UNISA, Jovine e il canone della narrativa del ‘900
Un seminario per riscoprire un classico dimenticato.
di Gaetanina Longobardi-
Un ritorno alla grande narrativa del Novecento, ma con uno sguardo rivolto al presente e alla complessità del reale. Stamane alle ore 10.30, l’Università degli Studi di Salerno ha ospitato un importante seminario dedicato a Francesco Jovine e il canone della narrativa del Novecento, organizzato in occasione della nuova edizione del romanzo Un uomo provvisorio.
L’incontro si è svolto nella Sala Conferenze Paparelli – Placanica del Laboratorio GeSto, dove la professoressa Domenica Falardo ha aperto i lavori introducendo i temi centrali della giornata. Protagonista del dibattito è stato il professor Sebastiano Martelli, curatore della riedizione del romanzo, che ha dialogato con il professor Vincenzo Salerno offrendo una lettura approfondita e aggiornata dell’opera.
Il canone della letteratura italiana non è mai stato un sistema fisso e immutabile, ma piuttosto un organismo vivo, soggetto a continui cambiamenti, revisioni e ripensamenti. Parlare di “catalogo” della letteratura significa interrogarsi su quali autori e quali opere vengano riconosciuti come fondamentali in un determinato momento storico, e soprattutto su chi stabilisca questi criteri.
Tradizionalmente, il canone italiano si è costruito attorno a figure considerate imprescindibili, come Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, che hanno definito le basi linguistiche e culturali della nostra tradizione. Nei secoli successivi, altri autori sono entrati stabilmente in questo “catalogo”, come Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi e Luigi Pirandello. La loro presenza è stata rafforzata dall’istituzione scolastica, dall’accademia e dalla critica, che ne hanno sancito il valore universale.
Tuttavia, il canone non è neutrale. Esso riflette sempre una visione del mondo, spesso legata a dinamiche di potere culturale. Per molto tempo, ad esempio, sono stati esclusi o marginalizzati autori e autrici che oggi vengono progressivamente recuperati. Basti pensare al caso di Grazia Deledda, per anni considerata “periferica” rispetto al centro della tradizione, o alla riscoperta di scrittrici come Elsa Morante, oggi pienamente riconosciuta come voce fondamentali del Novecento.
Allo stesso modo, il Novecento ha mostrato quanto il canone possa essere mobile. Autori un tempo centrali possono perdere visibilità, mentre altri emergono grazie a nuove prospettive critiche. Scrittori come Ignazio Silone o Corrado Alvaro, per esempio, sono stati a lungo considerati punti di riferimento per la narrativa meridionalista, ma oggi vengono riletti in modo diverso, talvolta con minore centralità rispetto al passato. Al contrario, figure come Italo Calvino o Primo Levi hanno visto crescere nel tempo la propria importanza, diventando imprescindibili non solo per il valore letterario, ma anche per la loro capacità di interpretare la modernità.
Il processo di inclusione ed esclusione dipende da da diversi fattori: i mutamenti sociali, le nuove correnti critiche, l’apertura verso studi di genere, postcoloniali o interdisciplinari. Oggi, ad esempio, si tende a includere nel canone anche autori che raccontano realtà marginali, regionali o diasporiche, ampliando così la nozione stessa di “letteratura italiana”.
In definitiva, il canone non è una lista definitiva di nomi, ma un campo di tensione tra tradizione e innovazione. Se da un lato è necessario conservare un nucleo di opere che hanno fondato la nostra identità culturale, dall’altro è altrettanto importante rimettere continuamente in discussione quel nucleo, per evitare che diventi un sistema chiuso ed esclusivo. La letteratura, infatti, vive proprio nella sua capacità di trasformarsi: e con essa, anche il suo canone.
Dunque, Jovine rientra nel canone della letteratura italiana? La risposta deve essere positiva.
La nuova edizione di Un uomo provvisorio, pubblicata da Cosmo Iannone Editore, si presenta non solo come una riproposizione di un testo significativo, ma come un’occasione critica per rileggere l’intera produzione di Francesco Jovine alla luce delle trasformazioni culturali e storiografiche intervenute nel tempo. Il volume si arricchisce infatti di una corposa postfazione firmata dallo stesso Martelli, che assume i contorni di una vera e propria monografia autonoma.
Al centro dell’intervento del curatore, il rapporto tra letteratura e società nell’opera joviniana: un rapporto segnato più da squilibri che da armonie, in cui la crisi dell’individuo si intreccia con quella storica e collettiva. Jovine, autore del celebre Le terre del Sacramento (1950), emerge così come uno dei più lucidi interpreti del Mezzogiorno, non solo sul piano letterario ma anche in una prospettiva antropologica e sociale.
Nel corso del seminario è stato evidenziato come Un uomo provvisorio rappresenti un vero laboratorio narrativo, capace di mettere in dialogo suggestioni provenienti dalla filosofia, dalla sociologia e dalle principali correnti letterarie tra Otto e Novecento. Martelli sottolinea come nel romanzo emergano tratti tipici della modernità: la crisi del personaggio, la frammentazione della trama, l’irruzione dell’inconscio, fino all’incapacità di agire che caratterizza l’intellettuale novecentesco.
Non mancano i riferimenti culturali che attraversano l’opera: da Vico a De Sanctis, da Croce a Spengler, passando per Bergson e Freud. Un intreccio che colloca Jovine all’interno di quella “letteratura della crisi” che accomuna autori come Moravia, Silone e Alvaro, testimoni di una generazione sospesa tra disincanto e ricerca di senso.
Riproporre oggi Un uomo provvisorio significa dunque restituire voce a un romanzo generazionale capace di raccontare, con straordinaria lucidità, il mondo contadino, le tensioni storiche del primo Novecento e la condizione esistenziale dell’intellettuale di provincia. Un’opera che, come emerso dal seminario di Fisciano, merita di essere pienamente reinserita nel canone della letteratura italiana.
Il pensiero e la scrittura di Francesco Jovine continuano a interrogare il presente. Un segnale importante: la grande letteratura non appartiene solo al passato, ma resta uno strumento essenziale per comprendere la realtà.







