Il nuovo “pacchetto sicurezza”

di Michele Bartolo-

Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini degli scontri di Torino, quando un corteo organizzato dallo storico centro sociale cittadino Askatasuna, sgomberato a metà dicembre, si è trasformato, a causa di alcune persone incappucciate che sono fuoriuscite dalla manifestazione, in una vera e propria guerriglia urbana, che ha messo a ferro e fuoco non solo  la città di Torino, ma si è rivolta soprattutto nei confronti delle forze dell’ordine, sottoposte ad un vero e proprio tiro al bersaglio e reale obiettivo di questa frangia di facinorosi.

Il bilancio lo conosciamo tutti, numerosi feriti e contusi tra gli agenti e per poco non ci scappava il morto. Le norme varate ieri dal Governo, il nuovo cosiddetto pacchetto sicurezza, nascono appunto dalla necessità, emersa dalle prime parole della Presidente del Consiglio dopo i fatti di Torino, di intervenire con fermezza sia nel campo della prevenzione che sotto il profilo della repressione dei deprecabili comportamenti posti in atto dai delinquenti travestiti da manifestanti. Il cd. pacchetto sicurezza, formato 2026, si compone di due testi: uno schema di decreto legge con 33 articoli, intitolato

Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’Interno, nonché di immigrazione e di protezione internazionale»  e un  disegno di legge di 29 articoli, che contiene altre norme «in materia di sicurezza, di prevenzione del disagio giovanile» e, anche qui, una lunga serie di disposizioni per l’organizzazione e il funzionamento delle forze dell’ordine.

Le misure penalmente rilevanti sono previste nel decreto e dunque, dopo la promulgazione e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, troveranno immediata applicazione per 60 giorni, mentre il testo seguirà l’iter di conversione in legge in Parlamento. L’intento dichiarato dal Governo è di intervenire su situazioni attinenti all’ordine pubblico, alla criminalità giovanile e all’immigrazione. Vediamo le principali misure approvate.

Anzitutto il famoso scudo penale, quello che aveva sollevato profili di incostituzionalità, ove fosse stato applicato ai soli poliziotti o carabinieri. La norma ora riscritta prescrive che il pubblico ministero, quando il fatto/reato sia stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (come la legittima difesa, l’adempimento di un dovere, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità) non iscriva l’autore nel registro degli indagati.

Il pm annoterà dunque preliminarmente in un «separato modello» (da introdurre con decreto del ministero della Giustizia entro 60 giorni) il nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine. Il pensiero va ai tanti casi di persone che hanno reagito alla presenza di ladri in casa oppure che si sono dovuti difendere, anche in altri contesti, da una aggressione ingiusta alla persona o al patrimonio, finendo poi per essere indagati e rispondere penalmente di un comportamento posto in essere per tutelare un proprio diritto.

La norma introdotta vale per tutti ed assicura una corsia separata per chi non ha agito deliberamente ma vi è stato costretto dal comportamento illecito di un terzo. Vi è poi il cd. fermo preventivo, ovvero la possibilità che gli agenti possano “accompagnare nei propri uffici persone” trovate “in possesso di strumenti atti a offendere o con precedenti penali o segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza su persone o cose in occasione di pubbliche manifestazioni negli ultimi 5 anni. Se gli agenti avranno fondati motivi di ritenere che il sospetto possa tenere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, potranno trattenerlo per accertamenti di polizia per il tempo strettamente necessario e comunque non oltre le dodici ore”.

A tal proposito, viene prevista la possibilità per il PM, al quale deve essere data immediata notizia del fermo, di disporre l’immediato rilascio del fermato, ove difettano i presupposti.  Tra le altre norme, vi è poi il cd. daspo urbano, ovvero il divieto di accesso alle aree urbane a chi è stato denunciato o condannato per reati commessi in proteste di piazza, impedendogli di partecipare a riunioni od assembramenti, mentre per arginare il fenomeno grave delle risse con ferimenti fra giovanissimi, scatta il divieto assoluto di porto “di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza oltre i 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo”.

Ed è vietato anche il “porto, se non per giustificato motivo” di “lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri”.  In entrambi casi, la pena è la reclusione fino a tre anni e, se il fatto è commesso da un minore, i genitori o tutori rischiano una sanzione amministrativa fino a mille euro. Non solo: ai minorenni non possono essere venduti strumenti da punta e taglio. Gli esercenti che lo fanno rischiano sanzioni fino a 12mila euro in caso di reiterazione, con la revoca della licenza. Di rilievo, poi, è anche la introduzione del reato di rapina aggravata, commessa da gruppi organizzati contro banche, uffici postali, portavalori e bancomat (con pene detentive da 10 a 25 anni).

Infine, viene ripristinata la procedibilità d’ufficio del reato di furto, alla luce dell’aumento esponenziale dei casi avvenuto nell’ultimo periodo. Una prima valutazione delle norme introdotte porta sicuramente a ritenere condivisibili una maggior tutela penale delle forze dell’ordine e di tutti i cittadini che agiscono per legittima difesa, come anche la previsione della perseguibilità d’ufficio dei furti e le norme in materia di prevenzione e repressione della criminalità minorile.

Maggiori perplessità desta l’introduzione del fermo preventivo, che rimane alquanto discrezionale e generico nei presupposti, anche se la introduzione del potere di controllo del PM mitiga la possibilità di abusi. Quello che, invece, sicuramente manca è il potenziamento dell’organico delle forze di polizia: finché il numero degli agenti continuerà a decrescere rispetto al numero degli abitanti non ha molto senso potenziarne i compiti e pretendere un efficace controllo del territorio, che rischia di rimanere solo sulla carta.

Un passo risolutivo verso una maggiore sicurezza deve obbligatoriamente passare per l’aumento degli organici e delle risorse in generale. Si tratta, alla fine, dello stesso ragionamento applicabile ai ritardi della giustizia: possono farsi leggi in sequenza per snellire i processi, ma se mancano gli uomini le norme rimarranno un mero esercizio di stile.

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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