per rispettare la loro dignità ed i loro diritti di essere considerati cittadini a pieno titolo non diversi da me, portatore di insegnamenti, ma non certamente di superiori privilegi rispetto a loro.

A Napoli c’era l’abitudine di usare tre pronomi per interloquire con gli altri ed erano il tu, il lei ed il voi: il primo veniva usato tra parenti ed amici, il lei con le persone sconosciute ed autorevoli, ed il voi con persone autorevoli o subalterne, era di fatto un pronome da usare con chi si ritenesse essere di condizione inferiore. Ancora i miei genitori davano del Voi ai miei nonni in segno di rispetto, mentre era normale usare quel pronome con gli artigiani o i commercianti,

Altra condizione era l’uso del Voi con persone autorevoli a cui si affiancava il termine Don o Donna seguita dal nome o dal cognome, quando si voleva accentuare il senso di rispetto senza usare titoli accademici o nobiliari.
Tutta quella ritualità è sparita ed anche se l’imperio della logica americana tende a generalizzare l’uso del tu; non credo che oltre ai bambini nessuno si rivolgerebbe al Presidente della Repubblica, del Senato o della Camera usando quel pronome.

Il comportamento dei giovani è semplicemente la conseguenza di quanto loro insegnato nelle scuole di ogni organo e grado, quando un malinteso senso di familiarità e di gerarchia ha consentito il rilassamento di quei costumi; quell’atteggiamento provoca semplicemente l’idea di una falsa uguaglianza tra ruoli e funzioni e la convinzione che le norme comportamentali siano un orpello, un quid a cui si possa rinunciare con il fai da te.

Il passaggio successivo è quello della possibilità di rivedere su base autonoma anche le norme di legge, agevolati dal rilassamento dei comportamenti di chi quelle norme dovrebbe far rispettare. Viviamo in uno Stato con leggi articolate e pervasive che dovrebbero garantirci una condizione di relazioni sociali garantiste per il benessere collettivo per poi trovarci in un mondo di insicurezza assoluta, con la necessità di dover schierare l’esercito in alcune aree sensibili, le forze dell’ordine in posizione d’inferiorità rispetto a chi delinque, con una visione estensiva dei concetti di libertà e di difesa rivolta a chi non rispetta le leggi del vivere sociale e mettono i cittadini in posizione di soggezione rispetto ai furfanti e ai pregiudicati.

Qualche giorno fa mi sono trovato in ospedale per un piccolo intervento ed il giovane specializzando intorno ai trent’anni mi si è rivolto con fare arrogante chiedendomi qualcosa e dandomi del tu; gli ho chiesto se fossimo parenti ed al suo diniego gli ho domandato perché mi desse del tu; si è scusato mi ha dato del lei e senza attendere risposta alla domanda che mi aveva fatto si è allontanato.

In realtà il problema è che il giovanotto, nonostante l’età, si comportava come un adolescente, e cercava di esercitare la sua funzione non attraverso l’autorevolezza della sua preparazione ma attraverso l’autoritarismo derivante dalla sua posizione e dal suo status.
Intimorire un paziente, uno studente, un indagato potrebbe essere forse una tattica vincente, ma credo sia un modo indegno di trattare con cittadini portatori di diritti e di doveri.
Il rilassamento delle norme di rispetto reciproco sono altrettanti vulnus di un sistema che ha perso i limiti del rispetto reciproco e sarebbe giusto ripensare a forme ideologiche di comportamento sociale per riacquistare il rispetto reciproco e vivere in una società più giusta.

 

*già professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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