Sanremo 2026: sul podio c’è Sal Da Vinci
di Sergio Del Vecchio-
Il Festival di Sanremo appena concluso si colora dell’azzurro di Napoli. Sal Da Vinci con la sua “Per sempre sì” sbaraglia la concorrenza dei vari Ditonellapiaga, Fedez-Masini, Arisa, Brancale (per citare in ordine sparso i papabili più accreditati), ma anche di un inaspettato Sayf, che ha sfiorato l’impresa da giovanissimo outsider per la prima volta sul grande palcoscenico.
Sal Da Vinci dunque, a risollevare il vessillo partenopeo dopo una lungo silenzio che durava dalla vittoria del 1988 di Massimo Ranieri con la fortunata “Perdere l’amore”. Sal è il quarto napoletano a vincere Sanremo dopo Ranieri, Peppino di Capri, con le vittorie del 1976, col brano “Non lo faccio più” che bissa il successo del 1973 di “Un grande amore e niente più” e Nunzio Gallo che vince in coppia col reuccio Claudio Villa con “Corde della mia chitarra”, quando correva l’anno 1957.
“Per sempre sì” sfata infatti il tabù del napoletano sul podio dopo che nel 2024 il rapper Geolier aveva sbancato al televoto arrivando però secondo dietro “La noia” di Angelina Mango.
Tornando alla musica, dietro al brano vincitore sicuramente si cela una riuscitissima operazione di marketing che indovina i tempi e i modi, intanto assicurando agli autori una rendita sicura dai diritti derivanti dall’utilizzo del brano nei prossimi matrimoni. Soprattutto sfruttando la popolarità che Sal Da Vinci ha saputo conquistare con la sua “Rossetto e caffè” portandola ben oltre i confini dei suoi conterranei estimatori. Basti osservare come il pubblico dell’Ariston lo ha accolto in ogni suo passaggio sul palco intonando a gran voce la sua hit e tributandogli ogni volta ovazioni sul genere Verdi alla Scala di Milano nel 1842.
E’ la rivincita del genere neomelodico, quello dei Mario Merola, dei Nino D’Angelo, dei Gigi D’Alessio, passando per Massimo Ranieri, mentre fuori gli Stati Uniti bombardano l’Iran, l’Italia sceglie la leggerezza, il disimpegno, il non voler mettere le “dita nelle piaghe” e per questo il testo di “Per sempre sì” sembra perfetto per questa 76ma edizione del Festival, sicuramente il più “politically correct” di tutti.
In un Paese dove i divorzi sfiorano il numero di 80 mila l’anno e, ultimamente, sono in calo solo perché sono in calo i matrimoni (e le procreazioni), e questo per svariati motivi, non da ultimo quello economico, mai come in questo periodo storico è opportuno parlare di “famiglia”, di “valori”, di giurare “davanti a Dio”, tutti concetti che non possono essere casuali e non possono essere passati inosservati alle giurie.
Del resto il contesto è stato quello della gestione Conti, al cui cospetto anche le edizioni di Pippo Baudo, a cui Carlo dichiaratamente si ispira, sembravano più vivaci: una kermesse piatta, senza alcun sussulto, sinceramente “democristiana”, in cui anche i comici rispolverano vecchie gag desuete di una tv d’altri tempi, nessuno dei 30 cantanti in gara vuole rischiare nulla, cercando rifugio in schemi e generi del passato e il massimo della provocazione è il Tony Pitony che ci deposita un frutto autunnale sul palco.
L’ultima edizione del conduttore televisivo fiorentino, visto che durante la serata, mentre il Napoli espugnava il Bentegodi di Verona con un gol di Lukaku all’ultimo secondo, Carlo Conti ha ufficialmente passato il testimone della direzione artistica e conduzione dell’anno prossimo a Stefano Di Martino. Un altro napoletano: quando tutto l’universo sembra farti l’occhiolino, come poteva non vincere Sal?
Al secondo posto, sul filo di lana, il giovane Sayf, trombettista genovese, di madre tunisina, spuntato fuori dal nulla ma con una lunga gavetta e una strada tutta in salita alle spalle. La sua “Tu mi piaci” è un brano leggero, ricco di contaminazioni e citazioni d’autore, che parla dell’Italia senza dire troppo. Il suo personaggio è piaciuto al pubblico, così come, per altri versi, è piaciuto il personaggio di Nayt, un altro che si è fatto da solo, premiato con il sesto posto.
Altro giovane degno di nota il cantautore romano Fulminacci, una riconferma, premiato dalla critica col prestigioso “Mia Martini”. La sua “Stupida sfortuna” è un brano orecchiabile, scritto e interpretato con la grazia e la leggerezza del ponentino che ti muove i capelli mentre a Trastevere scende la sera. Altra “vincitrice”, Ditonellapiaga, premiata con il terzo posto, il premio dell’Orchestra alla Miglior composizione musicale e la migliore cover in coppia con Tony Pitony. Si consolano con il premio al miglior testo (e qui qualche riflessione sarebbe doverosa) il duo Fedez-Masini malcelando aspirazioni più alte del quinto posto raggiunto.
Serena Brancale si conferma artista a tutto tondo, capace di passare dallo scanzonato “Anema e core” dello scorso anno alla scrittura difficile di un brano che mette a nudo la vulnerabilità e la forza di emozioni e sentimenti di grande intensità. Per lei il premio della Sala Stampa e il nono posto dietro Ermal Meta, ma anche il Premio TIM come più votata sui social ufficiali e sull’app dello sponsor. A bocca asciutta Arisa, quarto posto di tutto rispetto, con un brano, “Magica favola”, dal sapore disneyano (da più parti si è ripescata la Sirenetta a cui probabilmente gli autori si sono volutamente ispirati) bene interpretato dalla cantante lucana.
Sul podio invece sale Sal, che ringrazia e dedica con voce rotta dall’emozione il premio alla sua Napoli (ci piace immaginare che sia stato proprio il cantante a imporsi sugli altri autori scegliendo di inserire nel finale quelle poche parole in napoletano come un irrinunciabile segnale identitario), coronando così una lunga carriera costellata di successi, teatri, piazze in cui la grande occasione era stata sempre lì, dietro la porta, bussando pazientemente nella speranza che un giorno una mano invisibile l’aprisse davvero quella porta per farla finalmente entrare.







