Anna Maria Ortese: “scrivere è tornare a casa”
di Gaetanina Longobardi
Quando leggi Anna Maria non puoi sottrarti. È doloroso nell’anima perché si sposta dal suo avvenire letterario a te, alla tua dimensione del mondo, alla tua vita. È come essere in una forma di realtà che vuole costanti cambiamenti. «Non ho sete che di gioia, di luce, d’amore. È tutto questo non c’è tra le carte. Scrivere è uguale al canto raccolto e disperato del mare, nelle insenature segrete. È il rifugio triste, non è la vita. Vorrei essere dove tutti voi siete».
Forse scrivere è una sconfitta, qualche volta lo sospetto anch’io.
«Una zingara assorta in sogno»: così Elio Vittorini definisce la scrittrice nel risvolto di copertina di Il mare non bagna Napoli, che nel 1953 viene pubblicato da Einaudi proprio nella collana da lui diretta «I gettoni».
Nel 1975, Anna Maria rilascia un’intervista a Dario Bellezza in occasione dell’imminente uscita presso Rizzoli di Il porto di Toledo. Il titolo parte dalle parole pronunciate dalla scrittrice: Sono una zingara. Odio gli scrittori. Dario Bellezza coglie fin da subito la difficoltà nell’intervistarla: Si sente che l’urgenza di dire, in lei, è più forte della capacità di ascoltare tanto che ogni mia domanda resta senza risposta, di fronte alla sua volontà di dissociarsi dalla volgarità del mondo, con la speranza feroce di una trascendenza finale che la rende poco adatta ad occuparsi del quotidiano.
Con Anna Maria, ho un rapporto da donna a donna. Aprire i suoi libri nel rispetto del bene comune non è sempre facile. Le sue opere non sono entità astratte e quanto siano di un’estrema contemporaneità fa rabbrividire: reagire ai condizionamenti della miseria presente con la potenza della volontà libera, con il rispetto per la dignità umana.
E quella voglia di andare che quando mi salta addosso, devo farlo. Inaccettabile in mezzo a uomini e a donne che credono di conoscere il mondo. Disprezzando qualche volta le persone che lo popolano, ogni volta che finivo un suo libro, dovevo partire e la tolleranza che provavo da ragazza, adesso non mi appartiene più. «Il quotidiano mi fa orrore; io appartengo ad un’altra razza ormai in via d’estinzione, quella degli idalghi, degli zingari».
Ho amato la sua scrittura. Ma ho anche odiato la sua poetica descrizione dei luoghi perché la sento mia, ogni volta che arrivo in un posto nuovo e sento la stessa inquietudine. Ho scoperto che la solitudine è sott’acqua. Per colpa di Anna Maria, sono diventata un’esperta di immersione tra gli oceani.
«Sento che vivere è viaggiare, e viaggiare è crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore».
Leggere Anna Maria, significa andare in cerca di un equilibrio nell’elemento odeporico che tanto ho amato. E chiudere i suoi libri per cercare un substrato sociale umanizzato dentro la trasfigurazione del mondo. Il rapporto tra giornalismo e letteratura è contiguo e spesso sovrapposto: Il mare non bagna Napoli, ad esempio, è raccolta di racconti e di reportage giornalistici pubblicati in precedenza. Stessa sorte per Silenzio a Milano, frutto di prose di cronaca quasi tutte edite tra «l’Unità» e l’«Europeo». Un’edizione successiva, del 1994, presenta una prefazione a cura di Ortese, in cui ben si evince come il realismo della cronaca sia una scelta impossibile: da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte.
E poi il sentimento verso Alfonso Gatto che però non la ricambia. La sofferenza è il clima di incertezze, il disorientamento di una voce muta del poeta che non risponde alle lettere. “[…] paragonarlo a una nuvola, fonte di turbolenza in un paesaggio dell’anima già fortemente frastagliato”.
Negli anni Quaranta, Anna Maria guardava Alfonso con ammirazione. Il poeta salernitano era già una figura riconosciuta negli ambienti culturali e rappresentava per lei non soltanto un punto di riferimento artistico, ma anche una presenza capace di suscitare un forte coinvolgimento personale. Il sentimento di Ortese, tuttavia, non trovò una corrispondenza analoga. A raccontare la profondità di quella esperienza sono soprattutto le lettere. “Il dottore ha detto che il mio cuore è eccitatissimo e credo che lui l’abbia trovato addirittura malato. Avrei voluto singhiozzare, lamentarmi, abbracciarmi e poi mi sono sentita sfinita per due ore. Ho sognato A. Gatto”. Anna Maria affidò alla corrispondenza pensieri, speranze e sofferenze, trasformando spesso la scrittura privata in una sorta di confessione. Il silenzio e la distanza di Gatto finirono così per diventare parte stessa della sua esperienza sentimentale.
Ortese aveva consegnato a Gatto un manoscritto contenente alcune sue poesie, una copia alla quale teneva molto. Ma il poeta non si pronunciò e lei in una lettera scrisse: “Nessuna risposta”.
Con il passare degli anni, continuarono a incrociarsi sul terreno della letteratura. La loro relazione epistolare proseguì anche negli anni Sessanta e Settanta, quando Ortese era ormai una scrittrice affermata e Gatto una voce autorevole della poesia italiana.
Gatto si occupò anche dell’opera di Ortese, contribuendo alla sua ricezione critica. Nel 1967 recensì il romanzo Poveri e semplici e in seguito scrisse un’introduzione per un’edizione che comprendeva anche L’Iguana.
Vorrei che scrivessi una lettera anche a me, cara Anna Maria. Non avrebbe datazione e nel nostro scambio epistolare, lasceremmo immaginare che ci fosse una corrispondenza prima e dopo. L’anima dolorosa di questa lettera diventerebbe una poesia e magari mi parleresti di Dario Bellezza, della letteratura del suo fluire, dello scrivere, di noi due.
«Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E’ tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sè, rientra a casa; sta bene».
Sarebbe il viaggio imperfetto che vorrei con te.
In copertina immagine di Pubblico Dominio.







