Mill, dove sei? Il diritto di essere pubblicato
di Gaetanina Longobardi-
Viviamo in un’epoca meravigliosamente democratica: finalmente anche chi non sa scrivere ha conquistato il diritto di pubblicare. È una delle più alte conquiste della civiltà moderna. Dopo aver garantito a ciascuno la libertà di pensiero, di parola e di opinione, abbiamo compiuto il passo decisivo: garantire a ciascuno la possibilità di stampare le proprie opinioni e di chiamarle letteratura.
John Stuart Mill avrebbe forse apprezzato il principio, almeno fino al momento in cui qualcuno gli avesse presentato il manoscritto.
Perché il problema non è che l’idiota scriva. L’idiota ha tutto il diritto di scrivere. Il problema nasce quando pretende che il semplice esercizio della propria libertà costituisca una prova del proprio talento. Qui la libertà, da principio nobilissimo, diventa un alibi per l’ignoranza. «Ho il diritto di esprimermi» è una frase sacrosanta; «dunque ciò che esprimo ha valore» è invece una delle più straordinarie stupidaggini della nostra epoca.
John Stuart Mill difendeva con forza il diritto dell’individuo a pensare diversamente dalla maggioranza, ma non ci ha mai promesso che ogni pensiero individuale fosse intelligente. Sarebbe stato un ottimismo persino per lui. La sua figura è affascinante proprio perché rappresenta il tentativo (riuscitissimo) di integrare il rigore e la lucidità dell’Illuminismo e dell’Utilitarismo con la profondità emotiva, l’idealismo e la sensibilità del Romanticismo e dei primi movimenti sociali.
Attraverso la depressione giovanile del 1826, Mill comprende i limiti del modello bentamiano: considerare l’uomo come una semplice macchina spinta dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore prosciuga la vita emotiva. La scoperta della poesia (in particolare di Wordsworth) e la frequentazione di Carlyle gli mostrano che la mente umana ha bisogno di nutrimento interiore, immaginazione e sentimenti.
Da qui nasce il celebre paradosso della felicità: la felicità non si raggiunge cercandola direttamente come fine egocentrico, ma si ottiene come “effetto secondario” mentre ci si dedica a uno scopo esterno — che sia il progresso dell’umanità, il miglioramento della società o la cura verso gli altri.
Mill non rinnega l’utilitarismo, ma lo trasforma radicalmente. Mill introduce una distinzione qualitativa tra i piaceri: vi sono piaceri superiori (intellettuali, morali, estetici) e piaceri inferiori (meramente fisici). Famosa è la sua frase: «È meglio essere una creatura umana inappagata che un maiale appagato; meglio essere un Socrate insoddisfatto che uno stolto soddisfatto».
L’utilità non è più il calcolo edonistico immediato, ma viene rifondata sugli “interessi permanenti dell’uomo in quanto essere progressivo”. Ciò significa che il benessere di una persona si realizza solo attraverso lo sviluppo autonomo delle proprie facoltà intellettuali e morali.
Nel suo capolavoro On Liberty, l’elogio della varietà e del dissenso tocca il suo apice: in una società che tende all’omologazione borghese e all’egualitarismo livellatore, il dissenso e l’anticonformismo non sono solo diritti, ma risorse fondamentali per il progresso di tutti.
La democrazia non rischia solo la tirannia politica delle maggioranze sui governi, ma una forma più sottile e pervasiva di tirannia sociale: la pressione dell’opinione pubblica che soffoca l’individualità, l’originalità e il pensiero critico.
Ecco dunque il principio del danno (Harm Principle): l’unica ragione per cui lo Stato o la società possono legittimamente limitare la libertà di un individuo contro la sua volontà è impedire che egli rechi danno agli altri. Sulla propria mente e sul proprio corpo, l’individuo è sovrano.
L’autore mediocre, invece, ha risolto il problema alla radice: non vuole più essere giudicato. Il giudizio, infatti, presuppone la possibilità di essere giudicati inferiori alle proprie ambizioni, e questa eventualità è insopportabile per chi ha confuso l’autostima con il talento. Se un editore rifiuta il manoscritto, l’editore non ha capito. Se un editor segnala gli errori, il professionista che lavora sul testo è ottuso. Se un lettore trova il libro noioso, il lettore non è abbastanza colto. Se nessuno lo compra, è colpa del mercato. Se nessuno lo legge, è colpa della società. L’unica persona che non viene mai sottoposta a processo è l’autore.
