Il Racconto della Domenica: Quello che so del mio compleanno e di D’Annunzio
di Gaetanina Longobardi-
Adoro Benedetto Croce. La lettera al Times del 1945 mi fa piangere. Eppure, non sono d’accordo quando nel saggio Gabriele D’Annunzio del 1903, Benedetto Croce si propone di indagare l’autentica personalità dannunziana e sostiene che la sincera disposizione del poeta verso la vita è quella di un “dilettante di sensazioni”, estraneo a qualsiasi tensione ideale o etica. Tale disposizione, secondo il critico, si traduce in un’opera frammentaria, davvero viva solo nei particolari sensibili e dalla netta predisposizione lirica, che ne attraversa anche le tragedie e i romanzi.
In questa estate rovente in cui è venuto meno il meccanismo di solidarietà dell’Unione Europea nei confronti della Spagna, io esco dall’archivio. L’agenda gialla che uso di solito per gli Ostrogoti è piena, non c’è una pagina vuota.
Oggi mi sento triste. Sulla bancarella fuori l’archivio, ho comprato un libro di un autore francese che amo e dentro c’era la prefazione di un politico che niente c’entrava con la rappresentazione della realtà del grande scrittore. Ma la campagna elettorale è iniziata in perfetta continuità con quella in atto. Ho strappato la prefazione e ho ripreso l’agenda gialla. Anche la “politica” italiana usa il termine agenda, ma senza l’indicazione concreta e acuta dei testi in archivio. In politica, i nobili obiettivi saranno sempre gli stessi, l’agenda è già scritta. Credo che tutti gli schieramenti lo abbiano inteso.
Sul ciglio dell’archivio, mi fermo: ha cominciato a piovere e io chiudo gli occhi. Finalmente l’aspra sensazione di denuncia contro la società mi lascia. Sento la stessa peculiare musicalità con cui sono costruite le liriche di Alcyone. Nei versi delle Laudi, soprattutto in Maya e in Alcyone, D’Annunzio trasfigura la propria vicenda esistenziale in mito: in Maya, celebra la crociera effettuata in Grecia nel 1895 affidandosi all’allegoria e alle suggestioni dei grandi personaggi della classicità; in Alcyone, il poeta si immerge nella natura dando voce al fondo sensuale della propria ispirazione e declinando in una pluralità di forme il motivo della metamorfosi.
È successo anche a me: la metamorfosi del mito Ostrogoto, la vena malinconica, il ricordo nelle suggestioni della natura lussureggiante. Il panismo dannunziano che celebra un’intima, vibrante, reale fusione con un luogo percepito come divinità umana. Cammino sotto la pioggia estiva mentre la trasfigurazione del Pozzo de’ Goti che ho avvertito nella Certosa Abbandonata amplifica il valore di una strada che si fa semplice e piana. D’Annunzio deve essere recitato ad alta voce per disarmare il senso della misura di un’agenda ormai piena che sembra inarrestabile condurre. «Taci. Su le soglie/ del bosco non odo/ parole che dici/ umane; ma odo/ parole più nuove/ che parlano gocciole e foglie/ lontane./ Ascolta. Piove/ dalle nuvole sparse./ Piove su le tamerici/salmastre ed arse,/ piove su i pini/ scagliosi ed irti,/ piove su i mirti/ divini,/ su le ginestre fulgenti/ di fiori accolti,/ su i ginepri folti/ di coccole aulenti,/ piove su i nostri vólti/ silvani,/ piove su le nostre mani/ ignude,/ su i nostri vestimenti/ leggieri,/ su i freschi pensieri/ che l’anima schiude/ novella,/ su la favola bella/ che ieri/ t’illuse, che oggi m’illude,/ o Ermione».
Sotto la pioggia, conto quanti giorni mancano al mio compleanno: l’11 febbraio. D’Annunzio è sempre stato legato al giorno del mio compleanno, lo so che non è una data come le altre. Il poeta, sempre incline a trasformare la propria esistenza in arte e leggenda, conserverà quel giorno nella memoria come uno dei momenti fondamentali della sua vita. È l’11 febbraio 1907 quando nella dimora di Gabriele D’Annunzio, il tempo sembra essersi fermato. È una notte destinata a rimanere nella memoria del poeta, un momento culminante di una lunga e tormentata storia d’amore. Protagonisti sono il poeta e Giuseppina Giorgi Mancini, donna sposata e da tempo al centro dell’intenso corteggiamento di D’Annunzio. I due si erano conosciuti nel 1906 e, da allora, il poeta aveva inseguito con insistenza quella donna che avrebbe chiamato affettuosamente “Giusini”, trasformandola anche in una figura letteraria, Amaranta.
