Attimi di Storia. 25 luglio 1943: l’inizio della fine
La caduta di Mussolini e la nascita della Repubblica Sociale Italiana: un’indagine di costituzionalità-
di Benedetta Cioffoletti-
Alle 18:15 del 24 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, l’organo supremo del regime, si riunì per la prima volta dopo quattro anni.
Il 10 luglio dello stesso anno gli Alleati avevano lanciato l’Operazione Husky, sbarcando in Sicilia e liberandola rapidamente non incontrando di fatto alcun tipo di resistenza. L’opinione pubblica era ormai largamente contraria alla guerra e, con essa, al regime che l’aveva voluta. Mussolini si trovò così costretto a scrivere a Hitler per discutere della disastrosa situazione bellica italiana, ma la lettera non fu mai recapitata. Fu lo stesso Führer a organizzare il cosiddetto incontro “di Feltre”, tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno, il 19 luglio.
I tedeschi avevano ormai compreso il fallimento politico del regime fascista e miravano esclusivamente a occupare militarmente l’Italia centro-settentrionale, limitando il potere dell’esercito italiano alla mera difesa del Paese dagli Alleati. Consapevoli dell’incapacità strategica degli Italiani, proposero che il comando supremo dell’Asse nella penisola fosse preso da un generale tedesco, possibilmente Erwin Rommel.
L’incontro fu improvvisamente interrotto a mezzogiorno, quando giunse la notizia che in quel preciso momento “il nemico stava violentemente bombardando Roma”. Ciò spinse Vittorio Ambrosio e Giuseppe Bastianini, due esponenti fascisti, a confrontarsi con il Duce affinché informasse Hitler della necessità di una soluzione politico-diplomatica alla guerra, ma Mussolini, da mesi tormentato da dubbi in merito all’abbandono dell’alleanza con la Germania, decise di rimandare la decisione, lasciando definitivamente l’incontro.
Dopo il fallimento dell’incontro di Feltre, l’azione di Ambrosio, Capo di Stato Maggiore generale, fu indirizzata alla sostituzione del Capo di Governo, decisione ulteriormente rafforzata dalla confessione di Mussolini di voler abbandonare l’alleanza con il regime nazista.
In quei giorni di forte instabilità politica, Dino Grandi, Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, fu il solo gerarca che avesse un chiaro piano per porre fine alla guerra: riteneva infatti necessario deporre Mussolini, per poi affidare al re Vittorio Emanuele III il compito di formare un governo tecnico privo di esponenti fascisti per attaccare l’esercito nazista ancora presente nella Penisola. Solo in questo modo l’Italia avrebbe potuto sperare di attenuare le rigide condizioni imposte dagli Alleati ai paesi nemici durante la Conferenza di Casablanca.
L’occasione perfetta per agire si presentò il 24 luglio 1943, quando Mussolini convocò il Gran Consiglio del Fascismo per tentare di arginare l’opposizione interna al Partito Nazionale Fascista, scaricare le responsabilità della sconfitta militare e riaffermare la propria autorità sul regime e sul Paese. Tra i gerarchi presenti alla riunione vi erano Dino Grandi, il vecchio generale Emilio De Bono, il segretario del Partito Fascista Carlo Sforza e il genero del Duce, Galeazzo Ciano.
Durante la seduta, aperta da un lungo discorso di Mussolini sulla disastrosa situazione militare italiana, Dino Grandi presentò e portò alla votazione il cosiddetto Ordine del Giorno Grandi. Tale documento richiedeva che fossero nuovamente attribuite al sovrano, al Gran Consiglio e al Parlamento tutte quelle prerogative attribuite loro dallo Statuto Albertino, successivamente accentrate dal regime nelle proprie mani. Una mossa apparentemente moderata, ma che di fatto esautorava Mussolini dal controllo assoluto delle forze armate, in quanto invitava la Corona ad assumerne nuovamente le funzioni di comandante supremo.
Dopo una lunga e tesa discussione, alle 2:30 del 25 luglio, l’Ordine Grandi fu approvato con 19 voti favorevoli, 8 contrari e 1 astenuto. Il Gran Consiglio aveva sfiduciato Mussolini. Iniziava così la fine del regime fascista.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Vittorio Emanuele III destituì così il Capo del Governo, seppur formalmente presentato come accettazione delle dimissioni presentate da Mussolini stesso, il quale venne arrestato immediatamente e condotto alla caserma dei Carabinieri Podgora (in Trastevere) e poi trasferito alla caserma di via Legnano, dando il via alla sua successiva prigionia (tra Ponza, La Maddalena e infine il Gran Sasso).
