Indignarsi

di Giuseppe Moesch*

Mio nonno era svizzero; era nato verso la fine dell’ ‘800 nel cantone di Argovia, al confine con la Germania, sul grande fiume Reno, ampio come un mare, ed è forse anche per questo, oltre che per l’avvenenza di mia nonna Giulia bellezza napoletana verace, che scelse di rimanere in quella città.

Mio padre conservò la cittadinanza svizzera mentre io, pur avendone la possibilità, optai per quella italiana non essendo all’epoca possibile mantenere le due come avviene oggi.
Sono stato educato fino alla terza media alla scuola svizzera di Napoli, principalmente perché i programmi prevedevano, oltre ai normali insegnamenti delle scuole statali italiane tra cui il latino alle medie, anche l’insegnamento di francese, tedesco e inglese.
In quella scuola ebbi il mio imprinting sulla storia patria italiana, ma anche il rispetto per gli altri popoli, anche per la presenza tra i miei compagni, di allievi provenienti da diverse parti del mondo.

Ho voluto sottolineare questo aspetto delle mie origini per evitare che possa essere attribuito alle mie parole una qualche difesa d’ufficio.
Le terribili e tragiche scene che la cronaca ci ha trasmesso da Crans-Montana, hanno suscitato in tutti analoghe reazioni emotive per la dimensione della vicenda, per l’età delle vittime, per l’incredibile superficialità dei gestori del bar trasformato in discoteca, per i colpevoli ritardi e le palesi omissioni delle autorità.

Ma quello che ha stupito l’opinione pubblica di tutto il mondo è che questo sia avvenuto in Svizzera, scoprendo in un solo istante la fragilità e l’apparente inadeguatezza di un sistema economico e sociale visto normalmente come un faro di ordine e disciplina.

Siamo stati certi, fino al 31 dicembre scorso, che se ci fosse capitato in una strada di Berna o di Zurigo, come di Losanna o di Locarno, di lasciare cadere una cartaccia, sarebbe apparse dal nulla un agente a multarti per la grave infrazione all’ordine costituiti e ci siamo risvegliati al mattino del primo gennaio, con la sparizione di un sogno, acuito nei giorni successivi dal come le autorità hanno affrontato la situazione.

Abbiamo scoperto che da cinque anni non si eseguissero controlli sulla struttura, di come il fai da te avesse permesso ai coniugi corsi Morettì di investire somme ingenti in tre locali, pur mostrando il titolare uno storico curriculum da pregiudicato per reati contro le persone ed il patrimonio, con capitale di ignota provenienza, con un ordinamento giuridico che permetteva il tutto, ed un sistema giuridico distante anni luce dalle nostre ipergarantiste misure a tutela dei cittadini.

La delusione è forse la chiave di lettura più dura a cui la tragedia ci ha costretto a riflettere.

L’ordinamento giuridico italiano e quello europeo ci hanno abituati a concepire lo Stato come custode dell’interesse di tutti e dei più deboli come prioritario, interesse da perseguire e tutelare con norme stringenti e ferocemente difese sia in fase preventiva ma anche nel caso le stesse non vengano rispettate.

Sappiamo che si considera con malcelata ironia che la burocrazia eccessiva produce effetti deleteri sullo sviluppo economico, e si sorride quando si scopre che talvolta quelle norme vengono eluse, purtuttavia esistono e la magistratura e le forze dell’ordine provvedono a sanzionare i trasgressori.

Anche se la Svizzera non fa parte a pieno titolo della UE, tuttavia vi è una costante politica di integrazione tra i sistemi giudiziari, in particolare per i reati di ordine economico e finanziario.

Non appare però altrettanto puntuale l’adeguamento per la restante parte delle norme, anche per le maggiori autonomie cantonali, e quindi restiamo stupiti di fronte alla diversità di comportamenti delle autorità sia in fase di controlli preventivi che in sede di attività di indagine e di controllo.
Ragionando in termini di buon senso e sulla base del comune sentire del cittadino italiano e non solo, le azioni della magistratura elvetica sono apparse immediatamente lente e inappropriate.
Perché non sono stati subito fermati i titolari? Perché non si è cristallizzata la scena, permettendo di modificare la scena del crimine? Perché non si è evitato che potessero essere manomesse le prove e celati i documenti? perché non sono state subito previste le autopsie? Perché i responsabili amministrativi a tutti i livelli non sono stati investigati e coinvolti per la loro parte?
La risposta è assai più semplice di quanto non si creda: perché non era previsto nell’ordinamento.

Quello che ha indignato l’opinione pubblica è l’apparente impunità di quelli che appaiono essere i cinici responsabili dell’incendio fatale, che peraltro sono subito ritornati liberi, dopo una ritardata e risibile custodia cautelare con una cauzione commisurata alla quasi indigenza ufficiale dei due poveri coniugi, sebbene vivessero nel lusso di auto prestigiose e residenze da sogno.

L’ ulteriore cosa terribile che fino ad ora si apprende, è che l’assicurazione stipulata è assolutamente inadeguata e la responsabilità pubblica, pare sia insignificante, non solo per le persone decedute, ma anche per coprire le spese enormi per le cure.
Ed ecco che le famiglie gridino allo scandalo, e che gli organi di stampa amplifichino quelle grida legittime, chiedendo interventi delle autorità nostrane, e che da destra e da sinistra si invochi giustizia per quanto non si sta facendo.

In realtà la magistratura svizzera sta operando secondo le leggi vigenti in quel Paese e la richiesta che il Governo italiano sta presentando a quello elvetico è quella di ingerire nell’autonomia dell’ordine giudiziario di quel Paese fregandosene dell’autonomia di quell’ordine rispetto alla politica.

Richiamare l’ambasciatore italiano in Patria è un atto quantomeno bizzarro, e non è più o meno azzardato che chiedere al Ministro della Giustizia di intervenire su una sentenza della Cassazione perché incoerente con l’umore della piazza; peggio ancora se questa richiesta arrivasse da un governo di un altro Paese agitato da una piazza domestica.

Quando penso ai sopravvissuti di quel rogo, comprendendo tra questi tutte le vittime e non solo quelli che erano presenti, e quindi le famiglie, gli amici, le comunità e tutti quelli che hanno capacità di indignarsi rispetto al tributo al dio denaro, che ha innescato la tragedia, non posso che provare un profondo senso di angoscia, di dolore per la sofferenza che provano.
Tuttavia non posso accettare la sudditanza alla piazza da parte di chi deve dimostrare, specialmente nei momenti più duri di saper gestire situazioni anche fortemente impopolari.

Intervenga lo Stato a supporto di chi ha subito la violenza di un mondo sordo alle reali esigenze dei propri abitanti e dei loro ospiti, sappia una nazione coesa aiutare chi è in difficoltà con il supporto medico, giuridico, morale ed economico, ma non abdichi, in nome di un consenso da prima pagina, ad una tradizione di rispetto giuridico che ormai viene messo in dubbio a tutti i livelli in sede interna ed internazionale.

 

  • già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno
Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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