E il destino sembrerà offrirgli, undici anni dopo, un curioso ritorno della stessa data: proprio l’11 febbraio 1918, D’Annunzio sarà protagonista della celebre Beffa di Buccari. Nel cuore della notte, mentre la baia di Buccari riposa apparentemente tranquilla sotto il controllo austro-ungarico, tre piccoli motoscafi italiani si avvicinano silenziosamente alla costa nemica. Sono i MAS, imbarcazioni leggere e veloci, protagoniste di una delle più audaci imprese navali italiane della Prima guerra mondiale.
A bordo vi sono uomini pronti a rischiare la vita per portare a termine una missione tanto pericolosa quanto simbolica. Tra loro c’è anche Gabriele D’Annunzio, poeta e soldato, che trasformerà quella notte in una leggenda. L’obiettivo è ambizioso: penetrare nella baia di Buccari e colpire le navi austro-ungariche ancorate al suo interno. I MAS avanzano nel buio, evitando le difese nemiche e sfruttando la sorpresa. Una volta raggiunta la posizione, vengono lanciati i siluri contro le navi avversarie.
L’attacco, tuttavia, non produce i risultati militari sperati. Le difese della baia e le reti antisiluro impediscono ai siluri di provocare gravi danni. Ma ciò che sembra una semplice incursione fallita sul piano militare si trasforma ben presto in una straordinaria vittoria morale.
Prima di lasciare la baia, gli Italiani compiono infatti un gesto destinato a diventare celebre: D’Annunzio fa deporre in mare alcune bottiglie contenenti un messaggio di sfida. È una provocazione audace, quasi teatrale, che vuole dimostrare al nemico come gli Italiani siano riusciti a entrare nel suo territorio e ad andarsene indisturbati.
Nasce così il nome “Beffa di Buccari”, destinato a rimanere nella memoria della Grande Guerra. L’impresa assume un significato particolare anche perché l’Italia è ancora segnata dalla drammatica disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917. In un momento di difficoltà e di scoraggiamento, la notizia dell’incursione contribuisce a restituire fiducia e orgoglio all’opinione pubblica italiana.
La Beffa di Buccari non rappresenta una grande vittoria militare, ma qualcosa di diverso: una vittoria dello spirito, dell’audacia e della propaganda. D’Annunzio riuscì a trasformare un’azione navale in un simbolo nazionale, esaltando il coraggio di quegli uomini che avevano osato sfidare il nemico nel suo stesso territorio. La Beffa di Buccari rimane così una pagina singolare della Prima guerra mondiale: una piccola impresa militare diventata, grazie al coraggio e alla forza della parola, una grande leggenda.
La coincidenza non passa inosservata.
Undici anni dopo la Beffa di Buccari, Benito Mussolini firmò con il cardinale Pietro Gasparri, i Patti Lateranensi. D’Annunzio aveva trasformato l’11 febbraio in una data personale, legata al ricordo della sua impresa e alla propria immagine di poeta-soldato, uomo d’azione e protagonista della vita nazionale. Mussolini, invece, l’11 febbraio 1929 conquistò un successo di natura completamente diversa: con i Patti Lateranensi risolse la lunga «questione romana» e rafforzò enormemente la posizione del regime.
Si dice che Mussolini scelse apposta questa data per firmare il Concordato con il Vaticano: un dispetto verso il Vate.
La mia agenda gialla si bagna e anche il libro comprato sulla bancarella è zuppo d’acqua, ma non importa. Ho voglia di nuove agende e non di provvidenza politica. Perché era già tutto scritto. Come i cambiamenti climatici e l’incremento di eventi estremi. L’importanza della scienza dovrà essere il punto principale nell’agenda di ogni partito. Mentre torno a casa, calcolo di nuovo quanti giorni manchino all’11 febbraio. C’è ancora un po’ di tempo. «Piove su le tue ciglia nere/ sì che par tu pianga/ ma di piacere».
Gabriele d’Annunzio, ante 1914, Autore sconosciuto. Dominio pubblico







