Nella Chiesa di San Pietro l’affresco del Perugino

Nella parte più occidentale del borgo di Città della Pieve, l’antica chiesa risalente al XIII secolo, dedicata a San Pietro ma originariamente intitolata a Sant’Antonio Abate fino al 1815, si erge su uno dei punti più panoramici di tutta la zona.

CittaDellaPieveMar302024 06 di Hagai Agmon-Snir حچاي اچمون-سنير חגי אגמון-שניר è concesso in licenza con CC BY-SA 4.0 .

Dinanzi ad essa, non molti anni fa, è stato realizzato anche un belvedere (dedicato, dal febbraio del 2024, alla memoria di don Oscar Carbonari) dal quale si ammira un ampio panorama che abbraccia, ad ovest, tutta la Chiana Romana col Monte Cetona in fondo; a sud i Monti Volsini prospicienti il Lago di Bolsena e tutta l’area di Ficulle e Fabro; a nord il massiccio del Pratomagno tra le province di Arezzo e Firenze, e i territori di Montepulciano e Chiusi. La chiesa si colloca, inoltre, in prossimità delle antiche mura e non lontano dalla Porta del Castello (non più esistente) all’interno del Terziere Castello.

Archivio di Stato di Firenze Pianta e Profilo di operazioni stabilite nella Concordia del 1664

La Porta è evidenziata in una mappa del 1664 custodita nell’Archivio di Stato di Firenze e relativa ai confini tra Stato della Chiesa e quello Toscano.

Dal libro di Fiorenzo Canuti “Nella patria del Perugino” particolare della Porta Castello.

Inoltre la ritroviamo, assieme alla chiesa, in una rappresentazione del borgo risalente al XVIII secolo (dal libro del Canuti “Nella Patria del Perugino”). Al suo interno aveva sede la “Società dei Disciplinati di San Salvatore”. Sottoposto a un generale restauro già nel 1438, l’edificio sacro è oggetto, nel 1508, di un ulteriore intervento di recupero, forse a causa del susseguirsi di numerosi eventi bellici, in un territorio di confine che a cavallo tra il XV e XVI secolo, vede contrapposte la Repubblica di Siena e la Signoria di Perugia, in seguito passate rispettivamente al Granducato di Toscana e allo Stato Pontificio.  In questo stesso periodo la Confraternita commissiona a Pietro Vannucci, detto il Perugino, un affresco da realizzare sulla parete dell’altare. L’opera, a molti conosciuta, viene realizzata probabilmente con l’aiuto dell’allievo Giacomo di Guglielmo e raffigura “Sant’Antonio Abate tra i Santi Paolo Eremita e Marcello”. Nel XVII secolo la chiesa subisce ancora ulteriori interventi di restauro per poi cambiare titolo nel 1815 allorquando, proprio in tale luogo sacro, trovano la loro sede la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo e la Confraternita dei Santi Sebastiano e Rocco, la cui chiesa, nel frattempo, era stata demolita. Nel 1861, a seguito di un forte terremoto, l’affresco viene strappato dal muro e applicato su tela, sotto il l’occhio vigile del restauratore Campaglini. A causa della notevole ampiezza dell’opera (7,50 metri di larghezza e 4,50 metri di altezza) lo strappo è stato parzialmente compromesso! Per alcuni anni, l’opera è stata custodita all’interno della chiesa di Sant’Agostino, per essere ripristinata nel 1890 ad opera di Sinodio Centenari. Nel1922, sotto la supervisione di Colarieti Tosti, l’affresco venne sottoposto, ancora una volta, a un ulteriore restauro con un generale fissaggio del pigmento accompagnato anche da piccoli ritocchi di colore. Tuttavia, durante la Seconda Guerra Mondiale nel corso di un bombardamento, una scheggia di bomba compromette in parte l’area centrale dell’opera. Pertanto nel 1949 l’affresco viene, per l’ennesima volta, sottoposto a restauro da parte di Lanciotto Fumi. Gli innumerevoli interventi di recupero hanno particolarmente compromesso l’affresco e il restauro di questi ultimi anni, ha ben focalizzato le varie fasi d’intervento sull’opera. Si è potuto così evidenziare il supporto del telaio dai larghi montanti perimetrali ad incastro realizzato nel 1861 con il primo intervento di restauro, mentre la presenza di elementi di rinforzo in metallo è opera degli interventi del 1890. Nel 1949 il Fumo aggiunse al telaio ulteriori listelli di abete affinché si potesse irrigidire meglio il supporto. Nel recente restauro, inoltre, si sono evidenziati i gravi sollevamenti di colore su quasi tutta la superfice; inoltre come spesso accade nei dipinti strappati più volte, si è constatata la presenza di numerose colle utilizzate appunto per lo strappo. La superfice mostra numerosi ritocchi e ridipinture alterate nel tempo. Le tempere a colla, utilizzate negli interventi di riprese, inoltre, tendono ad alterarsi nel tempo, ma piuttosto che essere rimosse vengono il più delle volte semplicemente ricoperte con nuovi ritocchi. Il restauro odierno ha finalmente tolto le ridipinture effettuate nel corso degli anni, e reso possibile la lettura dell’opera così come effettivamente l’aveva pensata il Perugino.

Il dipinto rappresenta Sant’Antonio, benedicente con la mano destra, seduto in cattedra affiancato sulla destra da San Paolo Eremita e sulla sinistra da San Marcello. I nomi dei santi sono presenti sulla pedana del trono. Le figure si collocano all’interno di un elemento architettonico trabeato con la campagna in lontananza. Nella sua parte alta ritroviamo il Cristo benedicente con il libro dei Vangeli all’interno di una mandorla contorniata da cherubini. Tutta la composizione si chiude con un grande timpano. Lo storico dell’Arte, Pietro Scarpellini nel 1984 così descriveva l’opera: “…la soluzione compositiva adottata però, in cui sembra che Pietro abbia voluto dipingere un trompe d’oeil sul muro una grande pala d’altare completa di pilastrini, trabeazione e lunetta, dentro una cornice architettonica e timpano, riecheggia più che, motivi toscani quelli più pesanti e arzigogolati dei maestri lombardi, operoso allora in buone forze in Umbria, e tra l’altro proprio nel vicino santuario di Mongiovino. Un dipinto di forte effetto scenografico, fatto forse con l’intenzione di stupire i compaesani, ma che doveva anche risultare assai originale”. Della chiesa medioevale, purtroppo, non resta più nulla. A seguito del terremoto del 1861, la sacra struttura viene interamente ricostruita. La chiesa, a navata unica, viene recuperata seguendo lo stile neoclassico con arco trionfale che separa l’aula dal presbiterio. Attualmente la facciata, che presenta un intonaco particolarmente degradato, ha un portale d’ingresso al centro nell’ordine inferiore, mentre in quello superiore si nota un piccolo loculo tra due finestre rettangolari. Sulla sinistra, inoltre, è collocato il campanile in mattoni faccia vista con cella campanaria costituita da 4 monofore ad arco.

 

Daniele Magliano

Architetto- giornalista che ama approfondire tematiche di architettura, urbanistica, design, ma anche di storia, evoluzione e curiosità riguardanti oggetti di uso quotidiano. Mi piace, in generale, l'arte della costruzione: riflesso del nostro vivere in quanto unisce passato, presente e futuro prossimo di una comunità.

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