Immediatamente dopo l’arresto del Duce, il Sovrano nominò Capo del Governo il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, in quanto ritenuto fedele alla Corona e gradito agli ambienti militari e conservatori. La sua nomina segnò l’inizio del declino definitivo del fascismo, avviando un lungo e complesso processo di transizione istituzionale che avrebbe condotto il Paese alla democrazia.
Tuttavia, numerosi sono i dubbi che nel tempo sono stati sollevati sulla legittimità della fine del regime fascista, in quanto avvenuto nella forma extra costituzionale del colpo di Stato. Al momento della nomina del nuovo capo di Governo, infatti, Vittorio Emanuele III non aveva consultato il Gran Consiglio, che, secondo la legge 2693 del 1928, avrebbe dovuto fornire una lista, obbligatoria ma non vincolante, di nomi da presentare alla Corona in caso di vacanza. Tale obbligo violava però lo Statuto Albertino, che, in quanto Costituzione flessibile, di fatto non fu mai abolito da Mussolini ma modificato progressivamente con leggi ordinarie. In particolare, l’art 65 sanciva che il “Re nomina e revoca i suoi ministri”: il Sovrano aveva dunque il potere assoluto e insindacabile di destituire il Capo di Governo e nominarne uno nuovo. La vera violazione costituzionale è rintracciabile nella delegazione dell’esercizio dei “pieni poteri” al nuovo Capo di Governo, prerogativa delle Camere ma di fatto azione che fu esercitata dal Sovrano.
L’incostituzionalità del Governo Badoglio costituì per gli esponenti fascisti il pretesto per il mancato riconoscimento del nuovo esecutivo. Fu proprio su questa profonda delegittimazione istituzionale e ideologica che, dopo la liberazione di Mussolini dalla prigionia a Campo Imperatore a opera dei tedeschi, prese forma la Repubblica Sociale Italiana, nota anche come Repubblica di Salò.
La sua soggettività giuridica internazionale è stata a lungo dibattuta, in quanto estremamente complessa e controversa: se da un lato la totale dipendenza politica e militare dall’occupante tedesco ne inficiava i requisiti di indipendenza tipici di uno Stato sovrano, dall’altro la sua capacità di mobilitazione e di controllo del territorio le conferì, almeno de facto, i tratti distintivi del partito insurrezionale belligerante.
Parte della dottrina, infatti, ha indentificato la Repubblica di Salò come un partito insurrezionale, in quanto costituito da un gruppo di insorti che, essendo militarmente organizzato ed esercitando un controllo politico effettivo, seppur non stabile, di una parte del territorio statale, poneva in essere azioni belliche contro il governo legittimo con continuità e intensità. Elemento fondamentale per definire un movimento insurrezionale legittimo di personalità giuridica, è la presenza di un ordinamento di carattere originale e non derivato. La RSI però non trovava alcuna legittimità in se stessa poiché il suo programma (i 18 punti di Verona) non fu mai applicato, dimostrando così che l’ordinamento della Repubblica di Salò non riuscì mai a strutturarsi ed esercitare una reale sovranità legislativa e statale autonoma.
La sua esistenza e l’esercizio del potere sul territorio dipendevano interamente dal supporto politico-economico e militare della Germania nazista, rendendone così l’ordinamento non originario, ma derivato dall’autorità dell’occupante tedesco. La tesi più accreditata, infatti, definisce la RSI come uno stato fantoccio, privo dunque di ogni soggettività giuridica. Seppur il governo fosse de facto nelle mani di Mussolini, il potere effettivo era esercitato dagli occupanti nazisti e riconosciuto esclusivamente dalla Germania e dai suoi stessi alleati, come il Giappone, la Repubblica di Nanchino, Manciukuò, e da Paesi con truppe dell’Asse presenti al loro interno. La Repubblica di Salò di fatto non fu mai in grado di esprimere un’autonomia legislativa, economica e di controllo del territorio: le sue attività consistevano nell’affiancamento delle operazioni militari della polizia tedesca contro le donne e gli uomini della Resistenza. La RSI, dunque, rimase costantemente uno stato satellite del Terzo Raich fino al 25 aprile 1945, quando crollò sotto l’urto decisivo dell’avanzata alleata e della Resistenza.
Non fu soltanto la disfatta militare di una dittatura asservita all’occupante, ma la vittoria schiacciante dei valori di libertà e democrazia su cui, dalle ceneri della guerra civile, avrebbe finalmente preso forma la nuova Italia repubblicana.
La riunione del “Gran Consiglio” del fascismo per la proclamazione dell’Impero nel 1936. Dominio pubblico.