È una forma curiosa di individualismo: l’autore pretende di essere assolutamente originale, ma non tollera il più elementare giudizio contrario. Vuole distinguersi da tutti, purché tutti siano obbligati ad applaudirlo. Invoca la libertà quando scrive e il consenso quando viene criticato. In altre parole, desidera la libertà di Mill senza il fastidio del dissenso che quella libertà comporta. Vorrebbe una società nella quale ciascuno possa dire ciò che pensa, ma nella quale nessuno possa rispondere: «Quello che pensi è scritto male».
Così il manoscritto, che un tempo avrebbe dovuto affrontare il terribile giudizio di un editore, viene portato direttamente al tipografo, possibilmente accompagnato da un bonifico. È il momento più felice dell’intera vicenda: nessuno ha ancora letto il libro, e quindi nessuno ha ancora avuto la possibilità di stroncarlo. L’autore paga e finalmente riceve ciò che aspettava da anni: non la consacrazione, ma la confezione fisica della propria vanità. Una copertina rigida, il proprio nome stampato in grande, un codice ISBN e l’illusione che la carta abbia trasformato l’incompetenza in letteratura.
Da quel momento comincia la seconda fase, ancora più comica: la costruzione della leggenda. L’autore organizza la presentazione, convoca amici, parenti e conoscenti, dispone qualche copia sul tavolo e attende il momento solenne nel quale qualcuno pronuncerà la parola «scrittore». Ed eccolo lì, finalmente: scrittore. Non perché abbia scritto qualcosa che meriti di essere letto, ma perché ha trovato qualcuno disposto a stampare ciò che ha scritto. È un criterio di selezione curioso, ma perfettamente coerente con il nostro tempo: se riesci a pagare una copertina, hai superato l’esame.
Naturalmente il libro è «una voce fuori dal coro». Quando nessuno riesce a seguirti, puoi sempre sostenere che stai cantando una musica diversa. Se la prosa è involuta, è ricerca stilistica; se è banale, è semplicità; se è confusa, è sperimentazione; se è incomprensibile, è profondità. Persino gli errori possono essere nobilitati: non sono errori, sono «scelte linguistiche». La grammatica, poveretta, non ha più alcuna autorità.
Ed è qui che l’autore vanitoso raggiunge la sua forma più perfetta: non soltanto non sa scrivere, ma pretende che nessuno abbia il diritto di dirglielo. La critica diventa censura, il giudizio diventa aggressione, il rifiuto diventa persecuzione. In nome della propria sensibilità, pretende l’immunità.
Mill aveva compreso che una società libera ha bisogno del confronto delle opinioni, anche quando una di esse è sbagliata. Ma il confronto ha senso soltanto se siamo disposti ad ammettere la possibilità di avere torto. È precisamente ciò che manca all’autore vanitoso. Egli non entra nel dibattito per mettere alla prova le proprie idee: vi entra per ottenere conferma. Non cerca lettori, cerca testimoni. Non vuole critici, vuole complici. Non desidera che il suo libro venga discusso: desidera che venga celebrato.
Mentre il vero scrittore continua a dubitare di una frase, a cancellare una pagina, a riscrivere un capitolo e a domandarsi se abbia davvero qualcosa da dire, il nostro eroe si preoccupa di una questione molto più importante: come far sapere a tutti che è stato pubblicato. Il libro è diventato secondario. Conta la fotografia con il libro in mano, la recensione dell’amico, la presentazione in biblioteca, la targhetta «autore», possibilmente accompagnata da una grandiosa intervista nella quale egli possa raccontare quanto sia difficile essere letti, partendo dal presupposto che lui non ha tempo per leggere i propri libri, figurarsi quelli degli altri.
In fondo, il suo vero capolavoro non è il libro. È la convinzione di averlo scritto.
E forse è proprio questa la più moderna delle vanità: non pretendere di essere intelligenti, ma pretendere che nessuno abbia il diritto di dimostrare il contrario. Mill ci ha insegnato che la libertà di esprimere un’opinione è una conquista fondamentale. Non ci ha mai detto, per fortuna, che ogni opinione meriti di essere ammirata.
La libertà di scrivere è sacra. La pubblicazione, invece, non è un sacramento. Il vero editore (non tipografo) è garante del lettore. Una morale come scienza esatta benthamiana tra le pagine da stampare.
Foto di Pubblico Dominio-







