Gli orrori di Cutolo e la lezione di Tocqueville
I libri da leggere e quelli da evitare-
di Gaetanina Longobardi-
Dopo la ricerca e con la borsa piena di appunti sul Medioevo, entro in una libreria blasonata e dal nome prestigioso presente in tutto il territorio nazionale. Io preferisco le bancarelle di libri con la polvere tra le pagine perché mi ricorda le sale dell’archivio che amo. La libreria ha scaffali enormi e troppi libri di case editrice a pagamento.
Tra gli scaffali nell’ingresso, un libro su Cutolo mi gela il sangue. Nella vetrina, una locandina della presentazione del libro su Cutolo che ha come ospite la moglie di Cutolo.
Il potere non si misura soltanto dalla capacità di comandare, ma anche dalla possibilità di modificare la storia per vendere qualche copia di un libro.
Sapere la storia di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata è fondamentale perché se la moglie di Cutolo presenta un libro vuol dire che non abbiamo capito niente.
Cutolo costruì un’organizzazione gerarchica, fondata sulla fedeltà al capo, sulla disciplina interna e sull’uso della violenza contro avversari e dissidenti. La stagione della guerra di camorra fu segnata da omicidi, vendette e intimidazioni. Dietro la cronaca sanguinosa si delineava un modello di potere che non mirava soltanto a eliminare i nemici, ma anche a condizionare i comportamenti di chi viveva sotto la sua influenza.
La paura, in questo sistema, diventava uno strumento di governo criminale. Il silenzio poteva apparire più sicuro della denuncia, l’obbedienza meno rischiosa della ribellione. In un simile contesto, la libertà individuale non veniva cancellata soltanto attraverso la violenza diretta, ma anche attraverso l’anticipazione della minaccia: sapere che opporsi poteva avere conseguenze bastava, in alcuni casi, a scoraggiare ogni iniziativa.
Nel 1831 il grande pensatore francese Alexis de Tocqueville scrisse il suo capolavoro Democrazia in America. Tocqueville si interrogò sui rischi che possono minacciare la libertà anche all’interno di una società formalmente libera. Già nell’introduzione, Tocqueville mostrò il proprio singolare atteggiamento verso la democrazia (fatto di ammirazione e di apprensione). Per sfuggire alla “ambiguità” della democrazia quando manchi l’entusiasmo, l’ardore della fede, il filosofo si trincera dietro il carattere necessario e inevitabile del Processo Democratico. Il processo democratico è ineluttabile e se è impossibile arrestare la democrazia, non resta che educarla.
Nel caso di Cutolo, educare significava minacce, aggressioni, morte. Ma la forza di un’organizzazione criminale non dipende esclusivamente dalle armi o dalla disponibilità di uomini disposti a esercitare violenza. Può crescere anche quando si indeboliscono i legami di fiducia tra i cittadini, quando la paura scoraggia la collaborazione e quando le istituzioni non vengono percepite come capaci di garantire protezione. E quando viene presentato un libro su Cutolo in presenza della moglie di Cutolo.
La vicenda di Cutolo appartiene alla storia della criminalità organizzata italiana, con le sue vittime e le sue conseguenze umane e sociali.
La lezione che emerge da questo confronto è semplice, ma decisiva: la libertà non consiste soltanto nel poter scegliere, bensì nel poter scegliere senza paura. Quando dire «no» diventa pericoloso, il potere ha già superato un confine fondamentale. Difendere la libertà significa allora impedire che la paura diventi una regola di convivenza e garantire a ogni individuo la possibilità concreta di opporsi all’arbitrio.
Quella vetrina della libreria fa male agli occhi e io esco dal negozio. È doloroso riflettere sui veri eroi che hanno combattuto Cutolo. Un esempio di eroe si chiama Giuseppe Salvia.
Giuseppe Salvia fu assassinato il 14 aprile 1981. La vicenda aveva avuto un passaggio decisivo nel novembre 1980. Al rientro da un’udienza giudiziaria, Cutolo non voleva sottoporsi alla perquisizione prevista dal regolamento carcerario. Salvia intervenne personalmente affinché il controllo fosse eseguito. Il gesto mise in discussione l’autorità che il capo della NCO esercitava anche all’interno del penitenziario. Il 14 aprile dell’anno successivo, Salvia fu raggiunto da un commando armato mentre tornava a casa in automobile, all’altezza dello svincolo dell’Arenella. L’agguato gli costò la vita. Per quell’omicidio Cutolo venne condannato all’ergastolo come mandante. La Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania ricorda Salvia tra le vittime del dovere uccise dalla criminalità organizzata.
Giuseppe Salvia pretese che Cutolo fosse sottoposto alla perquisizione prevista dal regolamento, affermando un principio essenziale dello Stato di diritto: nessun individuo può collocarsi al di sopra delle regole in virtù del proprio prestigio criminale.
Il coraggio personale di un funzionario si deve leggere come la capacità concreta dello Stato e della società di impedire che un potere privato, fondato sulla violenza, sostituisca la legge con la propria volontà.
È questo il libro da esporre e da proteggere.
Nel 2013 il carcere di Poggioreale è stato intitolato a Giuseppe Salvia. La sua memoria ricorda che la lotta alla criminalità organizzata non consiste soltanto nell’arrestare i responsabili, ma anche nel difendere le persone e le istituzioni che garantiscono il rispetto delle regole.
Preferisco tornare in archivio per una boccata d’aria fresca e ripenso alla memoria di Giuseppe Salvia che non ha rinunciato al suo dovere, che rappresenta la libertà di ognuno di noi, che vive ovunque, oltre quella libreria.







